A volte una foto vale più di travagliate scelte congressuali, di dibattiti interni, di parole d’ordine e mozioni unitarie, di scontri, alleanze e ancora scontri tra le maggioranze e le minoranze d’un partito.
Siamo alla fine degli anni quaranta, è il 25 aprile o il 1 maggio, e per la ricorrenza nelle vie milanesi sfila militarmente inquadrato un gruppo di Soccorso Rosso. Fatto di per sé insignificante dati gli anni, ma per niente trascurabile è che i cinquanta o cento baldi giovanotti hanno tutti lo stesso abbigliamento, ossia una divisa costituita dai giubbotti in pelle da ”bomber“ USA, spalle ampie e minacciose, tanto da indovinarsi già il Marlon Brando del “Selvaggio”.
Questa foto è emblematica per datare uno dei tanti recuperi del “beau geste“ a sinistra.
Recuperi che l’estro e l’iniziativa dei singoli ha certamente anticipato in modo scomposto tentando di colmare nell’atteggiamento individualistico, nel “beau geste”, in uno stile qualsiasi le aspettative deluse dalla realtà politica in atto. Ma è un recupero che appartiene in pieno ai ricorrenti sussulti della sinistra impazzita.
Icona obbligata del “beau geste” a sinistra fu il socialismo del Piave già dannunziano, e martirologio prima dei martiri veri sulla sponda del fiume. Perché certe acclamazioni storiche troppo attese hanno determinato anticipazioni singolari in cui il desiderio del sacrificio è tale da imporne il rito prima che il sacrificio avvenga, trasformando la sofferenza e la morte in “beau geste”, nel vessillo che poi scava lo stile emotivo fondamento dei regimi. All’esempio citato si potrebbero aggiungere tanti altri “beau geste” di sinistra, ma parliamo solo dell’ultimo, che appartenne e ancora appartiene, anche se pensionata, a quella che con uguale
pomposo richiamo è chiamata da cinematografari storiografi “la meglio gioventù”.
Il dato più significativo è che il “beau geste” della “ meglio gioventù ” scoprì immediatamente terrorismo rosso e nero affratellati, non per la condanna a cui entrambi soggiacciono, non per lo scontento antisistema, come allora usava dire, non per sotterranei incroci ideologici, ma proprio e soltanto per l’appartenenza del “beau geste” a una dimensione antropologica, prepolitica, dove gli opposti estremismi si affrontavano e ammazzavano sotto cenci politici indistinguibili perché poco pregnanti rispetto alla corazza antropologica che li accomunava.
Se in ciò la destra estrema non ebbe problemi, diverso discorso richiede la contraddizione del “beau geste” nella sinistra extraparlamentare, non sorretta dal mito dell’atto eroico come nel terrorismo nero, ma dal mito dell’atto per la giustizia che inesorabilmente va costruita. A sinistra infatti il “beau geste”, pur classificato come passaggio inevitabile per costruire la giustizia, è subito però scavalcato dall’assunzione dell’eroe a nume tutelare, con identica funzione protettiva e simbolica dell’eroe di destra.
Mentre il “beau geste” di destra non aspirava a altro che all’assunzione icastica dell’eroe facendone un nume tutelare, si pensi a Giovanni Berta o Horst Wessel, il “beau geste” di sinistra opera un periplo più contorto per approdare agli stessi esiti.
Già le formazioni partigiane prendevano i nomi di comandanti o combattenti caduti, operando un’inconsapevole dirottamento a destra, ancora giustificato però dal loro inquadramento militare, dall’essere per lo più composte da ex soldati
sconfitti o traditi operanti contro l’esercito regolare tedesco. Invece il vizio del nome dell’eroe esplicita in pieno il travaso della sinistra a destra appunto col terrorismo rosso della “ meglio gioventù “.
Tante colonne BR o di Prima Linea portavano il nome di un compagno morto, esattamente come esistette la Brigata Partigiana Potente (Aligi Barducci) o nella RSI la Ettore Muti o la Giovanni Berta, tutti battesimi assolutamente coerenti con la religione dell’eroismo della destra, oltretutto in guerra, ma in tempo di pace incomprensibili a sinistra se non per l’accoglimento della stessa religione.
