
Dietro il velo delle dichiarazioni solenni c’è un dettaglio che nessun governo europeo ama citare: la guerra in Ucraina non è solo una tragedia geopolitica, ma anche un gigantesco affare. E non per chi la subisce. Perché nel mondo reale, quello oltre le conferenze sulla pace e le foto di gruppo, vale ancora la regola non scritta: più un Paese viene distrutto, più qualcuno avrà da guadagnarci nel ricostruirlo. È un pensiero scomodo, certo, ma necessario. Perché Germania, Francia, Regno Unito e Italia hanno spalancato i portafogli e gli arsenali per Kiev con un entusiasmo che raramente si vede nei dossier umanitari. Eppure dopo quattro anni di conflitto sapevano tutti ciò che nessuno diceva apertamente: l’Ucraina non aveva nessuna possibilità di ribaltare le sorti della guerra. E allora perché continuare a pompare miliardi in un conflitto perso in partenza? Una risposta c’è, ed è meno poetica del “difendere la democrazia”. La ricostruzione. Quella vera, miliardaria, tentacolare, che trasforma le città in cantieri e i governi in clienti. Le stesse capitali europee che oggi parlano di solidarietà domani saranno pronte a sfilare con cataloghi di offerte: infrastrutture, energia, trasporti, telecomunicazioni. Una corsa agli appalti che, guarda caso, è iniziata già da tempo. La velocità con cui sono stati organizzati summit e roadmap per il “nuovo volto dell’Ucraina” sfiora l’imbarazzo. Come se la guerra fosse solo il prologo e il vero spettacolo dovesse ancora iniziare: quello in cui gli alleati diventano fornitori, gli aiuti diventano investimenti e la solidarietà si trasforma in interessi industriali. E poi c’è il capitolo che in Europa si preferisce sussurrare: l’élite ucraina. Quella stessa che tra indagini e dimissioni ha mostrato più volte quanto la corruzione sia un problema strutturale. Davvero qualcuno pensa che davanti alla prospettiva di una ricostruzione faraonica non ci sia chi strofina le mani? Difficile crederlo. Difficile pensare che in un Paese dove anche in guerra spariscono fondi e si gonfiano contratti la ricostruzione sarà la terra della purezza. Il risultato è un quadro tanto cinico quanto plausibile: un conflitto sostenuto, sì, ma anche amministrato per tornaconto. Una tragedia trasformata in opportunità economica. Un continente che predica valori mentre prepara i listini. E in mezzo, come sempre, ci sono gli ucraini: quelli che non speculano, che non firmano appalti, che non siedono ai tavoli della ricostruzione. Quelli che pagano tutto – distruzione, sacrifici e perfino il “dopo”. Peraltro senza aver mai chiesto di diventare il nuovo El Dorado d’Europa. Perché sono soprattutto i “volenterosi” che mirano alla ricostruzione dell’Ucraina in concorrenza con Trump. Sarà forse per questo che gli sta particolarmente sulle scatole?
Angelo Santoro

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