Il dato finale, che deve preoccupare alquanto la politica, più degli affitti d’oro, è che un chilometro percorso da un mezzo ATAC costa quasi 3 volte il costo in Gran Bretagna (qui non si parla dei prezzi, ma dei costi) e il doppio di quello svedese.

Si potrebbe pensare che la mancata conversione sia un bene, perché come ricorda la nota del Ministro dei Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini “sarà contenuta la correzione, annunciata in Parlamento, alla norma relativa agli affitti di immobili da parte della pubblica amministrazione”.
Ben venga questa correzione, ma nessuno parla di un punto che costa molto di più alle tasche degli italiani, vale a dire la norma “Salva ATAC” che serve di fatto a conservare gli sprechi dell’azienda municipale romana.
Non è un caso forse che il Movimento 5 Stelle sia rimasto in silenzio su questo, forse perché avevano degli interessi da difendere, quali la salvaguardia dei posti degli autisti.
L’ATAC è l’azienda pubblica che gestisce il trasporto pubblico con quasi 12 mila dipendenti e un fatturato che sfiora 1,2 miliardi di euro.
Di questi ricavi, circa il 70 per cento arrivano dai contributi pubblici, vale a dire dalle tasse dei contribuenti italiani.
Per meglio comprendere “l’affollamento di dipendenti”, basta vedere il tasso di copertura della spesa per il personale con il ricavo da tutti i biglietti e abbonamenti venduti in un anno.
Questi ricavi coprono solo il 45 per cento delle spese per il personale.
Vuol dire che una volta utilizzati tutti i ricavi da biglietti e abbonamenti, bisogna ancora coprire il 55 per cento dei costi per il personale e inoltre, il costo del carburante e tutti gli altri costi operativi.
Nel corso degli ultimi 4 anni l’azienda ha perso in termini operativi quasi 700 milioni di euro, nonostante abbia ricevuto circa 3 miliardi di euro di contributi pubblici.
Il dato finale, che deve preoccupare alquanto la politica, più degli affitti d’oro, è che un chilometro percorso da un mezzo ATAC costa quasi 3 volte il costo in Gran Bretagna (qui non si parla dei prezzi, ma dei costi) e il doppio di quello svedese.
Questi dati sono incredibili perché un dipendente svedese costa più di quello italiano, ma evidentemente in ATAC c’è un numero spropositato di dipendenti.
Le inchieste hanno rivelato quali fossero i metodi di assunzione, non solo dei dirigenti, ma generalizzato in tutta l’azienda.
È chiaro dunque che i costi ATAC sono doppi rispetto a quelli europei e tramite una liberalizzazione del settore si potrebbero evitare sprechi per mezzo miliardo di euro l’anno.
Come fare?
Non certo introducendo una norma come quella contenuta nel “Salva Roma/ Salva ATAC” che dava la golden share ai sindacati per eventuali licenziamenti. Tale emendamento proposto dal senatore Aracri di Forza Italia è stata appoggiata trasversalmente dal Partito Democratico e dalla CGIL.
Al contrario bisognerebbe aprire liberalizzare il mercato, facendo delle gare serie per l’affidamento del servizio, magari suddividendo il mercato in aree non eccessivamente grandi.
In questo modo si introdurrebbe la concorrenza e con un risparmio di mezzo miliardo di avrebbe un servizio sicuramente di qualità superiore.
Oggi il metodo di assegnamento del servizio è ridicolo. Il Comune assegna alla sua azienda municipalizzata ATAC il servizio, senza alcuna gara (sembra lo spot, vuoi vincere facile)
In futuro, le gare non dovranno essere gestite dal Comune, ma dovrà esserci un conflitto d’interesse tra chi appalta il servizio e chi gestisce il servizio.
Chiaramente quasi nessuno il Parlamento ha alzato la voce per mezzo miliardo di sprechi di ATAC, mentre tutti si sono lanciati sul bersaglio degli affitti d’oro.
A chi fa comodo controllare migliaia di dipendenti comunali, ottimo serbatoio di voti?

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