Anche l’esempio terrificante dell’URSS con le parate irte di foto degli eroi della rivoluzione e del lavoro fin dagli anni venti doveva avvertire i nostri solerti antifascisti del carattere genuinamente fascista del socialismo “realizzato” e che non esisteva un fascismo buono con cui accordarsi per combattere il fascismo cattivo.
Ma questa è davvero un’altra storia per un altro Novecento che si potrebbe anche provare a raccontare pur di farlo accadere almeno un po’, tardi ma sempre in tempo.
Un’altra storia appunto. Se queste sono le contraddizioni tra politica e antropologia che emergono infilando nella storia una banale lente estetica dove raggi all’apparenza divergenti convergono e gli altri divergono, è pur vero che il travaso della “meglio gioventù” a destra attraverso il “beau geste” ebbe stilisti e sobillatori insoliti, quasi da vergognarsene. Perché al di là dei fiumi di comunicati pedissequamente scimmiottati sulle analisi del marxismo scientifico e rivoluzionario, l’ideologia militare delle BR credeva di trovare fondamento nella religiosità implacabile della palingenesi castrista e del Che, necessitanti però di un adeguamento passionale, di una via italiana alla violenta giustizia di popolo, ancora più impellente quando agli inizi dei sessanta fu fatta circolare la voce della resistenza e di Piazzale Loreto traditi.
Fu a questo punto che l’ingenua parata dei compagni “bomber” alla fine dei quaranta restò solo patrimonio della sinistra intransigente della “meglio gioventù” rispetto alla sinistra parlamentare e governativa rivestita a nuovo, ma sempre con un occhio aperto a vedere se gli eventuali frutti del “beau geste” potessero tradursi in egemonia. Tutto fa brodo. Nella “meglio gioventù” sia i capi professori, persi in teoriche battaglie, sia i portalettere manovalanza erano privi di modelli visivi indigeni, mancavano di stilemi di un’epica da imitare.
E non siamo affatto lontani dal vero a includere nella carità loro fatta di questi stilemi, anche l’epica e lo stile degli “spaghetti western”di Sergio Leone e affini, film come “Giù la testa” o altri, dove si davano a prezzi da fotoromanzo religiosità e erotismo selvaggi, rivendicazioni libertarie degli umili e dei diversi vessati, pistolettate a iosa, scannamenti, ribellismo e superomismo di “sinistra”, il tutto condito nel destino verdiano di colonne sonore
sopravvalutate.
In breve quanto stava franando sotto i piedi del cattolico conciliare chiamato a risolvere “hic et nunc” i destini dell’umanità, tra cui il riscatto di Piazzale Loreto tradito, ebbe anche questa veste di fumetto che apertamente incantava i portalettere e nascostamente i professori, come i fratelli maggiori di Soccorso Rosso erano stati incantati dal pedestre miscuglio tra sfilate neozariste sulla Piazza Rossa e giubbotto dei “bomber “ USA.
Così una generazione con laurea o con la media dell’obbligo diventò giocoforza una generazione di soli ignoranti, aizzati fin da giovani a un’avidità libraria creduta libertà del sapere che nei primi Bookmarket Feltrinelli all’inizio dei sessanta permetteva di saltellare da Dante a Calvino, da Marx a Budda, da Gesù a Stalin, senza che la filologia piantasse paletti, sempre pedante ma in questo caso benvenuta salvatrice se avesse ostacolato il degrado del sapere in fregnacce accattivanti.
Fu l’ecatombe dell’intelligenza nel matrimonio tra sinistra e mercato, ecatombe che fece un vizio fruttuoso delle attese deluse, quando la resistenza tradita prese a mangiarsi la coda, al punto che il “beau geste” di sinistra divenne ricerca di stile, atteggiamento e pratica di professori e portalettere, resa impraticabile la via della “meglio gioventù” ma dalla stessa ben dissodata. Se il rito non sopraffece il sacrificio come nel socialismo del Piave, fu merito della la sinistra parlamentare, ma i capi del PCI e ancora oggi dei DS, dal giustiziere Longo allo stralunato Fassino, accolsero e accolgono le tante gradazioni del “ beau geste ” per la realizzazione pur edulcorata dell’egemonia gramsciana. In realtà fosse la pistola BR o la penna del finanziere di nicchia rossa, si tratta e si tratterà sempre di un “beau geste” dove la sinistra è affogata barattando l’intelligenza critica in cambio di un proprio stile di vita.
Marzio Siracusa

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