
di Elio Brando*
Domenica 12 aprile i cittadini del Benin sono stati chiamati a votare per il loro nuovo presidente. Lo stato affacciato sul Golfo di Guinea è un paese-cerniera per gli equilibri in Africa occidentale: si trova infatti al centro di tendenze che stanno ridisegnando la geografia politica e di sicurezza dell’intera regione. Il mandato del neo-eletto presidente Romuald Wadagni si apre in un contesto regionale in rapida evoluzione, nel quale le sfide interne del Benin, tra sicurezza, coesione istituzionale e posizionamento diplomatico, si intrecciano con le dinamiche di un’Africa occidentale sempre più frammentata. Il nuovo capo di Stato eredita questa realtà, dopo dieci anni come Ministro dell’Economia e delle Finanze alle direttive del presidente uscente Patrice Talon.
Il sistema Talon e il campo chiuso
Talon, imprenditore del cotone fra gli uomini più ricchi dell’Africa subsahariana, vinse le presidenziali nel 2016 presentandosi come candidato indipendente e di rottura rispetto a un sistema percepito come corrotto e clientelare. Le sue promesse elettorali, concertate con la coalizione di governo che l’aveva sostenuto, riguardavano il rafforzamento delle istituzioni democratiche, l’introduzione di un limite ad un solo mandato presidenziale e la modernizzazione dell’economia. In virtù dell’impossibilità di candidarsi ancora una volta, dopo aver già ottenuto un secondo mandato nel 2021, Talon ha gestito la propria successione politica, non prima però di aver varato, nel dicembre 2025, una riforma della costituzione che ha prolungato la durata della carica presidenziale da cinque a sette anni, rinnovabile una sola volta.
A lungo, il Benin è stato visto come un esempio positivo per le sue performance democratiche: il percorso dal 1991, anno delle prime elezioni multipartitiche, è stato valutato dai principali osservatori di standard democratici come uno tra i più favorevoli del continente. A partire dal 2018, però, si è registrata un’inversione di tendenza. Una serie di riforme elettorali approvate tra il 2018 e il 2019, durante il primo mandato Talon, hanno introdotto misure che hanno di fatto reso più difficile l’accesso alla corsa presidenziale per le forze d’opposizione. Tra queste, per i candidati alla presidenza è necessario il patrocinio (parrainage) di almeno 28 parlamentari o sindaci, una soglia che, dato il dominio della coalizione di governo nelle assemblee elettive, è molto complicata da raggiungere per un candidato d’opposizione. Il risultato è che l’indice sulla democrazia elettorale di Varieties of Democracy (V-Dem) registra un crollo netto del Benin: da 0,713, quasi 0,3 punti sopra la media africana, nel 2016, anno di insediamento di Talon, l’indice è sceso nel 2020 a 0,408, al di sotto della media continentale. L’apertura alle opposizioni durante le elezioni parlamentari del 2023 ha risollevato leggermente l’indice, poiché ha segnato il ritorno alla competizione di sette partiti di minoranza dopo quattro anni di esclusione dovuti a restrizioni normative. Tuttavia, il paese risulta oggi classificato come autocrazia elettorale.
Il successo di Wadagni, tra asimmetria competitiva e continuità istituzionale
In questo contesto, la competizione era ridotta a soli due candidati. L’unica opposizione a Wadagni, successore designato dal presidente uscente, era rappresentata da Paul Hounkpè, leader delle Forces Cauris pour un Bénin émergent (FCBE), la cui partecipazione era stata criticata per essere più un’opposizione di facciata che un’alternativa reale. Il principale partito d’opposizione, Les Démocrates (LD), non ha potuto prendere parte alla corsa poiché la candidatura del suo rappresentante, l’avvocato Renaud Agbodjo, è stata invalidata a ottobre 2025 dalla Commissione elettorale. Wadagni si è dunque imposto come candidato della coalizione di governo vincendo, secondo i risultati parziali, con il 94% dei voti al primo turno. Oltre 7,8 milioni di elettori registrati erano attesi alle urne: di questi, circa 4,6 milioni hanno votato, con un tasso di partecipazione che si è attestato al 58,8%.
Lo stesso Talon, a maggio del 2025, aveva definito insieme ai partiti di maggioranza i criteri per la scelta del suo successore, individuando nel suo ministro delle Finanze il candidato ideale. Politicamente, Wadagni si è sempre rifiutato di aderire a un partito, una posizione determinante per ottenere il sostegno della stessa coalizione di governo che aveva appoggiato l’indipendente Talon nel 2016. Inoltre, il nuovo presidente è originario di una regione al confine con il Togo, il Mono, che si è mantenuta estranea alle rivalità tra nord e sud del paese che caratterizzano la vita politica beninese da decenni. Ma è nella sua funzione di ministro delle Finanze che Wadagni è riuscito a soddisfare i requisiti di candidato ideale: è stato il principale artefice delle riforme strutturali ed è visto come rappresentante della continuità per eccellenza. Al contempo, la sua provenienza dal mondo imprenditoriale – ha maturato una solida esperienza internazionale nella società di consulenza Deloitte, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, fino a diventare partner e managing director – lo rende un interlocutore credibile per investitori e istituzioni internazionali.
