
L’Iran accusa. L’Iran punta il dito, con quella retorica gonfia e impastata di rancore che conosciamo fin troppo bene, fin dai giorni in cui guardammo negli occhi i padroni di Teheran sotto i loro turbanti neri e immoti.
Oggi sono le voci di Masoud Pezeshkian e del suo ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, a levarsi dal palcoscenico della Repubblica Islamica. Le sanzioni americane – gridano – stanno distruggendo l’economia del Paese. E Washington manipola, altera, avvelena il mercato globale dell’energia per soffocare i popoli che non si piegano.
Ma andiamo al fondo di questa commedia. Guardiamo in faccia la realtà che questi signori tentano di coprire con i loro veli di propaganda.
Masoud Pezeshkian lo ha detto senza giri di parole: l’economia iraniana sanguina sotto i colpi dei decreti di Washington. È il vecchio ritornello del vittimismo di regime. Il presidente descrive un Paese vittima di un assedio ingiusto, un’aggressione invisibile ma letale che strangola i commerci, blocca i flussi bancari e impoverisce i cittadini.
Al suo fianco, Abbas Araghchi rincara la dose. Il capo della diplomazia di Teheran accusa direttamente la Casa Bianca di usare il petrolio e il gas come armi geopolitiche. Secondo Araghchi, il mercato dell’energia non è più libero, ma piegato ai desideri egemonici degli Stati Uniti, che decidono chi può vendere, a quale prezzo e a chi.
Certo che le sanzioni mordono. Certo che l’inflazione galoppa e la valuta locale si scioglie come neve al sole. Ma di chi è la colpa? Di chi è la responsabilità se un popolo antico e colto è ridotto alla fame?
La colpa è di un regime che ha barattato il futuro dei suoi giovani con il fanatismo ideologico. Le sanzioni non nascono dal nulla. Sono la risposta, piaccia o no, a decenni di sfide nucleari, di finanziamenti al terrorismo mediorientale, di diritti umani calpestati nelle piazze di Teheran, dove le donne vengono picchiate a morte solo perché un ciuffo di capelli sfugge al velo obbligatorio.
Accusare l’America di “manipolare il mercato” è il comodo alibi di una teocrazia inefficiente. È il fallimento di una classe dirigente che sa come perseguitare i dissidenti, ma non ha la più pallida idea di come gestire un’economia moderna. Parlano di sovranità, ma dipendono disperatamente dal consenso di Pechino e dalle armi inviate a Mosca.
Pezeshkian era stato presentato come il “moderato”, il volto presentabile del regime, l’uomo del dialogo. Che colossale ingenuità occidentale. In Iran non esistono moderati al potere, esiste solo chi esegue gli ordini della Guida Suprema Ali Khamenei con un sorriso più o meno stampato in faccia.
Queste ultime dichiarazioni dimostrano che la musica non è cambiata. Il copione è sempre lo stesso: la colpa dei disastri interni è sempre del “Grande Satana” americano.
Finché Teheran rifiuterà di guardarsi allo specchio, finché preferirà la retorica del martirio allo sviluppo e alla libertà, i suoi leader continueranno a piangere miseria davanti alle telecamere del mondo, mentre il loro popolo continua a pagare il prezzo più alto.
Giuseppe Basilico

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