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IDENTITA’, NAZIONALITA’, LIBERTA’: I NUOVI CONFINI DELLA SFIDA ALLA CONVIVENZA CIVILE

Proprio perché ospita da molti anni una vasta comunità islamica, la Francia ha da tempo preso atto del complesso problema della convivenza tra diverse religioni, capendo ed ammettendo molto prima di altri paesi che questa è una bomba destinata a deflagrare violentemente se non viene disinnescata a tempo. Di Chiara Boriosi

di Chiara Boriosi | 26 Gennaio 2010

Il dibattito che infuria in questi giorni in Francia riporta alla ribalta l’irrisolta questione dell’uso del burqa e del niqab da parte delle donne musulmane in un momento politico peraltro reso incandescente dalla stretta imposta dal governo Sarkozy – in forte calo di popolarità a metà del suo mandato – alle norme per la richiesta di cittadinanza e per nulla gradita dalla grande comunità araba che vive nelle città francesi. Si potrebbe in realtà velocemente liquidare la questione dichiarando che proprio il paese che ha sancito con il pensiero illuminista il sacro principio della libertà dell’individuo non può adesso negare alle donne l’espressione della loro identità religiosa e culturale, se non fosse che questa è una affermazione banale che non si attaglia affatto al caso in questione. In realtà, proprio perché ospita da molti anni una vasta comunità islamica, la Francia ha da tempo preso atto del complesso problema della convivenza tra diverse religioni, capendo ed ammettendo molto prima di altri paesi – l’Italia presunta cattolica è ancora ferma al palo e ci resterà temiamo per molto tempo – che questa è una bomba destinata a deflagrare violentemente se non viene disinnescata a tempo; e poiché uno stato laico che tale sia davvero ragiona in termini storicamente oggettivi, già da tempo vige in Francia la cosiddetta Legge sulla laicità, che ribadisce non solo la laicità dello stato ma ne chiarisce i termini: fermo restando il rispetto delle confessioni religiose, si riconosce ad esse il valore che realmente hanno, ovvero quello di scelte individuali che non possono né debbono interferire con la vita dello stato, che pertanto vieta l’esposizione di simboli religiosi nei luoghi di pubblica rappresentanza come scuole, uffici, tribunali, ospedali e quant’altro sia di pubblica frequentazione e sotto il controllo dello stato. Detto questo, si pone però la questione della scelta, per la precisione della libera scelta: qualche anno fa a Londra le donne della comunità islamica, rappresentate da una avvocatessa musulmana, hanno portato davanti alla Alta Corte il seguente quesito: come potete affermare che godiamo di tutti i diritti civili, e dunque anche della libertà di scelta, se poi ci vietate l’uso del burqa? Il quesito è stato rigettato con la seguente motivazione: il burqa, più che una scelta, è una volontà di marcare una differenza, e dunque una distanza, dalla comunità sociale a cui si appartiene; se una maestra – il caso era scaturito da qui – si presenta ad insegnare con il burqa in una scuola di Londra, erige una barriera tra sé ed i suoi alunni e questo fa venire meno la sua stessa missione educativa. In Francia sono sulle stesse posizioni, che francamente ci sentiamo di condividere; il burqa non nasce oggi ma viene da lontano, ha la stessa odiosa matrice punitiva, restrittiva e ghettizzante che spinge ancora oggi i padri ad obbligare le figlie a matrimoni combinati e, nei casi più tragici, ad ucciderle se si occidentalizzano. Il burqa, come i musulmani più illuminati ammettono, non ha nulla a che vedere col precetto religioso, quanto invece con una idea antica e drammatica di famiglia patriarcale dove gli uomini possono tutto e le donne possono solo subire. Una donna che oggi sceglie, a suo dire, di portare il burqa, se anche non vi è costretta, marca una differenza culturale ed una marginalità sociale che erroneamente ritiene essere la sua identità, solo perché non ha avuto la possibilità di capire che la propria affermazione come persona non passa da un pezzo di stoffa ma dalla costruzione di se stessa che ha deciso di fare. Allora il problema, se visto in questi termini, esce dal confine della religiosità ed entra in quello più ampio della cultura personale e di quella di una intera comunità; non crediamo che chi vive in un paese diverso dal proprio debba per forza omologarsi, fermo restando il rispetto delle leggi vigenti, ma crediamo che debba però aprirsi, mentre possiamo osservare quanto le comunità musulmane restino chiuse, vorremmo dire impermeabili, al mondo esterno, a marcare una precisa volontà di non integrazione che di fatto coincide con un concetto di diversità superiore che poi sfocia nell’integralismo. Per una donna occidentale, nata libera e soprattutto titolare di diritti inviolabili, è quasi impossibile capire il burqa, così come è risibile sentirsi ribattere che anche noi portiamo un burqa invisibile, quello che ci porta a truccarci, pettinarci, seguire la moda; ma queste sono tutte scelte relative e per nulla marginalizzanti, si può vivere con il trucco o senza e nessuno ci lascerà indietro per questo né, tantomeno, ci ucciderà perché non abbiamo rispettato un presunto obbligo. Ma la difficoltà che abbiamo a capire non deve impedirci di affrontare il problema che, ripetiamo, è sostanzialmente culturale e non religioso. Diamo alle donne musulmane la possibilità di uscire dal ghetto e di misurarsi con diversi parametri di vita ma, soprattutto, con una diversa consapevolezza di sé come individuo e non come semplice oggetto posseduto da un uomo e da un intero clan familiare; diamo loro modo di costruirsi una identità in cui riconoscersi perché liberamente scelta e non necessariamente chiusa da confini molto stretti; diamo loro la possibilità di uscire dal patriarcato, come ne siamo uscite noi, e di misurarsi con le sfide della contemporaneità. Si faranno male, come ce lo siamo fatte noi, e capiranno che non è un velo a proteggerci dal mondo, ma solo la nostra forza di essere persone nonostante tutto.

