Giovanni Gronchi nel governo Mussolini (1922-1923)
Austero e come sempre puntuale il ricordo di Giovanni Gronchi (Pontedera, Pisa, 1887-Roma, 1978) delineato dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Oltre che presidente della Repubblica (1955-1962) e volontario pluridecorato nella Grande Guerra, il cattolico Gronchi va ricordato anche quale sottosegretario all’Industria nel governo presieduto da Benito Mussolini (31 ottobre 1922), a fianco del ministro Teofilo Rossi di Montelera, giolittiano di stretta osservanza. Il Partito popolare italiano (ne era segretario don Luigi Sturzo, che aveva messo il “veto” a un governo Giolitti-cattolici-socialisti) entrò a vele spiegate in quello del “duce del fascismo”. La storia non è quella narrata in tanti manuali e in melensi programmi televisivi. È un percorso a segmenti discontinui sui carboni ardenti. A volte si avanza, a volte si arretra. E accade di precipitare in un regime di partito unico, con un solo “comandante”. Difficile è uscirne.
È quanto avvenne in Italia tra il 1925 e il 1943. Diciotto anni non sempre hanno la stessa “durata” nella storia. Talora sono di stasi, talaltra di eventi burrascosi. Tra il 1946 e oggi sono corsi 74 anni, ma, a parte il cambio della forma dello Stato (da monarchia a repubblica), il Paese è rimasto complessivamente stabile. Molto si parla di seconda o di terza repubblica, aperta dal governo giallo-verde, ma neppure i costituzionalisti sopraffini sanno indicare con chiarezza la cesura tra l’una e l’altra: distinzioni nominalistiche anziché sostanziali. La Costituzione, infatti, rimane identica e nel suo insieme lo Stato regge, sia pure per inerzia e malgrado le costosissime Regioni, la sterilizzazione delle ormai esangui Province e l’abisso nel quale precipitano centinaia di comuni, sull’orlo del fallimento. Semmai sono i “partiti” a risultare lontani dal profilo dettato dall’art. 49 della Carta, che ne esige la democraticità interna.
Scartata l’ipotesi di sostituire la monarchia con una repubblica presidenziale (proposta da costituenti sicuramente democratici, come alcuni deputati del Partito d’Azione e poi rilanciata dal repubblicano Randolfo Pacciardi, anticomunista e massone), la Costituzione istituì un regime di pesi e contrappesi che ha sinora scongiurato la conquista del potere per mano di un partito solo o di una coalizione tentati di annientare in vario modo le opposizioni (anche per prosciugamento dei “fiancheggiatori”, come fece il Partito nazionale fascista tra il 1924 e il 1931). Nel dopoguerra era ancora fresco il ricordo dei diciotto anni che tra il 1925 e il 1943 videro in Italia l’avvento del partito unico e l’introduzione di misure che segnarono la progressiva inversione del corso liberale iniziato con lo Statuto albertino nel 1848 e guidato nel tempo da Massimo d’Azeglio, Camillo Cavour, Quintino Sella, Giovanni Giolitti… Unici antemurali alla vera e propria dittatura personale totalitaria rimasero la monarchia e il Senato: due pilastri ancora poco studiati e quasi perduti nelle nebbie della disinformazione storica perdurante.
