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I frutti marci del ‘68

di Giancarlo Magni | 17 Marzo 2013

Cambiare la società attraverso il diritto, surrogando l’azione politica. E’ il cancro che sta divorando l’Italia. La teoria è un portato ideologico del ’68, l’ultimo ma il più pericoloso.

frutti68In politica vige una regola. Quello che sembra, è. Non importa che una cosa sia vera, basta che sia verosimile e produce gli stessi effetti. Noi non sappiamo se c’è davvero, nei confronti di Berlusconi, una persecuzione giudiziaria. Sappiamo che l’impressione è questa, e tanto basta. L’idea che si tenti di eliminare un leader scomodo, per una certa parte politica, attraverso la magistratura, visto che non si è riusciti ad eliminarlo con i voti, appare molto fondata. Anche perché questo stesso scenario si è già verificato altre due volte. Prima con Andreotti, poi con Craxi. In ognuno di questi tre casi la reazione dei diretti interessati è stata diversa, Andreotti affrontò il processo, Craxi emigrò, Berlusconi combatte fuori dai tribunali, ma il risultato è stato lo stesso. Si è eliminato dalla scena politica il leader moderato che, in quel dato momento storico, avrebbe potuto, se libero da guai giudiziari, tenere saldamente la sinistra sui banchi dell’opposizione. Se così non è, sembra che lo sia. Il che in pratica è lo stesso. Mai la magistratura ha usato lo stesso zelo riservato a questi tre personaggi ad uomini o donne provenienti dalla sinistra, anche quando i fatti parlavano da soli. Gli esempi potrebbero essere infiniti. Ma basti ricordare la vicenda di Primo Greganti. In quel caso i magistrati finsero di credere che i soldi trovati a Greganti fossero un compenso professionale invece di una tangente. Si trattava della stessa cifra,trovata nello stesso periodo ad esponenti di Dc e Psi. Per questi ultimi due quei soldi furono giudicati una tangente, per l’altro un compenso. Con il corollario che i segretari di Dc e Psi “non potevano non sapere” cosa facevano i loro uomini, mentre si ritenne che il segretario dell’allora Pds fosse all’oscuro. Dunque c’è una persecuzione giudiziaria verso l’area moderata che però, va detto con chiarezza, non può dare adito ad una sorta di immunità da qualsiasi tipo di reato. Questa persecuzione, a nostro avviso, è un frutto del ’68. Un frutto marcio di quella stagione. La storia è nota. In quegli anni tutto l’occidente, in modo particolare l’universo giovanile,  visse una stagione di forte tensione ideale guidata sul piano culturale dall’ideologia marxista aggiornata dai filosofi della scuola di Francoforte. Soprattutto Marcuse. Le parole d’ordine erano libertà, giustizia, pace, rifiuto della dimensione economica dell’individuo, fine dello sfruttamento. Finì come era inevitabile che finisse. Ma in Italia rimase uno strascico duro e pericoloso che per un verso sfociò nel terrorismo rosso, teso ad instaurare un nuovo ordine sociale. Per un altro, sia chiaro di tutt’altro genere, nella politicizzazione di una parte consistente della magistratura, in modo particolare delle nuove leve. E qui lo scopo era di lottare contro tutte le ingiustizie. Il diritto fu visto come una  leva per cambiare la società. Attraverso l’azione penale si poteva arrivare dove la politica non era stata capace di arrivare. Il terrorismo fu sconfitto. Il sogno di una catarsi sociale, no. Il processo ad Andreotti fu la trasposizione nelle aule di giustizia della teoria del doppio Stato. Il complotto  era sempre dietro l’angolo. Del resto come si poteva spiegare che la sinistra, per definizione portatrice del buono e del giusto, non riuscisse a vincere le elezioni? Era un complotto, orchestrato da un astuto burattinaio. Prima Andreotti, poi Craxi, ora Berlusconi. Siamo ancora, dal punto di vista culturale, quasi, allo stesso punto di allora.

E’ quindi di tutta evidenza che bisogna reagire e riformare in profondità la giustizia per impedire che manovre simili possano verificarsi.  Ma come? Santificando Berlusconi anche quando, come nel caso Ruby, è di tutta evidenza che non organizzava ad Arcore cene per educande? Marciando sul Tribunale di Milano? Potrebbe anche essere una strada ma non funziona. Primo perché in tutti gli anni in cui Berlusconi ha governato non si è riusciti a fare niente, pur provandoci, secondo perché in una democrazia non si possono ammettere sacche di impunità e la divisione dei poteri non può essere messa in discussione. Appellarsi a Napolitano è stata una mossa tutta tattica che rivela impotenza. La risposta deve essere politica. Ma ci vuole un governo che abbia, oltre ai voti, l’autorità morale per fare quello che serve davvero a questo Paese: una riforma vera della giustizia che è il primo dei problemi italiani. Per ora un governo di questo tipo non è all’orizzonte.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giancarlo Magni

Giancarlo Magni, giornalista professionista, ha seguito per anni, a Roma, la vita politico-parlamentare. Ha lavorato nella carta stampata, nelle radio e nelle TV. Ha collaborato con la Nuova Eri e con il RadioCorriere. In Rai, e’ stato prima alla redazione del TGR della Liguria e poi al TGR della Toscana, dove ha ricoperto la carica di Vice Capo Redattore. Attualmente è VicePresidente del Comitato Regionale per le Comunicazioni della Regione Toscana. Fa parte del Comitato Direttivo della Fondazione “F. Turati”, una Onlus che opera in Toscana, Lazio e Puglia e che gestisce Centri di Riabilitazione, Rsa, Centri per disabili e strutture per persone in stato vegetativo permanente e per malati di Alzheimer.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. ori

    18 Marzo 2013 alle 10:39

    ma nella realtà tutti quelli che hanno pagato le tangenti in un sistema corrotto, lo SANNO e vanno anche a votare, è possibile che la corruzione possa far loro comodo, ma di certo basta una defaillance per far scattare il sospetto di chi era rimasto fuori dal gioco e avvisare la magistratura e poi c’è anche una confessione, se ben ricordo Craxi accusò il sistema: “lo fanno tutti”!
    forse la colpa di Craxi è stata quella di aver preteso una tangente più alta degli altri

    Rispondi

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