Chiara Boriosi

Pubblicato in : Primo piano

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Chiara

    31 Gennaio 2010 alle 17:31

    La libertà è la nostra massima assunzione di responsabilità, verso noi stessi e verso gli altri. Non è gratuita, bisogna meritarsela, chè per dirsi liberi non basta vivere in un paese democratico. Sì, per me è il bene più grande, dal quale derivano la libertà intellettuale, di pensiero, di opinione e di espressione, senza le quali saremmo schiavi seppure in catene dorate. E vogliamo accapigliarci per questo?!
    P.s. adoro i libri, Marzio.

    Rispondi
  2. Marzio Siracusa

    31 Gennaio 2010 alle 16:57

    Chiara, tu vedi nella libertà il sommo bene, io no perché il quotidiano non è un libro, e perciò mi guardi con sospetto. Ma per carità chiudiamola qua, tra le risate di Kafka.

    Rispondi
  3. Chiara

    31 Gennaio 2010 alle 16:42

    Marzio, questo è il cane che si morde la coda: se il nostro sistema va ripensato, ed io sono d’accordo, lo sai, come si può farlo senza usare quegli strumenti di conoscenza e di critica che, fin qui, ci hanno accompagnato? Vanno aggiornati anche loro, certo, ma sono necessari. Così come è necessario, a meno che tu non attenda un Superuomo nicciano, che il ripensamento sia frutto di molti, e dunque ammetterai che uno scambio di idee sarà pur auspicabile. O no?! Per il resto, la tua analisi è indubbiamente interessante, ma resto dell’idea che l’unica protesi che veramente dobbiamo mantenere viva e funzionante sia il nostro cervello. Non credo affatto che siano morti i principi di Bene e Male, così come non credo che il relativismo sia il cancro della nostra morale: il relativismo è nient’altro che lo specchio fedele delle nostre diversità, una società che disconosce il relativismo come valore positivo – l’edonismo, permettimi, è altra cosa – o è un regime oppure è uno stato teocratico.

