
Ecco il testo integrale del suo discorso.
Senato della Repubblica, 4 luglio 2007
Molti che erano giovani negli anni Cinquanta, ancora conservano o ricordano un disco dove Piero Calamandrei spiegava la Costituzione agli studenti di Milano. Diceva Calamandrei nel 1955, che ogni costituzione contiene in sé una polemica; e la Costituzione italiana non era soltanto la polemica contro il passato ventennale delle libertà negate e represse, era anche la polemica verso il presente dei diritti incompiuti.
Per spiegare agli studenti riuniti nella sala dell’Umanitaria l’origine dei diritti ancora incompiuti, Calamandrei risaliva indietro nel tempo, fino alle origini dell’unità nazionale. “A saper intendere”, diceva Calamandrei, si sentono nei princìpi della Costituzione gli echi di voci lontane. Nell’articolo 2, a parlare dei “doveri inderogabili di solidarietà” è la voce di Mazzini. All’articolo 5, la repubblica che promuove le autonomie è la repubblica di Cattaneo. All’articolo 8, l’eguale libertà delle religioni davanti alla legge è la libertà di Cavour.
C’è anche, nella Costituzione letta da Calamandrei, la voce di Garibaldi. Non parla di princìpi, ma dei diritti e doveri del cittadino; compare all’articolo 52 nel comma finale, che informa le forze armate allo spirito democratico della Repubblica. La democrazia è lo spirito informatore dell’ordinamento militare, in quanto esprime la virtù repubblicana del cittadino in armi.
Nel discorso di Calamandrei l’evocazione garibaldina non andava oltre; ma sembra evidente che in quel comma dell’articolo 52 Calamandrei avvertisse l’eco lontana dell’appello a “non disgiungere il popolo dall’esercito”, che fu il tema centrale del discorso per l’armamento dei volontari, pronunciato da Garibaldi alla Camera il 3 giugno 1862; e ripreso nella Camera giusto vent’anni dopo, il 3 giugno 1882, dal presidente del Consiglio Depretis, nell’orazione funebre per Garibaldi, in cui Depretis riconosceva il soldato che più di ogni altro “seppe usare la forza morale degli eserciti popolari”.
In ciò, signor presidente, si può ravvisare uno dei tanti fattori all’origine del mito di Garibaldi, che a distanza di due secoli è inseparabile dalla sua storia: la storia presto tradotta in mito del guerriero che per la sua concezione dell’esercito ripudiava “il tristo nome di militarismo”, opponendo al militarismo la milizia democratica della nazione armata; il mito del combattente che dalle prime avventure sudamericane aveva riportato, insieme alle tattiche di guerriglia e all’inclinazione verso la dittatura al servizio degli oppressi, la convinzione che la guerra fosse “la verdadera vida del hombre”; ma come guerre legittime ammetteva solo quelle di liberazione e di indipendenza; e nel 1867 a Ginevra, chiamato a presiedere il congresso internazionale per la pace, dichiarava ammissibile soltanto la guerra contro il tiranno. Quel volontarismo ha segnato la storia d’Europa e d’Italia fino alla Resistenza, quando in suo nome hanno combattuto i partigiani in Italia e i soldati all’estero, come la Divisione Garibaldi in Iugoslavia.
Il 22 ottobre 1860, dunque a pochi giorni dalla battaglia del Volturno, e mentre i plebisciti nel Mezzogiorno ed in Sicilia sancivano l’annessione al regno sabaudo, Garibaldi pubblicava nel giornale Il Diritto il memorandum alle potenze d’Europa in cui prefigurava la formazione di un unico Stato europeo e la conseguente smobilitazione degli eserciti e delle flotte di guerra. Nell’Europa “sovrana del mondo” gli immensi capitali impiegati negli armamenti sarebbero diventati disponibili per le opere pubbliche e le spese sociali che negli anni seguenti all’Unità sarebbero diventati i temiprioritari nelle iniziative politiche di Garibaldi: strade, ponti, canali e la scuola pubblica gratuita.
