
Per quasi tre anni una parte enorme del racconto sulla guerra di Gaza è stata costruita attorno a numeri presentati all’opinione pubblica con il marchio delle Nazioni Unite. “Secondo l’ONU” è diventata la formula utilizzata per morti, donne, bambini e civili, attribuendo a quelle cifre l’autorità di un organismo internazionale. Il problema è che l’ONU quei numeri non li aveva contati e non era in grado di verificarli integralmente e in modo indipendente. OCHA ha continuato a specificare che le cifre non verificate dalle Nazioni Unite venivano attribuite alla fonte e che i dati sulle vittime provenivano dal Ministero della Salute di Gaza e dalle autorità israeliane. Questo significa una cosa molto semplice: un numero pubblicato in un documento ONU non diventa per questo un numero verificato dall’ONU. Eppure proprio questo equivoco ha dominato l’informazione mondiale. Il Ministero della Salute di Gaza forniva il dato, OCHA lo riportava, le agenzie lo rilanciavano e nel passaggio successivo spariva quasi sempre la natura originaria della fonte. Restava “l’ONU dice”. È così che un dato proveniente da una struttura della Striscia è stato trasformato davanti a milioni di persone in una certificazione internazionale che certificazione non era.
L’ONU conosceva perfettamente il problema. Già nel maggio 2024 ammise di non essere nelle condizioni di verificare autonomamente tutti i decessi riportati a Gaza. Nello stesso periodo emerse anche la differenza tra il totale delle vittime dichiarate e quelle per le quali erano disponibili informazioni identificative complete. Non significava che gli altri morti fossero inventati, ma significava che stavano circolando categorie statistiche differenti come se avessero tutte lo stesso grado di certezza. Da quel momento ogni dato avrebbe dovuto essere accompagnato in maniera chiarissima dalla propria natura: riportato, identificato, verificato. Non è ciò che il pubblico ha percepito. Ed è qui che la responsabilità dell’ONU diventa pesante. Un’organizzazione internazionale non può mettere un disclaimer in fondo a una pagina e poi ritenere risolto il problema. Se sai che il dato non è verificato, sai anche che pubblicarlo sotto il tuo marchio gli attribuisce un peso politico enorme. Se per mesi e anni televisioni, giornali, governi e organizzazioni lo trasformano in “dato ONU”, non puoi comportarti come se quella deformazione non ti riguardasse.
La distorsione è diventata ancora più grave quando il numero complessivo dei morti è stato utilizzato come sinonimo di morti civili. Sono due cose completamente diverse. Un conteggio anagrafico non stabilisce automaticamente chi fosse un combattente e chi non lo fosse. Un uomo adulto registrato tra i morti può essere un civile, un membro di Hamas, un combattente della Jihad islamica o appartenere ad altra formazione armata. Il numero totale non contiene questa informazione e trasformarlo automaticamente in un contatore dei civili significa aggiungere al dato qualcosa che il dato non dice. Da lì il passaggio successivo è stato ancora più grave: civili è diventato sinonimo di vittime deliberate e vittime deliberate è diventato, nel circuito politico e mediatico, la prova automatica di una strategia criminale. Una catena di deduzioni costruita sopra numeri che in partenza non fornivano neppure una classificazione completa tra civili e combattenti.
Bisogna anche smetterla di raccontare la guerra come se fosse una partita giocata su una Playstation. La guerra produce morti e la guerra urbana ne produce inevitabilmente anche tra i civili. Questo non rende ogni morte civile lecita, ma non rende neppure ogni morte civile la prova automatica di un crimine. A Gaza non si combatte contro un esercito schierato in campo aperto, con linee del fronte perfettamente riconoscibili. Si combatte dentro un territorio densamente urbanizzato contro organizzazioni armate che operano anche all’interno e in prossimità di infrastrutture civili. In una situazione del genere il numero dei morti, da solo, non spiega chi sia stato colpito, in quali circostanze, quale fosse l’obiettivo militare, quanti fossero i combattenti presenti e quali responsabilità abbiano avuto le organizzazioni armate nel portare il combattimento dentro aree civili. Usare il numero complessivo come una sentenza significa cancellare deliberatamente il contesto militare.
Ed è proprio questo il danno più grave prodotto dall’uso dei numeri ONU. Cinquantamila, sessantamila o settantamila morti descrivono una tragedia enorme, ma non spiegano da soli come quelle persone siano morte, quante fossero combattenti, quali attacchi fossero legittimi, quali sproporzionati, quali illegali e quali vittime siano state causate direttamente o indirettamente dalle modalità con cui le formazioni armate hanno combattuto dentro la popolazione. Per stabilire tutto questo servono indagini sui singoli episodi, non un contatore. L’ONU avrebbe dovuto saperlo meglio di chiunque altro. Invece ha consentito che il proprio nome diventasse la scorciatoia attraverso la quale dati non verificati integralmente acquistassero una solidità che non possedevano. Il problema non è negare i morti. I morti ci sono e sono reali. Il problema è avere costruito una gigantesca macchina politica e mediatica nella quale il numero veniva prima della verifica, la categoria prima dell’identificazione e la conclusione prima dell’indagine.
Quando oggi OCHA precisa che i dati non verificati dall’ONU vengono attribuiti alla loro fonte sta mettendo nero su bianco ciò che avrebbe dovuto accompagnare ogni titolo fin dal primo giorno: questi sono numeri ricevuti, non numeri certificati autonomamente dalle Nazioni Unite. Per anni, invece, una fonte locale è diventata “l’ONU”, un dato riportato è diventato un dato accertato, il totale dei morti è diventato il totale dei civili e il totale dei civili è stato spesso trasformato direttamente nella prova delle intenzioni di chi combatteva. Questa non è una semplice imprecisione giornalistica. È una voragine informativa aperta da un organismo che conosceva i limiti dei dati che rilanciava e che ha lasciato che il proprio marchio li trasformasse, nell’opinione pubblica mondiale, in verità certificate.
Piero Terracina

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