    Rispondi
  4. Marzio Siracusa

    31 Gennaio 2010 alle 15:32

    Chiara, temo che Kafka abbia ragione. Tu mi dici di un atteggiamento emotivo e conoscitivo, lo scambio e l’elaborazione del sapere, in cui ripone la speranza di crescita dell’individuo. Quindi mi dici di una metodica. Io penso che questa metodica necessiti di farne il punto, il che significa tirare le somme. Anche gli animali braccati ogni tanto si fermano a riprendere fiato. Riprendere fiato e tirare le somme mi dicono ad esempio che le nozioni ottocentesche di pace e di guerra sono saltate, e se sono saltate anche l’individuo non può più riconoscersi nelle loro coordinate e strategie di crescita. Pensa, tra non molti anni le vittime di mezzo secolo di incidenti stradali in Italia eguaglieranno le vittime militari e civili del secondo conflitto. Ti sembra che la cosa possa chiudersi colo solito fervorino: domani andrà meglio grazie a maggiori accorgimenti tecnici e maggiore educazione alla guida? No, si impone un cambio radicale di rotta, senza se e senza ma. Forse crepare per trasportare frigoriferi da Milano a Reggio o per scopare con l’amica a Palinuro è più civile che crepare nei “ mistici assalti alla baionetta” di Drieu La Rochelle? Le foto dei massacrati sui campi di battaglia si danno senza risparmio, il maciullato dentro la sua auto accartocciata viene coperto col lenzuolo. Ma le vittime italiane del secondo conflitto hanno significato la fine del fascismo, che attesta un mutamento prodotto dalla guerra. Non dò valore a quel mutamento, ma ne certifico l’esistenza altrimenti impossibile. Questa nostra pax automobilistica cosa produce? Il rinvio a modelli più sicuri? Il terrore dell’industria automobilistica planetaria che balbetta terrorizzata stupidaggini sulle future auto all’idrogeno e elettriche? In realtà il trasporto individuale come ci ha abituati l’auto col motore a scoppio è destinato a spengersi, anche se la fantascienza calata ormai subdolamente nei centri di ricerca ci assicura del contrario informandoci su prototipi strabilianti. T’immagini il burino planetario abituato ai 200 all’ora in pochi secondi arrancare sull’automobilina elettrica a 80? E l’inquinamento per produrre idrogeno? Stai certa che il burino planetario quando sarà il tempo o lo imbriglierai o diventerà una bestia disposta a tutto. Così dell’epoca automobilistica resterà la lezione di una pace che causa le stesse vittime della guerra senza dare i frutti della guerra, l’avanzamento nella medicina e nelle tante tecnologie che fecero scattare il consumismo del dopoguerra. Allora la nozione di pace e guerra è saltata, non perché la guerra sia preferibile alla pace ma perché si è aperto un concetto di pace, che direi di pace oscura, più nero della notte. Noi non sappiamo che antro nero sia la pace eterna dei vivi. E come vedi mi riferisco alla nostra pace, dove pure da sempre giungono gli echi di guerre feroci. E che resta della convinzione che persi i parametri basilari l’individuo possa crescere? Se il confine tra pace e guerra dato dalla difesa della vita viene meno e lo si sostituisce con dosi massicce quanto inutili di edonismo significa che è venuta meno la distinzione tra bene e male, e per evitare il rischio ci si trincera nel relativismo che in realtà è l’ultima trincea dei valori e del giudizio. E senza la distinzione tra bene e male come vuoi che l’individuo cresca con lo scambio e la cultura? E parlo di un individuo di cui si profila un inevitabile impoverimento fisico, una volta che gli sarà sottratto il vettore automobile come protesi e dominio del proprio corpo su spazi altrimenti invalicabili. E il vettore individualistico costituito dall’automobile rispecchia solo il problema più appariscente. Questi sono i punti in questione che impongono non una banale adesione allo sviluppo sostenibile, ma un ripensamento di tutto il vivere materiale collettivo, quale l’uomo ha mai affrontato nella sua interezza e avendo ben presente che i prezzi da pagare sono di tale portata etica e intellettiva da metterne in dubbio il superamento rispetto al più comodo spengersi in silenzio, come ancora una volta subdolamente ci suggeriscono l’industria apocalittica dello spettacolo e tanta letteratura. Ti rendi ben conto allora che il mitico domani d’ottocentesca memoria è morto e seppellito non in nome d’uno ieri inesistente, ma d’un epoca altra tutta da inventare. Anche se vivere a Firenze non aiuta a inventarla perché è come vivere sulle nuvole. Ti ringrazio per non aver solo parlato ma anche detto e d’avermi altrettanto stimolato.