In quei diciotto anni (numericamente pochi ma gravidi di conseguenze disastrose) l’Italia visse vicende contrastanti: un’innegabile crescita economica e un’ulteriore costruzione della nazione attraverso una miriade di organizzazioni (incluso il Dopolavoro fascista, che non richiedeva formalmente la tessera del partito) e di enti che giorno dopo giorno dilatarono il consenso a sostegno del governo da parte di quel “popolo” che “campa” senza farsi troppe domande. Il capo del governo, Benito Mussolini, alternò roventi polemiche contro la Società delle Nazioni (con le stesse formule oggi usate contro l’“Europa” e i “poteri forti”) a “trattative serrate” per consentire all’Italia di sedere al “banchetto” delle grandi potenze, con un occhio rancoroso verso la Gran Bretagna, il “paese dei cinque pasti al giorno”. Su quella base si susseguirono la guerra per la conquista dell’Etiopia (1935-1936), il sostegno all’alzamiento in Spagna dei Quattro generali contro il governo repubblicano di Madrid, l’“annessione” dell’Albania, sino all’intervento in guerra a fianco della Germania, dopo dieci mesi di “non belligeranza”, frutto di tali riserve mentali e pratiche, tanto da essere definita “guerra parallela”. Come incautamente dichiarò Umberto di Savoia, Luogotenente del regno, a un callido giornalista straniero, in Italia nessuno si oppose apertamente e vigorosamente alla politica estera mussoliniana, approvata da tutti gli organi dello Stato anche quando non pienamente o per nulla condivisa. Per anni il Paese visse in una sorta di sospensione di giudizio. Nel 1936 la raccolta di oro alla patria a sostegno dell’impresa d’Etiopia ebbe un successo straordinario. Due anni dopo le leggi antiebraiche non suscitarono alcuna onda d’indignazione.
Il regime, poco a poco
La deriva dal regime statutario a quello monopartitico e liberticida avvenne gradualmente. A differenza di quanto ripetutamente asserito da Emilio Gentile, l’avvento del governo Mussolini (il 31 ottobre 1922, senza alcuna “marcia su Roma”) non fu affatto “subito regime”. Esso comprese tutti i partiti costituzionali (inclusi popolari e demosociali del teosofo Colonna di Cesarò) ed ebbe in primo piano due garanti del Re (il generale Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel alla Guerra e alla Marina). La legge che nel 1923 assegnò due terzi dei seggi al partito che superasse il 25% dei voti validi fu approvata dalla Camera eletta nel maggio 1921. Nel “listone” nazionale si candidarono notabili liberali come Vittorio Emanuele Orlando ed Enrico De Nicola. Alle elezioni del 6 aprile 1924 il “listone” non rubò nulla. Mentre nel 1921 nessun partito era andato oltre il 25% dei voti, esso ottenne il 65% dei suffragi. Avrebbe avuto la stragrande maggioranza degli scranni anche senza la legge Giolitti-Acerbo. Dall’anno seguente (anche in risposta a quattro successivi attentati alla vita di Mussolini, caso unico in Europa, e per conseguenza dell’astensione dall’Aula di repubblicani, socialisti, democratici e popolari, il cosiddetto “Aventino”, capolavoro di suicidio politico come ha scritto Enrico Tiozzo nella biografia di Giacomo Matteotti) la corsa verso il partito unico subì un’accelerazione, sino alla costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo.
Però secondo Dino Grandi, dal 1937 conte di Mordano, uno dei suoi gerarchi eminenti, solo dal 1932 il “duce del fascismo” forzò la mano verso un più ampio esercizio del potere, sino ad apparire quale dittatore. La cesura venne segnata dall’imposizione ai “pubblici impiegati” (inclusi i docenti universitari) del giuramento di fedeltà al duce, prima riservato esclusivamente al re e ai suoi successori. Ne rimasero indenni i soli militari.
E la ricerca di una via d’uscita
Nel luglio 1943 si susseguirono tre eventi che aprirono gli occhi anche ai ciechi: lo sbarco angloamericano in Sicilia, il rapido crollo della difesa dell’isola (che Mussolini riteneva una fortezza quasi inespugnabile) e il mancato sostegno al “fronte sud” da parte dei germanici, ancora convinti di poter piegare l’URSS prima che gli Alleati aggredissero la Terraferma (avvenne solo nel giugno 1944, con lo sbarco in Normandia) e di mettere a punto le decisive “armi segrete”. Inchiodata alle condizioni dettate dalla Conferenza di Casablanca (resa senza condizioni), per salvare il salvabile l’Italia doveva separarsi dal regime mussoliniano. Ne hanno scritto in molti, sino a Paolo Nello in “Dino Grandi, gli altri e quel rebus del 25 luglio” (Nuova Antologia, 2018, quaderno 2287), puntuale ricostruzione della contraddittoria fase agonica del regime nei dodici giorni fra il 13 e il 25 luglio 1943.
