Non tanto di dire la verità ma piuttosto per convincere l’altro o gli altri circa la verità, ma sarebbe più corretto dire l’opinione da seguire.

Strano destino quello degli intellettuali, di volta in volta onorati e abusati. Sempre avvezzi alla parola ed alla comunicazione. Il termine intellectualis risale al periodo tardo-latino ma è indubbio che la funzione dell’intellettuale nasce con Socrate, si perfeziona con Platone e s’impone con Aristotele. Al filosofo-intellettuale compete il ruolo di indagare e poi definire la verità delle cose e quindi renderne edotti i cittadini. Viceversa, nel tempo immediatamente pregresso, il movimento della Sofistica aveva disperato di riuscire nel tentativo, concludendo attraverso le parole di Gorgia che, se anche fosse stata possibile una verità, questa non sarebbe stata conoscibile e, in ogni caso, non sarebbe stata trasmissibile. In effetti, i filosofi antichi, come li chiamava Aristotele, avevano un altro concetto del termine all’uopo usato e poi impropriamente tradotto con il termine verità. In epoca pre-omerica il termine aletheiapiuttosto aveva a che fare con il ricordo. Il termine si compone dell’alfa privativa e deriva dalla radice -ladh che indica qualcosa come “essere ignoto, far dimenticare, dimenticare”. L’uso del termine, inoltre, era circoscritto ad un ambito dialettico in cui la narrazione della cosa avveniva ad opera della persona che ne aveva fatto esperienza diretta (cfr. L. Borzacchini, Il computer di Platone).
Nel tentativo quindi di dare una definizione di intellettuale, dal contesto in generale dell’analisi storico-formale, emergono gli elementi sostanziali dell’e-vento e della narrazione, a cui in epoca remota si aggiungeva l’elemento dell’esperienza (o meglio, della testimonianza diretta dell’evento medesimo). Elemento questo, che anche e soprattutto a partire dalla modernità e ancor più nella post-modernità, de facto non caratterizza più l’attività degli intellettuali. Attività che, viceversa, si caratterizza sempre più mediante la proposizione di appelli, assolvendo al compito non tanto di dire la verità ma piuttosto di convincere l’altro o gli altri circa la verità, ma sarebbe più corretto dire l’opinione (dal greco antico,doxa), da seguire.
Cosa dovrebbe dire un vero intellettuale dell’attuale situazione politica italiana in vista della formazione di un, probabile o improbabile che sia, governo del paese? Un governo fatto da chi? Da forze politiche (Pd-Pdl) che per circa un ventennio si sono aspramente contrapposte senza giungere ad altro risultato complessivo se non quello dell’attuale declino in cui versa il paese? Da forze politiche (Pd-Pdl-M5S-Scelta civica ed altre) che a tutt’ora e durante l’intera campagna elettorale hanno mostrato di condividere poco o nulla sull’idea di futuro del paese? Oppure: un altro governo di tecnici, come sempre sostenuto e votato da politici? …
Se a questo paese, come credo che sia, ma anche su questo potrei sbagliarmi, interessa l’esperienza di un buon governo, democraticamente eletto, allora non resta che una via: l’approvazione di una nuova legge elettorale, che senz’altro meglio interpreti la volontà di governo dei cittadini, e poi subito nuove elezioni. Sia chiaro, questo non è un appello.

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