    Rispondi
  5. Chiara

    31 Gennaio 2010 alle 11:05

    Marzio, mi duole osservare che continui a farmi carico di opinioni che sono semmai tue, non mie. Per me votare non è garanzia di alcunchè, visto che sono anni che scrivo che la nostra è diventata una democrazia formale ma non più sostanziale. Leggo i quotidiani, così come i blog, i siti di varia natura, i giornali stranieri, perchè credo che sia meglio essere informati che non esserlo. Non soffro di filoamericanismo, anzi, nelle diverse occasioni in cui sono stata negli Usa, anche abbastanza a lungo, ho avuto modo di constatare i tanti limiti di quel paese, a cominciare da quello di una profonda e diffusa ignoranza della storia e della cultura mondiale in generale, che li isola dal resto del mondo e spiega la loro genetica incapacità di gestire una politica estera coerente. A differenza di te, però, non credo che si nasca e si muoia allo stesso modo, non ho una matrice così determinista e naturalista. Essendo, ebbene sì, un’idealista, ma anche una pragmatica, penso che l’individuo sia il risultato delle sue scelte, una costruzione, un work in progress, che si arricchisce, in bene ed in male, con l’esperienza e la conoscenza. Io non credo, nè ho mai creduto, che questo sia il migliore dei mondi possibili, nè mi ritengo una sciocca Pangloss che lo ripete a tutti pappagallescamente, sostengo che fin qui la democrazia occidentale, pur con tutte le sue pecche, è il miglior compromesso che abbiamo trovato alla civile convivenza, un compromesso peraltro ampiamente migliorabile, al quale non risparmio critiche e tu dovresti saperlo visto che mi leggi. Non coltivo pensieri totalizzanti perchè non li condivido, nè riesco ad identificarmi completamente in un modello antropologico, sociale, culturale predefinito, sempre per lo stesso motivo: sta a me elaborare criticamente ciò che assorbo e farne qualcosa che influenzi la mia vita e porti almeno a discuterne con gli altri, come faccio qui ed altrove, negli spazi dove scrivo. Se c’è una cosa in cui credo, è la capacità dell’individuo; come questa si sviluppi, è scelta strettamente individuale, ma non potrei misurare gli altri sul tuo metro di giudizio. Se qualcuno mette a frutto positivamente ciò che ha imparato ed elaborato individualmente, a me pare persona da stimare. Vedi tu. Il nostro mondo si sta esaurendo per manifesta pochezza degli individui che ci governano, accompagnata dalla manifesta pochezza degli elettori che li votano, senza fare la fatica di chiedersi, almeno, chi e che cosa stanno appoggiando. Il nostro mondo sta morendo DI IGNORANZA, caro Marzio, una ignoranza debitamente voluta e sapientemente coltivata nel nostro paese dal tossico blocco cattocomunista che si è dato come obbiettivo comune la creazione di una massa ignorante e perciò del tutto inoffensiva perchè assolutamente manipolabile. A questo dovremmo porre rimedio, ed il baratto di cui parli, se credi, vedilo nello scambio di idee, nel tentativo di resuscitare un briciolo di sapere e di coscienza critica in anime del tutto sopite nell’oblio della mancanza di conoscenza.

    Rispondi
  6. Marzio Siracusa

    30 Gennaio 2010 alle 19:44

    Chiara, dico semplicemente che Luther King ha fatto sua una causa di matrice bianca, ossia che si è fatto ” abbronzare “. Che poi quella causa sia stata sua in modo intelligente e generoso fino a essere ammazzato rafforza e non estingue l’ ” abbronzatura “. E infine tu non vedi barbarie nei neri americani ridotti a caricature dei bianchi? Non vedi la barbarie d’una cultura che muore contenta d’essere ridotta a oggetto etnologico e abbindolata dalla falsa superiorità della cultura dominante che guarda caso è in corsia d’arrivo e deve arruolare quanti più le è possibile nel polverone tecnologico? È quello che chiami scambio culturale. E pure il richiamo alla libertà che ci ha salvato dalla barbarie mi ricorda la bruttissima propaganda che dai venti a oggi prospera al vento dell’ultima bandierina. Il filone non cambia, vedi la fine di Saddam Hussein, un macellaio non eletto impiccato da un macellaio eletto. O essere eletti basta per non essere macellai? O magari ci facciamo comprare dal prato rasato, dal colletto bianco, e dalle buone maniere? Il “politically correct ” lo si critica ma ci è stato infilato negli occhi. Ma da dove viene questo incantesimo giusnaturalista per cui la volontà del popolo un po’ dio un po’ natura fa i criminali innocenti? Le garanzie di controllo? In un paese come l’Italia si possono seguire, ma in paesi che vorrebbero dettare al mondo intero si può credere alla recita delle garanzie dei media e delle varie Corti? E da dove viene questa fede esaltata nella superiorità divina della ragione umana che di baratto in baratto procederebbe verso il mondo migliore? Qua mi sembra rispuntare la religione che ci iniettarono fin da bambini sul migliore dei mondi possibili mentre gli altri erano stati rasi al suolo. Naturalmente per colpa di chi vi abitava. Anche tu deprechi la morte del pensiero critico, ma con delle convinzioni che ti ripropongono nemici morti non ti sembra di fargli un’altra lastra tombale? Ma quei nemici non moriranno mai, come da sempre ci dice zio Sam plagiando ormai tre generazioni di europei, e allora avanti a scambiare idee ripescate da altre culture, avanti a riciclare credendo di fare cultura. In conclusione ti appelli al rischio di regime, verso cui, sbarrocciando, quasi quasi mi vedi propenso. Tutt’altro, affacciati su altre frontiere e scoprirai che anche nel paese più libero della terra prospera il regime della società più odiosa. Per te votare, o leggere Repubblica o Il Giornale sono garanzie. Per me no. Auspico per questo un regime? Belle e grandi le generazioni che da sole sanno cambiare il lessico dei padri.

