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I PRIMI 100 GIORNI DI OBAMA IL BRAVO RAGAZZO: OBIETTIVO, EVITARE L’EFFETTO CARTER

Obama ha vinto grazie al voto di tante persone che solitamente ignorano l’urna elettorale: per tenersele strette insieme ai loro voti dovrà chiaramente fare una politica che sia di loro gradimento. I nodi salienti di questa politica sono la rivalutazione dello Stato sociale, la distensione nei rapporti con l’estero e il concedere a tutte queste persone la possibilità di veder migliorare le proprie condizioni di vita. di Filippo Bovo

di Filippo Bovo | 8 Maggio 2009

A me questo ragazzo sta piacendo. A Napoli direbbero che è “nu bravo guaglione” e a Venezia che “xe un bon toso”. A parte gli scherzi, si sta muovendo molto bene. Per l’amor del cielo, non sono il tipico “obamista” alla Veltroni, che là veramente c’è da chiedersi se in certa gente esista il senso del ridicolo. Dico soltanto che Barak Hussein Obama ha dapprima vinto una sfida impossibile durante le primarie e la campagna elettorale, fagocitandosi certi mostri sacri della politica americana come John Edward ed Hillary Clinton ed incassandosi l’appoggio di personalità quali Ted Kennedy; e poi, non contento, ha persino messo con le spalle al muro l’improbabile duetto John McCain e Sarah Palin. Dalle nostre parti una roba del genere, è stato detto più volte, non potrebbe mai accadere: ve lo immaginate un quarantenne italoargentino o un italofilippino che diventa segretario di un partito e vince le elezioni contro i vari D’Alema, Berlusconi, Rutelli, Fini, Casini, ecc, oltretutto proponendo un programma di rottura netta col passato? Se dovesse succedere, non stimerei più gli italiani: perchè mi sono abituato ad amarli per quelli che sono, un po’ cinici e molto furbacchioni, ma soprattutto molto conservatori e un po’ provinciali. Il trionfo di un’Obama italiano mi lascerebbe perplesso: comincerei subito col chiedermi cosa ci sia sotto, dove si trovi la fregatura, insomma.
Ora questo bravo ragazzo, dopo aver vinto la prima sfida impossibile, si sta cimentando nell’impresa di superare la seconda, che è poi anche la più impegnativa: portare avanti il suo programma rispettando la tabella di marcia e le promesse fatte, onde evitare che le attese e la popolarità (una delle più alte mai registrate da un presidente in tutta la storia degli Stati Uniti) tributategli dagli elettori americani non gli si ritorcano contro qualora, a causa di ritardi e di pasticci, dovesse deluderli: ve la ricordate la storia del buon Carter, il pastore battista che andò alla Casa Bianca dopo l’era Nixon – Ford? Tante attese e tante speranze, e tutto solo per regalare la presidenza degli Stati Uniti per 12 anni ai repubblicani e ai Chicago’s boys (con Clinton, democratico, fu poi lo stesso andazzo e con Bush jr… non ne parliamo). Pareva l’anticipazione in chiave “Usa anni ’70” dell’ultimo governo Prodi. E la destra repubblicana, che oggi si fa chiamare “Neocon”, è già lì che si dà da fare: se negli anni ’70, ad un Nixon disastroso, è seguito un Carter altrettanto disastroso e ciò è servito a mandare i democratici all’opposizione per tre mandati, perchè il gioco non dovrebbe funzionare anche oggi? Questo è il pensiero dei repubblicani più conservatori, quelli dei Bush, dei Cheney e dei Rumsfield, e occhio che stanno già lavorando a pieno ritmo.
Naturalmente Obama lo sa e per questo motivo si sta cautelando in tutti settori. Deve trovare un via d’uscita dall’Iraq che non suoni come una sconfitta o una ritirata (sullo stile di quella, senza fama e senza gloria, dei sovietici dall’Afghanistan nel 1987) e combinare per bene le cose anche in Afghanistan. Per la prima emergenza punta a recuperare un dialogo con tutti i paesi musulmani, a cominciare proprio da quelli fino ad oggi più ghettizzati dalla politica estera americana, ovvero la Siria e l’Iran; per la seconda ha individuato la soluzione nell’internazionalizzazione del conflitto, cioè spostare sempre di più lo sforzo bellico dalle spalle statunitensi a quelle degli alleati (a cominciare dai paesi Nato) e soprattutto approfondire l’amicizia con le potenze dell’Organizzazione del Trattato di Shangai (la Cina, la Russia, i paesi ex sovietici dell’Asia Centrale, ecc), senza la quali è difficile cavare ragni dal buco intorno all’Hindukush. Non è mica scemo, Mr Obama: ha capito che la politica estera, in primo luogo quella nelle aree in cui sono presenti le truppe americane, è uno degli argomenti su cui si giocheranno molte delle sue fortune politiche.
