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I velenosi frutti del pentimento politico

di Marzio Siracusa

di Marzio Siracusa | 30 Luglio 2007

Una volta il ricambio politico di tiranni troppo ingordi avveniva allo scannatoio. Molti secoli dopo in tempi più civili il politico che sbagliava si ritirava in silenzio, spariva, tornava da Cincinnato alle sue faccende, quando la verde età delle democrazie imponeva la misura di regole non scritte. Poi il progetto democratico maturò fino a farsi insaziabile, aspirò a coniugare democrazia e verità, a ancorare la verità alla conquista di contenuti, e coartare con quei contenuti l’interiorità del singolo. Fu allora che con cifra diversa la libertà si identificò con la revisione e correzione dell’errore rispetto a un progetto. Insuperabile nell’inaugurare il nuovo stile, l’accumulo dei contenuti da correggere nella prassi, fin da fine ottocento fu l’intellighenzia di sinistra, quando in conciliaboli internazionali spiati dall’Okrana ci si cospargeva il capo di cenere e si ricominciava con passione a pentirsi e a correggere l’errore, confessandone l’abbrivio comunque pregno di cristianesimo ateo, ortodosso o cattolico. In simile andazzo, nell’apoteosi del pentimento, dell’abiura e del perdono crebbe la sinistra dal massimalismo al riformismo, facendo suo il problematicismo e la complessità instaurò la stagione del pentimento politico permanente, quindi del recupero del peccatore attraverso ammissioni di colpe, condanne, dibattiti e conversioni dove chi sbagliava o finiva al muro del socialismo reale o era assolto nelle comitive dei socialismi parlamentari, e senza nulla pagare si accodava alla corrente di chi non aveva sbagliato per tentarne poi la scalata. La sinistra planetaria è storicamente responsabile d’aver formalizzato come norma dell’azione politica il pentimento, la condanna e il recupero del reo dopo l’espiazione. La sinistra planetaria è responsabile d’aver voluto coniugare democrazia e verità, con tutti gli incipit totalitari, parlamentari e antiparlamentari, che il connubio comporta. Ben oltre il relativismo di cui la Chiesa accusa l’attuale assetto culturale della società, il pentitismo permanente in politica aprì la stagione che riveste il riciclaggio ideologico di nobile travaglio interiore, permettendo altresì ai politici pentiti di accreditare il proprio travaglio come un lasciapassare in bianco. Bravi travet di partito ancora incantati dal bolscevismo anziché sparire proseguirono la loro carriera parlamentare, di pentimento in pentimento assursero alle maggiori cariche dello Stato, rifondarono partiti e movimenti e si dettero a compagnie astruse perché la sincerità del pentimento politico fosse ben visibile. Fu il pentimento permanente e contingente necessitato dall’altezza ferrea dell’ideale e dalla nobile enormità dei contenuti. Se la sinistra, notoriamente prima della classe nel travaglio dell’intelligenza critica, fondò il modello del pentimento politico collettivo, anche le forze ad essa
avverse si adeguarono nella rincorsa all’efficienza della prassi dei contenuti, e i rapidi mutamenti storici e sociali accrebbero lo stratagemma dei salti vertiginosi, dei pentimenti, delle riabilitazioni e dei ritorni in campo che un qualsiasi politicante affarista giolittiano si sarebbe vergognato di sognare. “Sbagliare è lecito, è umano”, la cantilena per bambini è diventato il “refrain” etico di una classe dirigente fatta di zeri su due gambe che pentendosi mantengono i propri ideali al passo dei tempi e delle prebende. La sinistra dei mille contenuti mobili, la sinistra delle tante strategie finalizzate ai più radiosi orizzonti è la responsabile storica di tale fondazione della prassi politica. Ma che dire di questa destra pur essa ben felice di pentirsi, benché gabelli da sempre il possesso di valori inalienabili e supremi, di contenuti immobili? L’ultimo slogan, “dalla repubblica di Salò alla repubblica di salotto”, ma anche il pentitismo fascista nei primi anni trenta quando i cattolici si infilarono da furbi nel PNF, la dicono lunga sull’antropologia genuinamente di sinistra della destra popolare. E che dire dell’altra destra, se anche un Berlusconi, il nemico dei politici di professione, indulge alla prassi della sinistra, al pentimento, all’indulgenza di sé che rende politicamente eterni? Il ricorso al pentimento in politica è diventato così la cifra comune a ogni parte, pentimento che non a caso tende a convergere nell’apologia inflazionata del riformismo bla bla bla, nella distorsione del concetto di libertà, grazie all’assioma infernale: più ci si pente più si è liberi. Da tanta consuetudine dialogica e intellettuale irreversibile si ricava l’ennesima conferma che l’intera prassi politica della contemporaneità appartiene alla sinistra, alle sue buone o brutte copie. È allora che scivola lo scenario dove nessuno mai veramente sbaglia, perché tutto è rinviato al dibattito, all’incontro, alla verifica successiva, ai gradimenti statistici, alle contorsioni del circolo politico vestibolo del circolo del tennis e del cacciucco. Dove quindi il ricambio della classe politica è rigorosamente impedito, perché ogni tornata elettorale sancisce il pentimento non solo come garanzia di democrazia sostanziale, ma di rigenerazione del politico pentito e quindi di libertà reale. Così il cristianesimo ateo sopravvive nei frutti velenosi del pentimento: se mi pento sono libero, se sono libero sono vero, se sono vero sono una garanzia per chi mi elegge e rappresento. Ma se pentirsi nel confessionale aveva una sua logica ultraterrena, pentirsi in politica è solo “escamotage” di sopravvivenza, per buttarsi gli errori dietro le spalle grazie a letture nuove e combinate della realtà, mai concluse e sempre foriere di altri punti di vista e quindi di pentimento. Il pentimento politico diventa allora l’articolo primo e ultimo di una costituzione materiale omertosa la cui unica regola è sfornare maschere all’infinito, e dove pentimento e passione si rincorrono giustificandosi a vicenda nel “tourbillon” tra primari e comparse adescati dalla società dell’immagine. Dove passione e intelligenza politica non esistono più. Si entra ventenni in politica, già a ventuno se ne ha il primo pentimento e se ne esce novantenni dopo una vita fitta di pentimenti chiamati onestà e alto senso dello Stato. E se ne esce esausti e sazi, col funerale al telegiornale e i figli grassi ma già pentiti dietro la bara. Così di generazione in generazione va in cancrena la democrazia postulata sulla verità dei contenuti e dei pentimenti.

Marzio Siracusa

Pubblicato in : Primo piano

Info Marzio Siracusa

” Studiato ho, ahimè, filosofia / studiato ho legge e medicina / e purtroppo anche teologia / intensamente, con aspra fatica! / Eccomi or qui, povero stolto, / senza aver nulla risolto / “

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