Wadagni è dunque riuscito a capitalizzare sulla continuità politica, così come sui successi economici dell’amministrazione Talon. Sul piano economico, infatti, il paese ha conseguito un risultato difficilmente immaginabile nel 2016. La crescita del Pil è salita dal 3,3% del 2016 al 7,5% nel 2024, con una media annua intorno al 6%. Questa performance ha subito un rallentamento nel 2020, durante lo shock pandemico, ma si è mantenuta robusta rispetto alla media continentale, confermando l’efficacia di un approccio economico incentrato su riduzione del debito, emissione di Eurobond e digitalizzazione dei servizi. Al cuore di questa crescita c’è Cotonou, il porto principale del paese e una delle più importanti vie di accesso per i paesi vicini che non hanno uno sbocco diretto al mare, tra cui Burkina Faso e Niger, con cui il Benin condivide il confine settentrionale. Il paese è anche il terminale del più lungo oleodotto in Africa, gestito dalla cinese China National Petroleum Corporation (CNPC): 1.950 chilometri collegano i pozzi petroliferi di Agadem, in Niger, alle coste del Benin. Nonostante la sua inaugurazione nel maggio 2024, proprio questa infrastruttura resta uno dei terreni di forte tensione diplomatica con Niamey.
Tensioni regionali e stabilità: le priorità securitarie della nuova presidenza
Quando, nel 2023, un colpo di stato ha deposto il presidente del Niger Mohamed Bazoum, la frammentazione e la polarizzazione degli equilibri regionali in Africa occidentale hanno subìto una inevitabile accelerazione. Talon si era espresso apertamente in favore di un intervento militare da parte dell’organizzazione regionale, l’ECOWAS, contribuendo a un deterioramento delle relazioni bilaterali con Niamey, manifestatosi nella chiusura del confine tra i due paesi. Questo deterioramento si è inserito in una più ampia frattura politica tra la comunità economica e l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), la confederazione creata nel 2023 da Mali, Burkina Faso e Niger per cementare il sostegno reciproco. In campagna elettorale, Wadagni ha offerto segnali di distensione nei confronti dell’AES, allineandosi con un approccio di crescente pragmatismo legato alla necessità di coordinamento tra le due organizzazioni (AES e ECOWAS) in particolare sul fronte della lotta al jihadismo.
Quest’ultimo aspetto rimane per il Benin – così come per il resto della regione – particolarmente cruciale e urgente. Dal primo attacco nel paese, nel 2019, la minaccia alla sicurezza nei distretti settentrionali di Alibori e Atacora è costantemente cresciuta. Secondo i dati ACLED, il 2025 è stato l’anno con il maggior numero di episodi di violenza mai registrato in Benin. La geografia amplifica queste dinamiche: il paese si trova alla confluenza con i confini di Burkina Faso, Niger e Nigeria, ognuno dei quali ospita gruppi ribelli armati. I parchi transfrontalieri, come il complesso W-Arly-Pendjari, sono utilizzati da cellule di guerriglia anche a causa di una gestione militarizzata delle riserve naturali da parte dei governi, che ha spesso generato dinamiche di marginalizzazione delle comunità locali e conseguente sostegno ai gruppi estremisti, facilitando dunque la loro mobilità transfrontaliera. I due principali gruppi armati, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliata ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) seguono lo stesso schema già visto in contesti diversi: radicamento nelle aree rurali periferiche e attacchi alle forze di sicurezza. A fronte di questa escalation, Porto-Novo ha sviluppato iniziative di cooperazione in materia di sicurezza con Nigeria e Costa d’Avorio. Inoltre, il contrasto al terrorismo di matrice jihadista è sostenuto dalla presenza di addestratori delle forze speciali francesi nel nord del paese: questa partecipazione, pur essendo limitata, è considerata simbolicamente significativa poiché in controtendenza rispetto al resto della regione, che cerca di affrancarsi dalla storica influenza militare di Parigi, e, in particolare, rispetto al sentimento anti-francese di paesi come Burkina Faso, Mali e Niger.

Lo ‘spillover’ securitario del contesto saheliano si è fatto sentire anche sul piano politico, con il tentativo di colpo di stato del 7 dicembre 2025. Un gruppo di soldati, guidato dal tenente colonnello Pascal Tigri, ex comandante delle forze speciali, è apparso sulla televisione di stato, affermando di aver deposto il presidente Talon e sciolto tutte le istituzioni statali. Tigri, nel suo discorso, aveva fatto ricorso agli stessi argomenti che i golpisti in Mali, Burkina Faso e Niger avevano addotto come motivazioni: il deterioramento securitario nelle zone di frontiera e l’assenza dello stato nelle regioni colpite. Il tentativo di golpe è stato sventato in poche ore grazie alle forze fedeli al presidente, agli attacchi aerei nigeriani e all’intervento dell’ECOWAS, segnalando una risolutezza da parte della comunità economica rispetto ad altri casi di colpo di stato in altri paesi membri.
La presidenza Wadagni avrà ora il compito di gestire una non facile ricomposizione: il pragmatico coordinamento con l’AES appare imprescindibile per contenere una minaccia jihadista che per sua natura è transnazionale, ma un riavvicinamento non calibrato rischierebbe di allentare i legami con i partner in seno all’ECOWAS e oltre, che hanno contribuito in modo determinante alla tenuta istituzionale del paese nel dicembre 2025. La sfida sarà costruire una postura diplomatica e securitaria capace di reggere questa pressione, il cui esito contribuirà a definire la tenuta securitaria dell’intera fascia costiera dell’Africa occidentale, esposta alle pressioni jihadiste dal Sahel, e il ruolo dell’ECOWAS come punto di riferimento della cooperazione regionale. Per il Benin, si tratterà dunque di navigare un contesto regionale fluido e in fase di ridefinizione, misurando al contempo la solidità degli assetti politico-istituzionali interni.
Elio Brando
*Istituto Ispi

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