Così, prima di passare il Volturnp verso il bivio di Taverna Catena per stringere la mano al re d’Italia, ancora dal campo di battaglia Garibaldi rivolgeva la speranza verso un futuro in cui nell’Europa unita, “la guerra non essendo quasi più possibile, gli eserciti diventerebbero inutili”. Ma aggiungeva che nepopure allora sarebbero diventate inutili le milizie nazionali, “per mantenere il popolo nelle sue abitudini guerriere e generose”.
x x x x x
Oggi a duecento anni dalla nascita il mito ritorna nelle pagine dei giornali, nei nuovi libri che si aggiungono alla sterminata bibliografia garibaldina, nei convegni deglistudiosi, nelle iniziative promosse e coordinate dal comitato nazionale presieduto da Andrea Marcucci.
E’ desiderabile che a due secoli dalla nascita e 125 anni dalla morte, il mito di Garibaldi sia liberato dalle rivendicazioni ed appropriazioni di parte; ed anche da similitudini ed accostamenti con fatti e personaggi del mondo di oggi, tanto lontano da quell’Ottocento sul quale si distende quasi per intero la vita avventurosa di Garibaldi.
Sebbene il culto di Garibaldi e la tradizione del garibaldinismo si siano protratti fino ai giorni nostri, Garibaldi fu pur sempre un uomo dell’Ottocento e nel contesto dell’epoca che gli appartenne va vista ed interpretata la sua vicenda esistenziale, dai moti libertari della giovinezza alla filantropia umanitaria e all’internazionalismo socialista e romantico degli ultimi anni.
La vicenda della sua vita è inseparabile dal mito di cui egli stesso fu più o meno volontario artefice. Si può citare in proposito il necrologio pubblicato il 5 giugno 1882 dal compassato Times: “il personaggio meriterà di essere studiato anche dopo che la fredda analisi critica avrà fatto quanto occorre per spogliarlo delle armi scintillanti di cui l’entusiasmo popolare l’aveva rivestito”.
Ma poche righe dopo, anche il Times tornava quasi sui suoi passi per ammettere che neppure la fredda analisi critica avrebbe potuto spogliare del tutto la personalità di Garibaldi dall’alone che la circondava “come qualcosa di favoloso, dalla natura inafferrabile”. Ebbene, anche sull’arco di due secoli quell’aura intorno alla figura di Garibaldi non si è dissipata, nel senso che la sua storia ed il suo mito fanno parte insieme di una unica rappresentazione: che non va sezionata a scopo di appropriazione politica, ma piuttosto intesa nella complessità e anche nella compresenza di elementi opposti, in cui per buona parte risiede quell’alone leggendario.
x x x x x
Il connubio indissolubile fra Garibaldi e la celebrità inizia con le avventure latinoamericane del corsaro della libertà e capo della Legione italiana di Montevideo, celebrate nella stampa europea soprattutto ad opera di Giuseppe Mazzini, che in Garibaldi vedeva personificato il principio scritto nello Statuto della Giovine Italia, “la virtù dell’azione”.
Cresce, qual destino di celebrità, nella disperata difesa della Repubblica Romana; continua negli anni dell’esilio per i mari del mondo, non solo nei due mondi ma nei cinque continenti: devo alla cortesia del senatore Nino Randazzo una recente pubblicazione degli italiani di Australia che rievoca la traversata di Garibaldi da Lima alla Cina nel 1852 e nel ritorno la rotta del sud e l’approdo nelle isole australiane.
Poi il navigante ritorna all’Italia e alle armi; nel marzo 1859 assume il comando dei Cacciatori delle Alpi e riceve, con la firma di Cavour, il grado di generale di quell’armata sarda che nel 1834, con sentenza del consiglio di guerra di Genova, lo aveva condannato a morte come nemico dello Stato.
L’anno seguente la celebrità di Garibaldi culmina nell’epopea dei Mille. Poi la ruota della fortuna discende verso anni che nelle Memorie Garibaldi dichiarerà “inerti e inutili”, ma la sua fama è ormai sganciata dalla ruota della fortuna, anzi si alimenta ad ogni avversità. Quando sull’Aspromonte è l’esercito italiano a colpirlo con uan ferita che lo segnerà per la vita anche moralmente, Alessandro Herzel scrive che “alla grandezza dell’eroe si è aggiunta la corona del martire”. Il viaggio a Londra del 1864 si trasforma in un trionfo che provoca l’irritazione tanto di Vittorio Emanuele quanto della regina Vittoria, ed anche di Karl Marx; ma Gladstone ne rimane affascinato e farà scrivere nelle sua biografia “ciò che infiammava i cuori dei più era il pensiero del soldato che aveva combattuto per la libertà umana”.