    Rispondi
  7. Chiara

    30 Gennaio 2010 alle 16:37

    Caro Marzio, mi dispiace che tu faccia carico alle mie opinioni di concetti che, in verità, non appartengono loro. Se vogliamo piangere sulla morte dello spirito critico, sarò la prima a dolermene con te, e credo che non piangeremo mai abbastanza questa gravissima perdita che segna indelebilmente la nostra cultura. Se invece mi vuoi convincere che chiunque si apra ad una crescita culturale è un povero imitatore di qualcun altro, allora non ci siamo. Perchè vedi, la differenza, come sempre, la fa l’intelligenza, che o c’è o non c’è, indipendentemente da dove sei nato. Se un bianco politically correct fa un viaggio in India e torna illuminato, riempiendo la sua vita di fuffa rimasticata e spiritualeggiante, quello è un cretino superficiale e modaiolo che nulla porta avanti se non la sua vacuità. Se uno come Martin Luther King si laurea in filosofia e fa di questi studi la base per un’azione politica, sociale e civile di formidabile penetrazione volta a risolvere una gravissima ingiustizia sociale, quello non è un cretino, è un uomo intelligente che si mette a disposizione di una causa fino a sacrificare la propria vita per essa. Io non credo che basti leggere tutto ciò che sta nelle biblioteche per dirsi evoluti, e mi dispiace che tu mi ritenga invece tanto superficiale da credere una cosa del genere, ma credo profondamente nel valore della cultura e dello scambio di essa fra persone, perchè questo nostro mondo, imperfetto quanto vuoi ma per ora il miglior compromesso che abbiamo trovato a fronte della barbarie e del regime, lo abbiamo costruito con questi mezzi.