Ma il 25 luglio non fu “eutanasia del duce”
Su quelle vicende torna il saggio “25 luglio 1943” (ed. Laterza, Premio Acqui Storia 2018, sezione divulgativa) in cui Emilio Gentile vorrebbe dimostrare che il voto del Gran Consiglio del Fascismo non fu “subdola congiura di traditori” (come poi denunciato da Mussolini) o (secondo Badoglio) il “suicidio, consapevole o involontario del regime”, ma l’“eutanasia di un duce, che aveva perso il suo carisma”: una sorta di “morte assistita”, dunque. Sennonché, se la lingua ha ancora senso, la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24/25 luglio 1943 tutto volle tranne che la “buona morte” del duce o del regime. Anche nel significato oggi corrente, l’“eutanasia” presuppone l’esplicita intesa tra la vittima e quanti “provvedono”: proprio quello che mancò prima e nel corso delle 10 ore dell’estenuante seduta (dalle 17 di sabato 24 alle 2.30 di domenica 25).
In assenza di un vero e proprio “verbale” della riunione, Gentile ripercorre minuziosamente le molte e contrastanti versioni postume dei suoi partecipanti, spesso modificate nel tempo: una perlustrazione più ampia di quella a suo tempo condotta da Gianfranco Bianchi sin dal 1963 in “Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio 1943: crollo di un regime”, anche perché molte “memorie” dei protagonisti (da Luigi Federzoni a Carlo Scorza, segretario del Partito Nazionale Fascista) uscirono dopo quell’opera meritoria, completa della suggestiva galleria dei “Dramatis personae”.
Gentile ricorda le tante (e ben note) attestazioni di fedeltà, spinte sino all’adulazione servile, a Mussolini professate dai gerarchi, diversissimi per itinerario politico e caratura culturale, che capitanarono il “pronunciamento” del 25 luglio. È il caso di Dino Grandi, Luigi Federzoni e Giuseppe Bottai: nazional-monarchici i primi due, fascista corporativista il terzo, non per caso da Mussolini designato in pectore a successore di Grandi quale presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che dal 1939 aveva sostituito la Camera elettiva. Come noto, la convocazione del Gran Consiglio fu chiesta al duce sin dal 16 luglio, vigilia dell’incontro tra Mussolini e Hitler a Feltre e del bombardamento di Roma da parte degli anglo-americani, deciso proprio quale acceleratore della crisi perché spense le illusioni di quanti contavano che, sede della Città del Vaticano oltre che capitale d’Italia, essa godesse di speciale immunità: “città aperta”, come poi si disse. Gentile aggiunge che Mussolini aveva motivo di ritenere che la seduta potesse assumere il carattere di una “riunione confidenziale”, un mero scambio di opinioni. In effetti, il Gran Consiglio, “organo supremo della rivoluzione fascista” (formula retorica più che sostanziale) andava “sentito” su questioni “aventi carattere costituzionale”, per esempio sulle leggi concernenti la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona e del capo del governo, la composizione e il funzionamento delle Camere, la predisposizione e aggiornamento della lista dei successori del duce e dei candidati a ministri. Però (e lo ricorda Guido Melis in “La macchina imperfetta”, Premio Acqui Storia per la sezione scientifica) la legge istitutiva del Gran Consiglio non precisò se il parere fosse vincolante. Di fatto i Consiglieri non vennero chiamati a pronunciarsi su molti temi di grande peso, incluso l’intervento dell’Italia in guerra.