L’avanzare degli anni e degli acciacchi accompagnano le ultime imprese: nel Trentino, a Mentana, ed in difesa della repubblica di quei francesi contro cui a Mentana e prima a Roma Garibaldi aveva combattuto, sempre al servizio della propria missione che negli della fratellanza Mazzini aveva definito “incarnazione delle libertà popolari”.
Ed infine, con gli ultimi viaggi e più con i messaggi e proclami da Caprera, l’opera di Garibaldi ripiega verso la sfera delle idee e degli ideali, sul finire di una vita di uomo d’azione, vissuta da attore sulla scena della storia.
x x x x x
Una semplificazione che la storiografia recente ha provveduto a riaprire ed estendere, sistemava gli artefici maggiori dell’unità nazionale nel canone quadrumvirale celebrato dall’iconografia: Vittorio Emanuele monarca costituzionale, Camillo Cavour geniale tessitore, Giuseppe Mazzini apostolo e profeta, Giuseppe Garibaldi eroe popolare.
La linea di connessione fra i quattro fu per lo più una linea ad alta tensione, eppure solo la loro discorde concordia riuscì ad unire l’Italia, prefigurando le tensioni che avrebbero animato ed agitato la storia nazionale dal 1861 fino forse ad oggi.
Il primo merito di Garibaldi è quello indiscusso di aver allargato la dimensione territoriale del disegno di unificazione, e di averla personalmente attuata, scavalcando gli accordi di Plombières.
Il conte di Cavour non escludeva il disegno di un’Italia federale: ancora alla fine del 1858 si contentava di un regno sardo che tenesse “la testa sulle Alpi e i piedi su Ancona”; e solo nel 1860 avvistò lo stato unitario come approdo del suo realismo. E realisticamente, subito considerò il rischio che la corona traballasse sulla testa del Re, se il Re la ricevesse dalle mani di Garibaldi. “Agli occhi della grande maggioranza degli italiani – scriveva Cavour a Nigra – Vittorio Emanuele non è più altro che l’amico di Garibaldi; la sua corona brillerà soltanto del riflesso che un avventuriero eroico riterrà di dedicarle”. E’ ben evidente, in quella lettera come sempre, che l’interesse di Cavour era rivolto non alla testa transitoria del Re, ma all’istituzione perenne della Corona. Cavour sapeva d’altra parte di non poter contare sulla comprensione di Garibaldi. A dividerli c’era dall’origine una diversa concezione della politica, che per Cavour faceva tutt’uno con le arti del parlamentarismo e della diplomazia detestate da Garibaldi; e la divisione di origine divenne un solco invalicabile proprio per gli accordi di Plombières che, malgrado una resistenza iniziale di Cavour, comportarono la cessione di Nizza alla Francia. Quando in Parlamento Garibaldi rinfacciò a Cavour di averlo “fatto straniero in Italia” Cavour ebbe nuovamente il realismo di dichiarare “se egli non mi perdona questo fatto, io non gliene faccio appunto”, Il distacco restò irreparabile e tuttavia non impedì a Cavour di scrivere, nuovamente a Nigra: “Garibaldi ha reso all’Italia i più grandi servigi che un uomo possa renderle: ha dato agli italiani fiducia in se stessi”.
Qui sta il secondo merito dell’impresa dei Mille: non soltanto di aver allargato la dimensione territoriale del disegno di unificazione, ma di aver allargato quel disegno al popolo che diversamente ne sarebbe rimasto escluso, suscitando una forza di evocazione rimasta attiva dopo l’unità e dopo Garibaldi, nel discorso pubblico, nella cultura popolare, nel volontarismo dei garibaldini.
Un libro recente di Enrico Padula ricostruisce su documenti di archivio la straordinaria irradiazione del mito garibaldino nel Mezzogiorni profondo, che senza l’impresa dei Mille sarebbe rimasto separato dal resto d’Italia dalla duplice barriera, come allora si diìceva, “la barriera dell’acqua salata e la barriera dell’acqua santa”.
