• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

I sopravvissuti della tecnica: se la vita diventa una colpa sociale

A cinquant’anni dalle riflessioni luterane di Pier Paolo Pasolini, la profezia sui “destinati a esser morti” si trasforma nel ritratto tragico di una giovinezza iper-curata, eppure privata del diritto alla felicità.

di Antonio Laraia | 25 Maggio 2026

Esiste un’ombra sottile, quasi impercettibile eppure pesantissima, che si allunga sulle generazioni che oggi abitano le nostre grandi città così affollate e connesse. È un’ombra che sfugge alle normali analisi sulle crisi del lavoro, che non si lascia intrappolare dalle statistiche sulla disoccupazione e che nessuno studio sociale riesce a raccontare fino in fondo. Si tratta di un’ombra profonda, che tocca il corpo e l’anima. Cinquant’anni fa, precisamente il 22 maggio 1975, dalle colonne del quotidiano Il Mondo, Pier Paolo Pasolini scriveva parole destinate a scuotere la coscienza buona, laica e borghese dell’Italia del benessere, un Paese ormai già ampiamente cambiato dall’avvento della fretta di consumare. In quel testo, che sarebbe poi confluito nelle sue accorate Lettere luterane sotto la forma di un trattato pedagogico ideale rivolto al giovane Gennariello, il poeta parlava di una categoria di ragazzi mai isolata prima dalla letteratura: i «destinati a esser morti».

​Non si trattava del cinismo provocatorio di un uomo maturo rimasto indietro con i tempi, ma dello sguardo spietato e disperato di un intellettuale che vedeva le macchine e il progresso prendere il posto della natura, e l’idolo del mercato occupare il posto che un tempo era stato di Dio. Pasolini guardava ai ragazzi del suo tempo — e, con una preveggenza che oggi fa tremare le vene ai polsi, a quelli del nostro presente — e vedeva nei loro corpi apparentemente più alti, forti, ben nutriti e costantemente protetti, un’infelicità radicale, una debolezza interiore, pallida e continuamente pronta a esplodere in rabbia. La sua diagnosi era di una lucidità atroce: la medicina moderna e l’igiene pubblica hanno giustamente sconfitto la mortalità infantile, strappando alla terra coloro che un tempo, nelle classi povere e specialmente nel Sud profondo, sarebbero spirati nei primi mesi di vita. Ma nel compiere questo miracolo della cura, la civiltà dei consumi si è dimenticata di costruire un’idea di mondo che potesse accogliere, dare un significato e proteggere questa vita in più. Ha sì salvato i corpi, ma ha dimenticato i destini, creando di fatto una generazione di sopravvissuti artificiali costretti a vagare in un limbo dell’anima totalmente privo di futuro.

​Il cuore del discorso pasoliniano poggia su un rovesciamento profondo del nostro modo di stare al mondo, un vero e proprio sisma che ha scosso le fondamenta stesse della sensibilità comune. Per millenni, nella storia dell’umanità, la nascita di un figlio è stata accolta come una spontanea, indiscutibile “benedizione”. In un mondo contadino, antico, strutturalmente povero e ciclicamente ferito dalle malattie o dalle carestie, ogni vita che riusciva a resistere e a superare l’imbuto dei primi anni rappresentava una vittoria della specie, un paio di braccia in più per il lavoro dei campi, una protezione sicura sulla vecchiaia dei genitori e una scintilla di speranza per tutta la comunità. La vita custodiva in sé un valore intimo, sacro, legato semplicemente al fatto di continuare la catena delle generazioni.

​Oggi, quell’universo di valori si è capovolto in modo irreversibile. In una terra stanca, soffocata dal cemento, divorata dall’ansia del collasso ambientale, della fine delle risorse e dello spettro di un mondo troppo affollato, il giudizio antico tra benedizione e maledizione è rimasto drammaticamente sospeso. I figli che nascono oggi non vengono più al mondo protetti dal calore di un amore incondizionato e preventivo da parte della società. Nascono, al contrario, sotto il segno del dubbio, quasi fossero un lusso privato, un desiderio egoistico dei genitori o, peggio ancora, un peso per un pianeta che sta esaurendo le sue energie. Il neonato, scriveva Pasolini con un intuito psicologico formidabile, possiede antenne emotive finissime ed è in grado di intuire, dopo pochissimi giorni di vita, se la sua venuta al mondo sia veramente desiderata o se sia percepita come un ingombro. Se avverte questo rifiuto primitivo, se respira l’atmosfera di essere “di troppo”, il bambino si ammala dentro. Le paure di oggi, l’ansia da prestazione che paralizza gli adolescenti, la solitudine e l’epidemia silenziosa di tristezza giovanile che registriamo quotidianamente nelle case e nelle scuole non sono piccoli problemi passeggeri da correggere con una pillola; sono il grido disperato di chi avverte la mancanza di un benvenuto originario.