    Rispondi
  8. Marzio Siracusa

    29 Gennaio 2010 alle 18:26

    Chiara, tu mi parli di apprendimento e elaborazione sui libri, io invece mi riferisco a qualcosa che viene molto prima dei libri, dove si tocca il nervo dolente delle diversità che nessuna evangelizzazione libresca e del sapere può ancora annullare. Io consiglierei di covare il prima dei libri come la nostra unica libertà rimasta. La cultura muore perché non va al cuore di quel prima dei libri, se non facendo memoria e etnologia. E che la cultura stia morendo è sotto gli occhi, a meno di non ingannarci volutamente, magari scambiando per cultura il consumo di mostre e teatri e l’informazione culturale, o addirittura credendo di fare cultura solo perché si vive in una bella scena. Il vero pensiero critico non esiste più, e con esso fa acqua la politica. Un nero affascinato dall’idealismo tedesco è una vittima dell’imitazione del sentire, uno verso cui si può avere stima e comprensione per la tragica fine, ma ha aspirato a una libertà che ha “abbronzato ” la sua gente. Perché da adolescente Luther King frequentava le biblioteche dove riposa per sempre il bianco sapere e credette che possederlo avrebbe significato liberarsi, attuare il “dream”, un “dream” che resta del bianco sapere. Quel “dream” si è realizzatto, infatti i neri americani sono trenta e passa milioni di “abbronzati”. E non mi si porti come alternativa all'”abbronzatura” l’esempio drammatico dei neri haitiani o ruandesi, perché sarebbe come sparare a salve. Non è affatto vero che il sapere libresco, uso quest’espressione per connotare tutte le scienze umane, abbia la sua credibilità nell’arricchimento di discorsività a cui si può contribuire imponendo alla ragione di fare una tabula rasa, di ledere quel prima dei libri, che è il cuore vero delle culture. Tra civilisation e kultur scelgo la kultur, consideraando gli esiti sotto gli occhi della civilisation. Ma la kultur era tale perché radicale, perché tentava di rendere coerenti il primo e il dopo dei libri. Che i risultati siano stati disastrosi come ci ha ricordato di recente il 27 gennaio, non significa che quella strada non possa essere reinterpretata. Tanto più che ancor meno credibile è il bianco che si dà allo zen o pensa d’essere buddista perché fa la marionetta ieratica e viaggia e vive in India, e guarda con commiserazione il povero fiorentino che si gusta la bistecca. Mi chiedo: perché un simile buffone bianco, in pratica la maggioranza del nostro ambito generazionale scolarizzato, viene visto senza problemi come un basso imitatore e invece il nero Luther Kink avrebbe inverato e elaborato la cultura bianca? Diciamo la verità: perché ai nostri occhi il buffone bianco è sceso nel pittoresco mentre il nero Luther King sarebbe asceso all’accademico e alla razionalità e questo rende il suo itinerario indispensabile e intangibile, rafforza le nostre povere convinzioni. Che poi il buffone bianco possa facilmente rimediare alla sua mascherata culturale ritornando a funzionare da bravo ometto tra milioni di ometti funzionanti attesta la sua posizione di forza, rispetto a un Luther King che dopo essersi “abbronzato” non poteva certo ritornare nero. Il fatto che noi si parli da una posizione di forza non ci esenta dall’ammettere che il rapporto tra culture è pura imitazione e l’integrazione alienazione a 24 carati, dal momento che il cuore, il prima dei libri, viene represso e dimenticato quasi sempre in nome del viver meglio indicato dal mercato. E nemmeno credo che se non fosse stato ucciso, Luther King ci avrebbe granché illuminato su Schelling o Schopenhauer. Tutti, neri, bianchi, gialli e rossi abbiamo ancora tanto spazio di libertà vera, il prima dei libri. Difendiamolo.

    Rispondi
  9. Chiara

    29 Gennaio 2010 alle 12:12

    Marzio, ribaidsco che non sono l’ufficio stampa di Renzi e dunque certi chiarimenti proprio non te li posso dare. Il “dream” di Martin Luther King era il sogno di Schopenhauer da lui teorizzato in Il Mondo come volontà e rappresentazione come strumento di conoscenza. King era lauretao in filosofia e si ispirava all’idealismo tedesco. Non credo che per questo possa essere accusato di imitazione. Forse che se noi leggiamo Garcia Marquez diventiamo automaticamente patetica imitazione dei sudamericani?! E dai…l’elaborazione di quanto apprendiamo fa di noi persone consapevoli, non macchiette.

    Rispondi
  10. Marzio Siracusa

    28 Gennaio 2010 alle 19:55

    Chiara, ti ringrazio delle delucidazioni sui viaggi di Renzi, che però mi spiegano poco. Il sindaco di Firenze va a New York e non il presidente dell’MTI a Firenze? Il sindaco di Firenze firma accordi per l’università? E lo stesso vale per le celebrazioni del 2012. E poi, scusa, il primo volo oltreoceano a noi noto non fu precedente l’elezione a sindaco? Quanto a Luther King, che abbia inverato le sue radici con i bostoniani è da dimostrare, e proprio il famoso “dream” per me invece dimostra il contrario, ossia che anche Luther King non era un nero ma un bostoniano “abbronzato”. Il vettore di questo apparente inveramento resta la verniciatura indotta dal mercato, che è anche mercato delle idee. Uno che se ne intendeva di veri e finti inveramenti tra culture, disse: ” In qualsiasi dialogo c’è la mano di Satana ” ( F.Kafka, Confessioni e Diari, p. 517 ). Ed eccoci serviti.