Ed oltre l’allargamento territoriale e sociale del disegno di unificazione, il terzo merito di Garibaldi fu quello che gli costò la rottura con Mazzini; la forzata comprensione che l’Europa monarchica non avrebbe accettato un’Italia repubblicana esposta a forze irregolari ed insurrezionali; e che d’altra parte la sola bandiera del popolo era l’unità e la cacciata degli stranieri, e quel risultato non sarebbe stato possibile se l’unica monarchia italiana si fosse “gettata dalla parte della reazione”. Ancora durante la campagna di Aspromonte, in un passo delle Memorie che addebita alla monarchia sabauda i veti frapposti alla spedizione dei Mille, Garibaldi opponeva quella sua percezione diretta della volontà popolare all’intransigenza repubblicana dei mazziniani, “assuefatti a legislare il mondo dal fondo delle loro scrivanie”.
x x x x x
Forse per Garibaldi il terreno di scontro più difficile fu il Parlamento, dove le sue rare e tempestose apparizioni suscitavano sconcerto anzitutto per l’abbigliamento che il generale Cialdini definiva “strano e teatrale”, ottenendo da Garibaldi per risposta una lettera dove diceva “circa alla foggia del mio vestire, io la porterò sinchè mi si dica che non sono più in un libero paese, dove ciascuno va vestito come crede”. Ma a parte il vestire, le complicazioni dei regolamenti e le sottigliezze dei dibattiti parlamentari mal si prestavano al temperamento eroico dell’uomo di azione. Non si può quindi dare torto al consiglio di Ricasoli, che nel 1867 gli scriveva “vorrei che prendeste alla vita politica quella parte che consentono le nostre istituzioni, o altrimenti conservaste intero agli italiani il prestigio della vostra riputazione nel silenzio della vostra isola romita”.
La carriera parlamentare di Garibaldi fu peraltro lunghissima, a cominciare dal parlamento subalpino dove nel 1848 fu eletto nel collegio ligure di Cicagna, vicino al luogo di origine della sua famiglia. L’elezione di Garibaldi fu salutata dalla sinistra liberale di Lorenzo Valerio e di Angelo Brofferio con entusiasmo, un pò meno dal giornale cavouriano Il Risorgimento. Ma non risulta che Garibaldi abbia poi partecipato ad alcuna seduta del Parlamento subalpino.
Nel 1849 fu eletto nell’assemblea della Repubblica Romana come deputato di Macerata. Poi fu deputato alla Camera dal 1861 alla morte, con una sola interruzione; ma per la maggior parte delle legislature fu sempre assente dall’aula, anzi nel 1877 scrisse agli elettori romani di accettare la candidatura al Parlamento alla previa condizione di non parteciparvi.
Eletto, quasi sempre in più collegi, da un corpo elettorale che non rappresentava più del 2 per cento dei cittadini, nei suoi ultimi anni Garibaldi si pronunciò, con grande anticipo sui tempi, in favore del suffragio universale che definiva “impronta dei popoli liberi”; ma pensava al suffragio universale non tanto in relazione al parlamentarismo statutario, quanto nella visione di un futuro repubblicano, che sarebbe diventato possibile solo quando la nazione fosse educata alla libertà. In attesa, Garibaldi ammetteva di preferire ad una assemblea “di cinquecento dottori”, la dittatura temporanea di un uomo onesto, sul paradigma classico dei Fabi e dei Cincinnati.
L’insofferenza verso le procedure e le schermaglie parlamentari è certamente uno dei tratti che distaccano la figura di Garibaldi da quella di Cavour, che invece nel 1860 scriveva alla contessa De Circourt “io mi sono sentito debole solo quando le Camere erano chiuse … io sono figlio della libertà, è ad essa che devo tutto quello che sono … se gli italiani volessero un dittatore sceglierebbero Garibaldi e non me, ed avrebbero ragione”.
Ciò detto, non si può mancare di aggiungere che fra i pochi discorsi parlamentari di Garibaldi alcuni sono autentici pezzi di repertorio per la storia del Risorgimento, quale lo scontro in aula con Cavour sull’esercito meridionale; e che, anche quando non era presente di persona nel suo posto all’estrema sinistra, Garibaldi era egualmente al centro dei dibattiti parlamentari, come dimostrano i due grossi volumi pubblicati dalla Camera dei deputati nel centenario della morte.
Nella commemorazione tenuta alla Camera il 3 giugno 1882, il presidente Farini disse che l’attività parlamentare di Garibaldi era sempre stata associata a “umanitarie e patriottiche proposte”, e negli anni dopo la conquista di Roma l’interesse di Garibaldi si rivolse in sede parlamentare soprattutto alle proposte “umanitarie”, quelli che nel linguaggio di oggi sono i diritti sociali e civili; ed anche alle opere pubbliche, quelle che si dicono oggi le infrastrutture.