Deve poi far ripartire il “sistema America”, ovvero investire più di 700 miliardi di dollari (sarà per gli Stati Uniti la spesa più ingente mai sostenuta in tutta la loro storia dopo quella affrontata per la Seconda Guerra Mondiale) in vari settori economici e sociali, che vanno dall’industria automobilistica a quella aeronautica fino all’istruzione, la sanità e la previdenza sociale, passando per la ristrutturazione e la costruzione di vecchie e nuove infrastrutture pubbliche. Un’opera da far tremare le vene e i polsi, dalla portata finanziaria di gran lunga superiore anche al tanto celebrato New Deal di roosveltiana memoria. Al di là delle difficoltà tecniche ed organizzative di tale impresa (e anche qui i gufi repubblicani stanno a iettare che è una bellezza), c’è pure il problema del reperimento dei fondi. Gli Stati Uniti, col loro debito di 3,1 trilioni di dollari, non possono certamente tirar fuori questi 700 miliardi di tasca propria e così dovranno prenderli a prestito dai soliti noti, coloro che già hanno in mano tutto il debito americano: la Cina, la Russia, l’India, il Brasile, le banche caraibiche, le “oil economy” mediorientali e centroasiatiche e le tigri asiatiche minori. Insomma, dal punto di vista della passata amministrazione Bush, non proprio dei paesi amici: ma i soldi li hanno loro e quindi bisogna stare al loro gioco. Così Obama ha iniziato a modificare in modo sostanziale anche la propria politica estera: toni più cauti e colloquiali con la Cina (Hillary Clinton, Segretario di Stato per gli esteri, è andata a Pechino accennando solo vagamente al problema dei diritti umani, che era invece il cavallo di battaglio del suo predecessore Condoleeza Rice, e concentrandosi molto di più sulla necessità che i vertici del PCC concedano agli Stati Uniti nuove ed agognate linee di credito), con la Russia (rinuncia sostanziale allo scudo stellare, che tanto interessa solo ai polacchi e ai cechi amici della vecchia amministrazione Bush e soprattutto a Dick Cheney, la cui Hallyburton aveva ingenti interessi nella sua costruzione; anche in questo caso Obama ha proposto una formula del tipo “io tolgo lo scudo spaziale e lascio il georgiano Sakhaswili nelle vostre mani, e voi russi in cambio mi concedete nuovi prestiti”) e col Sud America (per rafforzare i rapporti con Lula ha dovuto distanziarsi dai “destri autoritari” come il presidente colombiano Uribe, aprirsi alle richieste cubane di revoca dell’embargo, secondo quanto votato da 15 anni dall’Assemblea delle Nazioni Unite a larga maggioranza e fino ad oggi sempre bellamente ignorato da tutte le amministrazioni americane, portar via i prigionieri da Guantanamo ed evacuare le truppe dall’Ecuador, e infine andare a cercare Chavez al vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago promettendogli l’inizio di una nuova era di rapporti rispettosi e alla pari). Cosa non si fa per il denaro!
Tuttavia, voglio credere che nella politica di Obama non vi sia soltanto opportunismo; c’è anche una necessità, fosse soltanto di immagine, di prendere le distanze dalle cose più imbarazzanti del passato. Obama ha vinto grazie al voto di tante persone che solitamente ignorano l’urna elettorale: per tenersele strette insieme ai loro voti dovrà chiaramente fare una politica che sia di loro gradimento. I nodi salienti di questa politica sono la rivalutazione dello Stato sociale, la distensione nei rapporti con l’estero e il concedere a tutte queste persone, che sono quelle economicamente e socialmente più deboli in tutta la società americana, la possibilità di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Se Obama in questi quattro anni non riuscirà a raggiungere tali obiettivi, allora farà la fine di Carter: per la gioia dei repubblicani che già pensano, per il 2012, ad un tandem composto da Sarah Palin e dal loro nuovo leader, anche lui quarantenne ed afroamericano, Michael Steele.

Filippo Bovo

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