    Rispondi
  11. Chiara

    28 Gennaio 2010 alle 16:24

    Marzio, allora ti risposi, e così ti rispondo adesso, che Martin Luther King non era un nero che imitava i bianchi ma era un laureato in filosofia che aveva inverato la cultura delle proprie radici in quella del mondo dove viveva – Boston – con ciò dimostrando la sua intelligenza e proseguendo quella felice tradizione di contaminazione fra culture a cui dobbiamo tutti tanto. Detto questo, non essendo la confidente del Renzi, posso dirti solo quello che apprendo dai comunicati stampa: l’ultimo viaggio del sindaco aveva il fine di stabilire una collaborazione con le istituzioni americane per le celebrazioni vespucciane previste nel 2012, quello precedente ha siglato un accordo con l’MTI per uno scambio di servizi e prestazioni riguardanti la tecnologia avanzata, l’università e la ricerca. Di più non so.

    Rispondi
  12. Marzio Siracusa

    28 Gennaio 2010 alle 07:59

    Chiara, a proposito di Obama ha ragione Berlusconi, non è un nero è un “abbronzato”, un esempio di giusto equilibrio tra le parti, neri che imitano bianchi e bianchi che imitano neri. In ciò anche Luther King era un “abbronzato”, e a proposito dei richiami ad argomenti che pensi cassati, io stesso ricordai che il “dream” di Luther King era un “dream” bianco non nero, anzi secondo il maniaco viennese un vero nero non dovrebbe nemmeno avere “dream” di questo tipo. Poi si aprirebbe un capitolo lungo un’eternità sul rapporto tra integrazione e imitazione e se i mitici e libreschi sincretismi storici ad uso e consumo cattolici confermino se ne sia valsa davvero la pena. Ma a proposito di Obama, chiesi cosa vada a fare ogni tanto a New York Renzi l’Obama fiorentino. Qualcuno può illuminarmi?

    Rispondi
  13. Chiara

    27 Gennaio 2010 alle 16:25

    Caro Giampaolo, quello della reciprocità è un tema che raccoglie più aspetti. C’è infatti la reciprocità invocata dai cattolici – a ragione – nei paese musulmani che, al contrario di quanto facciamo noi, non tollerano la presenza di altre religioni. Ma c’è la reciprocità che investe i diritti civili, e qui secondo me bisognerebbe usare un altro termine; se, infatti, accettiamo il presupposto che tutti gli uomini siano titolari di diritti sacri ed inviolabili, quelli sanciti dalla Carta dei Diritti dell’uomo e del cittadino, allora non si deve parlare di reciprocità ma semmai di accettazione e di riconoscimento. Gli stati teocratici, confessionali ed integralisti non possono accettare la Carta dei Diritti perchè questo minerebbe alle basi la loro stessa esistenza. Si pone allora il cosiddetto problema dell’esportazione della democrazia in paesi che l’ignorano e non la possiedono nel loro dna storico, culturale e politico. Credo che la maggior parte degli aiuti economici che vengono elargiti a paesi come il Laos, ad esempio, potrebbero porre una netta contropartita in cambio: dirittti contro denaro. ma qui si aprirebbe un lungo discorso, che mi sono limitata solo ad accennare.

    Rispondi
  14. Giampaolo Mercanzin

    27 Gennaio 2010 alle 15:34

    Chiara èsempre puntuale: anche nelle risposte.
    Noi ci arrovelliamo il cervello per giuistificare gli usi e i costumi degli altri, perché in quanto “buonisti occidentali” (sarà mica stato l’illuminisamo?) vogliamo salvare il mondo. Così strappiamo gli africani ai loro villaggi per “civilizzarli”, facendoli assistere ed abituare ai nostri modi di vivere, senza sentire il rimorso della violenza morale.
    Però, quando si tocca l’islam, abbiamo tutti paura di offenderne la religione o le tradizioni, ben più discriminanti, tra i sessi e le caste. Che sia una questione economica?
    Molto semplicemente, se crediamo all’emancipazione, all’uguaglianza, alla libertà, ecc, dovremmo pretendere dalle associazioni islamiche, che noi definiamo o riteniamo moderate, di emancipare quelle “repubbliche islamiche” che ormai si sono poste fuori dalla storia e dalla liberazione dell’uomo e ceh usano il terrorismo o l’intimidazione per ricattare op sottomettere.
    Nulla però possiamo dire o fare, se non viene praticata la reciprocità. Cioè: quando noi frequentiamo i loro paesi ci adeguiamo ai loro costumi, o siamo “libertini” che pretendono di farsi notare come “diversi”?
    Probabilmente poi si potranno anche fare vignette su Maometto od altro.