Fra esse ha speciale rilievo il progetto di risanamento del Tevere, atto di omaggio del patriota alla Roma dei suoi sogni, “di cui giammai ho disperato – scriveva – anche relegato nel fondo delle foreste americane”.
Ventenne, nel secondo viaggio da marinaio imbarcato sulla tartana del padre, era venuto a Roma risalendo il Tevere ed era rimasto affascinato dalle “ruine sublimi” che restavano le sole superstiti dell’antica capitale del mondo.
Invano difesa nel 1849, invano tentata nel 1862 e nel 1867, Roma finalmente conquistata doveva essere liberata anche dalle periodiche inondazioni e dalla malaria che la circondava; e Garibaldi arrivato nelle capitale nel 1875 si diede il programma di “migliorare le condizioni materiali e morali di questa vecchia matrona”.
Pensava in grande, ad un porto fluviale a Fiumicino che trasformasse Roma nella “Londra del mediterraneo”, alla bonifica dell’Agro, alla canalizzazione dell’Aniene, e dopo diverse varianti il progetto ottenne l’approvazione del governo Minghetti, ma il finanziamento si inceppò nella stretta del pareggio di bilancio; poco dopo, il governo Depretis iniziò la costruzione dei muraglioni lungo il Tevere.
x x x x x
Nel ventennio dopo il compimento dell’Unità nazionale Garibaldi ebbe modo di dare corso, da Caprera verso il resto del mondo, all’ideale umanitario che in gioventù lo aveva convertito dal patriottismo nazionale al cosmopolitismo. Si dice che vicino al letto a Caprera tenesse “le nouveau christianisme” di Saint Simon, ricevuto nel 1833 durante uno dei primi viaggi mercantili dall’esule Emile Barrault, poco prima dell’adesione alla Giovine Italia.
Da quelle vaghe idee di fratellanza universale aveva derivato l’idea più precisa che bisogna amare il popolo, per governarlo. Voleva per il popolo italiano la scuola laica obbligatoria, l’abolizione della pena di morte, il suffragio universale. L’ideale della fratellanza era il suo riferimento quale gran maestro della massoneria, cui si era affiliato da giovane nell’America Latina. La sua azione umanitaria passava oltre le frontiere con l’idea dell’Europa unita, gli appelli all’Inghilterra per la convocazione di un congresso di pacificazione internazionale, i messaggi ai congressi delle società operaie, la fondazione della lega per la democrazia, l’adesione da posizioni piuttosto personali all’Internazionale, il “sole dell’avvenire”,
Estremo rimase fino alla fine, non si può tacerlo, il suo anticlericalismo che in verità si estendeva anche al clero delle confessioni precristiane e non cristiane. L’imperativo di abbattere il potere temporale per fare di Roma “il simbolo dell’Italia unita” può spiegare solo in parte quella avversione che forse risaliva all’infanzia, ai due preti che erano stati i suoi primi maestri finchè in un terzo istitutore laico trovò il solo che meritasse, nelle Memorie, “una cara rimembranza”. Alle invettive anticlericali, tradotte anche in discutibili romanzi ideologici, Garibaldi accompagnava appelli ai sacerdoti perché si rendessero portatori della religione del vero, e durante la spedizione in Sicilia ai “preti buoni” perché aderissero alla sollevazione antiborbonica; ed in effetti non ne mancarono fra i garibaldini, e nella cattedrale di Alcamop un frate arrivò a paragonare Garibaldi, per il nome che portava, al padre di Gesù. Ma dall’anticlericalismo Garibaldi non si discostò fino alla fine, e negli ultimi programmi elettorali insisteva per la soppressione delle corporazioni religiose, l’abolizione degli stipendi per i sacerdoti e perfino la fusione delle campane, che voleva riciclate in monete metalliche.
x x x x x
Libero pensatore e sostenitore dei popoli oppressi, repubblicano e socialista, patriota e partigiano, Garibaldi ha offerto un simbolo ed un’insegna a molteplici formazioni della politica italiana nell’Ottocento e nel Novecento; tanto più molteplici in quanto Garibaldi seppe essere ad un tempo e senza infingimenti soldato non militarista, patriota nazionale in nome di ideali universali, e nei costumi della vita quotidiana insieme popolano ed anticonformista.
Nel 1982, in occasione del centenario della morte, si riaccesero le discussioni sull’origine del mito; fu Franco Venturi ad osservare come il mito trovi radice nel fatto che in Garibaldi ebbe consacrazione la figura del leader popolano. La democrazia si afferma nell’Ottocento ad opera di leader borghesi e colti: Garibaldi, scriveva Venturi, “fu l’unico grande politico democratico ottocentesco di origine e di carattere popolare”.
I richiami alla libertà ed ai liberali ricorrono in molte pagine degli scritti di Garibaldi, ma in un’accezione diversa dall’impianto statutario, istituzionale e parlamentare del liberalismo cavouriano; per Garibaldi la libertà è lotta per il riscatto, liberale è chi lotta per una liberazione.
In Garibaldi hanno talvolta cercato un paradigma alternativo le diverse interpretazioni critiche del Risorgimento ridotto a processo elitario, conquista regia, rivoluzione mancata. Ma proprio all’integrazione portata da Garibaldi si deve ciò che il Risorgimento pure ha significato in termini di apertura europea, emancipazione popolare, costruzione dell’identità nazionale.
L’identità nazionale formata nel Risorgimento non poteva fare a meno di quell’anima popolare, come dimostra il fatto che non c’è in Italia grande città o piccolo comune che non abbia intitolato a Garibaldi una strada o una piazza; sovente la strada principale o la piazza maggiore. E dall’Italia in Europa nelle Americhe non si conta la serie dei monumenti a cominciare dalla statua sul Gianicolo che Ernesto Rossi si consolava di intravvedere dal finestrino della cella a Regina Coeli.
A proposito di statue e ritratti, mi sia permesso ringraziare il presidente Franco Marini che nella ricorrenza del bicentenario ha disposto iil ritorno del busto di Garibaldi nella sala più grande del Senato.
Nel 1907, il primo centenario della nascita di Garibaldi, fu celebrato con una monografia di Giuseppe Cesare Abba, ristampata nel 1982 in edizione anastatica dal governo con la prefazione di Giovanni Spadolini, appassionato cultore, al pari di Bettino Craxi, di memorie e cimeli garibaldini. Nella prefazione di Spadolini si racconta la commemorazione di quel primo centenario, il 4 luglio 1907, alla Camera, con l’intervento del presidente del consiglio Giovanni Giolitti. Come era consueto al suo temperamento antiretorico Giolitti andò dritto alle decisioni di fatto, proponendo ed ottenendo che la Camera approvasse seduta stante la legge dei vitalizi per i superstiti delle guerre di indipendenza. Il dovere civile della riconoscenza doveva esprimersi, secondo Giolitti, più che nelle celebrazioni, nell’impegno quotidiano di operare per l’Italia, “per essere degni di coloro che ci hanno dato una patria”.
x x x x x
Nella prosa essenziale di Giolitti, mi sembra si trovi, signor Presiente, un punto di conclusione. Una conclusione che lascia aperte le controversie interpretative intorno al mito garibaldino.
Chiamando i volontari alle armi per unire la nazione, ma con una visione che infine passò oltre gli Stati nazionali; chiamando il popolo degli esclusi a sollevarsi per conquistare una dimensione nazionale che le sole arti della diplomazia non avrebbero raggiunto; risolvendo nel proprio animo le tendenze divergenti fra l’azione patriottica e l’internazionalismo umanitario: Giuseppe Garibaldi ha costruito il proprio mito che si è prolungato nel corso delle generazioni, fino a diventare anch’esso realtà storica, una realtà che ha raccolto lungo la storia vicende e conflitti della vita civile italiana dell’Ottocento e del Novecento.
Il punto giolittiano di conclusione si ferma prima, sul debito civile verso l’eroe del popolo. Cosa ha detto al popolo italiano Garibaldi, con la sua vita? Ha semplicemente detto che bisogna amare l’Italia se si vuole governarla. Immagino che in quel senso, Giolitti parlasse del debito verso chi ci ha dato una patria. Della patria Garibaldi ha dato agli italiani, prima che la conquista, il sentimento. Fu quella la sua fondamentale onestà. Onestamente ha amato l’Italia ed ha insegnato ad amarla.
Valerio Zanone

Lascia un commento