In vista della seduta del 24 luglio Grandi elaborò un ordine del giorno, modificato due volte (come bene ricorda Paolo Nello) e non solo sotto il profilo stilistico, in ripetuti incontri con Federzoni e Bottai, e ne fece avere il testo a Mussolini stesso. Nella sostanza esso propose che Vittorio Emanuele III assumesse i poteri riconosciutogli dallo Statuto, in forza del quale il re comandava le forze di terra e di mare. Doveva essere il re del 24 maggio 1915, di Peschiera (8 novembre 1917), del Piave e della Vittoria, come Grandi scrisse al Duce e garantire all’Italia “unità, indipendenza e libertà”. L’ordine del giorno non propose affatto né la pace separata, né (meno ancora) un cambio di alleanze. Non ventilò neppure lo scioglimento del Partito, della Camera e degli altri organi tipici e propri del regime fascista, a cominciare dalla Milizia volontaria di sicurezza nazionale.
L’iniziativa del Re…
I “cospiratori” in realtà non complottarono affatto. Si rimisero indirettamente al re. Alla seduta alcuni andarono consapevoli dei rischi. Federzoni e Grandi si confessarono e comunicarono. Grandi portò in tasca due bombe a mano, deciso a vender cara la pelle se i Moschettieri del duce fossero passati a vie di fatto o fossero giunti in soccorso militari tedeschi. La riunione si chiuse con l’approvazione a larga maggioranza dei presenti dell’ordine del giorno Grandi-Federzoni-Bottai, messo in votazione da Mussolini, che rese pertanto irrilevanti l’ordine del giorno filogermanico di Roberto Farinacci e quello di Carlo Sforza, segretario del PNF, fautore della continuità del regime. L’odg prevalso, tuttavia, non prevedeva affatto l’emarginazione del duce, bensì “solo” l’assunzione dei poteri statutari da parte del re: in concreto, il comando (nominale) delle Forze Armate, da esercitare tramite tre ministri militari di nuova nomina; a Mussolini sarebbe toccato invece il compito di rianimare il Partito, cinghia di trasmissione tra l’esecutivo e il Paese.
… e di Domenico Maiocco
La storia ebbe altro corso. Vittorio Emanuele III era stato informato del voto e ne conobbe subito l’esito. Poiché Mussolini chiese di esserne ricevuto, il re accelerò l’attuazione del piano da tempo allo studio: destituire il duce e sostituirlo con Pietro Badoglio, Duca di Addis Abeba, gradito agli inglesi ai quali questi aveva fatto riservatamente sapere di non sentirsi troppo legato a Casa Savoia. Dopo il brevissimo colloquio a Villa Savoia Mussolini venne “fermato” (non “arrestato”, a differenza di quanto scrive Gentile: misura, questa, che presuppone una imputazione) e tradotto da una all’altra caserma dei carabinieri, ove ebbe tempo e modo di scrivere a Badoglio dichiarandosi a disposizione del nuovo governo per continuare la guerra. Ma l’obiettivo ultimo della svolta era invece ottenere l’accettazione della richiesta di armistizio. L’Italia era “in tocchi”. Bisognava evitare che divenisse campo di battaglia, come poi purtroppo accadde.
Nel racconto del 25 luglio Gentile cita (ma appena in una nota) un passaggio importante della crisi e ne ignora del tutto la seconda, ancor più decisiva. Il 22 luglio 1943 63 senatori (molti dei quali più o meno “fascisti”) chiesero al presidente della Camera Alta, Giacomo Suardo, la convocazione del Senato in seduta plenaria “data la gravità della situazione”. Perché Grandi non fece altrettanto, propugnando la convocazione della Camera? Forse avrebbe salvato almeno i rappresentanti nominati dalle “corporazioni”. La seconda omissione è il ruolo giocato da Domenico Maiocco, socialista, antifascista e massone, che fece pervenire l’odg Grandi a Ivanoe Bonomi, “regista” degli antifascisti che si stavano organizzando in governo alternativo a quello del re: una vicenda nel 2015 ampiamente esaminata dall’allora Capo dell’Ufficio Storico dello SME, Antonino Zarcone, sulla scorta di molti inediti (ed. Annales). Monarchico, Maiocco era per l’unità nazionale vera. I revenant dell’Aventino preferirono imboccare invece la via della lotta frontale contro il regime monarchico. Se ne videro poi le tragiche conseguenze.
Aldo A. Mola

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