    Rispondi
  15. Chiara

    27 Gennaio 2010 alle 12:00

    Claudio: le nuove generazioni sono quelle che devono aprire la strada, è indubbio, ma sta anche a noi metterle in condizioni di farlo, e non mi stancherò mai di ribadire l’importanza che ha la scuola in questo.
    Paolo: che i problemi veri siano altri e più pressanti è evidente, ma è anche vero che la questione del burqa va affrontata, anche per il semplice rispetto delle leggi vigenti che, come giustamente osservi, richiedono a tutti noi di renderci identificabili sempre.
    Marzio: la contaminazione culturale ha sempre caratterizzato la nostra cultura, questa è una discussione che già facemmo ai tempi dell’elezione di Obama, a proposito di Martin Luther King, dunque non torniamoci sopra. Non credo alla marmellata biologica, credo che si possa trovare un giusto equilibrio fra le parti, aprendosi agli aspetti positivi di culture diverse invece di emarginarsi volontariamente.

    Rispondi
  16. Marzio Siracusa

    27 Gennaio 2010 alle 09:46

    L’emancipazione della donna musulmana nei paesi occidentali mi sembra scontata e irreversibile. Il problema per me è altro. Non vorrò essere vivo quando il mercato gabellando per libertà il narcisismo individualista antigerarchico avrà finito di sfornare i nuovi laici, i turisti del sentire, negroni filosofi e bianconi dediti ai riti woodu. E poiché l’andazzo è questo, tutti convertiti a tutto, spero di non vedere gli esiti della marmellata bio-antropologica terminale.

    Rispondi
  17. Paolo

    27 Gennaio 2010 alle 01:34

    Cara Chiara,
    quello del Burqa che te spieghi benissimo, é qui considerato un “falso” problema, i francesi si preoccupano come glia ltri europei delle pensioni, della sanità, del futuro…e francamente se ne fregano di qualche centinaia di donne col burqa….solo che fa “audience” questa storia, e allora la si tira per le lunghe per mettere in sordina i problemi veri della gente!
    Questo tema poi mette un po’ d’accordo tutti, dall’UMP al PS, proprio in nome del VALORE laicità, che qui é un valore invece di una parolaccia!
    Il problema é poi evidente girando nelle grandi città come Paris, dove le telecamere sono ovunque….perché io o te Chiara dobbiamo mostrare la nostra faccia ogni volta che entriamo in metro, o ne percorriamo i binari, o all’uscita e certe signore passano senza mostrare il loro volto? Questo suscita paura, un terrorista potrebbe approfittare di questo abbigliamento per depositare ordigni senza che alcuna camera possa identificarlo come per tutti gli altri.
    Detto questo, ripeto, é veramente un falso problema, un problema che riguarda poche centinaia di donne (forse decine…), e che anche una legge non potrà risolvere (che fanno, si mettono a arrestare chi cammina col burqa con tutti gli aggressori che circolano?!?)….forse limiterà questa pratica, ma i problemi della Francia sono altri.

    Rispondi
  18. Claudio Tirinnanzi

    27 Gennaio 2010 alle 00:21

    In questi giorni sul Corriere della Sera ho letto un dossier che riguardava le ragazze mussulmane nate in Italia da famiglie di immigrati e come sia mutato il loro approccio al matrimonio combinato. Esco un pò dall’argomento ma comunque ci sono rasente. In buona sostanza emerge ciò: oggi le ragazze figlie di famiglie immigrate in Italia, anche da anni, sempre più acconsentono al matrimonio combinato chiedendo però di poter scegliere tra una “rosa” di candidati e portando a garanzia un patto blindato, ovvero si io accetto in sposo qualcuno che tu, padre, hai scelto per me, nel pieno rispetto delle tradizioni e delle tue paure, ma ciò non deve impedirmi di portare avanti i miei studi.
    E’ una banalità. Ma in qualche maniera mi ha colpito. Secondo me è comunque un piccolo, leggi piccolissimo, passo in avanti. Perchè noi possiamo fare tutto, leggi e imposizioni, ma credo che le nuove loro generazioni potranno fare ancora di più, attraverso la consapevolezza di loro.

    Rispondi

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