​C’è una profonda, tragica ironia nel modo in cui la nostra società celebra i propri trionfi biologici, un’ironia che Pasolini metteva a nudo invitando il lettore a riprendere in mano le prime pagine del saggio La convivialità del filosofo Ivan Illich. Ci eravamo illusi, attraverso l’ottimismo scientifico del dopoguerra, che il progresso medico, l’uso massiccio di farmaci, le campagne di prevenzione e una dieta ricca avessero definitivamente migliorato la qualità della vita umana. Pensavamo che i ragazzi potessero crescere più forti, più sani, più liberi dalle sofferenze della carne. Ma la realtà ha smentito l’illusione: i giovani di oggi sono indubbiamente protetti, monitorati in ogni piccolo problema fisico e immersi in un benessere materiale senza precedenti, eppure a uno sguardo capace di superare le apparenze appaiono infinitamente più fragili, smarriti, vulnerabili e isolati rispetto a qualunque generazione passata.

​La scomparsa della morte naturale dall’orizzonte dell’infanzia, senza che a essa sia seguita una vera accoglienza culturale dei nuovi sopravvissuti, ha finito per generare nei giovani un senso di colpa sotterraneo e inconfessabile. Chi è stato letteralmente “strappato” alla morte grazie all’aiuto della tecnica avverte, a un livello inconscio e viscerale, il peso insostenibile di dover giustificare la propria presenza in un mondo che sembra non avere più spazio emotivo, umano o spirituale per lui. Si sente un ospite non invitato alla festa della vita, una bocca in più da sfamare e curare all’interno di una società fredda e impersonale. Da questa colpa profonda nascono i comportamenti difficili dei giovani che vediamo ogni giorno: da un lato la depressione cupa, il ripiegamento in se stessi, l’apatia; dall’altro un’aggressività sorda, distruttiva e apparentemente immotivata. È la violenza delle periferie, dei gruppi di bulli, dell’odio sui social o di quelle forme di sofferenza fisica e cieca crudeltà in cui i ragazzi fanno del male a se stessi e agli altri, talvolta accanendosi sui più deboli per futili motivi, nel tentativo disperato di dare forma e voce a un dolore sconosciuto che proietta la sua ombra su intere esistenze.

​Questa disamina spietata non risparmia nemmeno la superficie dorata della protesta giovanile e del dissenso dei ragazzi. Coloro che si ritengono i più trasgressivi ed estremisti sarebbero in realtà, per Pasolini, i più disarmanti esempi di “obbedienza”: pensiamo a quei ragazzi che ieri ostentavano i capelli lunghi come simbolo di rottura e che oggi si uniformano ai modi di vestire dei cantanti trap, ai tatuaggi sul viso o alle proteste permesse e cavalcate dalle mode della rete. La loro non è una rivoluzione, ma un’iniziazione forzata e totalmente conformista a un modo di fare identico per tutti. Il potere dei consumi si è rivelato talmente sofisticato da essere in grado di guadagnare sul dissenso stesso, mercificando la rabbia dei giovani, trasformandola in una moda passeggera, in un atteggiamento ripetitivo e in ultima analisi del tutto innocua per il sistema.

​Dietro la maschera del finto ribelle si nasconde quasi sempre il profilo comune e omologato del “giovane medio”, il ragazzo che ha smarrito ogni legame profondo con la cultura e la tradizione del proprio territorio — si pensi alla distruzione della vita comunitaria del Sud Italia o dei quartieri operai del Nord — per trasformarsi, attraverso un condizionamento tanto inconsapevole quanto indotto, in un perfetto acquirente del mercato globale. Questi ragazzi camminano tra noi, consumano, parlano la lingua uguale per tutti della televisione e dei social, sembrano perfettamente inseriti nel mondo che hanno trovato nascendo, ma portano dentro l’aridità silente di un’esistenza fotocopiata, privati della propria specificità umana in nome di una normalità uguale per tutti.

​Rileggere oggi, a mezzo secolo di distanza, questa pagina “luterana” di Pasolini richiede prima di tutto il coraggio di non abbandonarsi al giudizio affrettato o allo scandalo immediato. Sentir definire certe esistenze come “artificiali” o “contro natura” può risuonare oggi come un’affermazione intollerabile, quasi crudele o antiquata. Eppure, l’intento del poeta era l’esatto opposto: non si trattava di condannare chi era stato salvato dalla scienza, ma di lanciare un ultimo, disperato grido d’allarme contro una società che usa la medicina come paravento per nascondere il proprio deserto affettivo. Se la scienza ha il potere e il merito di salvare i corpi, la politica, la scuola e le famiglie hanno il dovere tassativo di salvare le anime, offrendo loro un senso, una comunità, una sponda di accoglienza e un amore che vadano oltre la pura sopravvivenza materiale. Se l’atto di far nascere e crescere un figlio si riduce a un fatto puramente medico e burocratico, slegato da una promessa di felicità e di senso, continueremo a popolare le nostre città di sopravvissuti: splendidi ragazzi iper-connessi, sottratti alla morte del corpo soltanto per essere consegnati a una più lenta, dolorosa e artificiale agonia dello spirito.

Antonio Laraia

Pubblicato in : Editoriale

Info Antonio Laraia

Antonio Laraia è un giornalista ed opinionista di “Avanti Online”.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 100 milioni di migranti 
  • Luca Bagatin su Cedere al ricatto di Zelensky significa trovarsi in casa 100 milioni di migranti 
  • Fabio Maiorano su Il Miracolo di San Gennaro: quando il giornalismo diventa superstizione
  • Antonio di Meco su Fermare le macchine per salvare la democrazia
  • Angioletta Massimino su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Angioletta Massimino su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Luca Bagatin su Trump e Putin, l’asse dell’arroganza contro un’Europa che non si piega
  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti