Draghi e Marcegaglia dicono all’unisono: ridurre la pressione fiscale e la spesa pubblica. Sulla carta, nulla da eccepire. E’ evidente che il tentativo di mettere mano ai conti dello Stato sul lato delle entrate deve avere un corrispondente contrappeso dalla parte delle uscite. Chi promette meno tasse senza affrontare il problema di diminuire la spesa, si sa, prende in giro i cittadini.
Ci sono però insormontabili difficoltà da superare.
La prima è il presupposto stesso dell’intera operazione. Riprogettare lo Stato, ristabilire un confine tra pubblico e privato, mettere a dieta la sua iperfetata struttura amministrativa: chi è in grado di farlo? Cambiare il motore alla macchina mentre si è (inevitabilmente) in corsa presuppone la sussistenza di una classe dirigente ineccepibile e determinata, dotata di idee molto chiare quanto alle modalità per realizzare l’obiettivo, che sono lo snodo, il fulcro di una intera politica.
Inoltre dovrebbe essere assodato che questo cambiamento non è da legare all’obiettivo, pur doveroso, di ridurre la pressione fiscale, bensì a quello di dare corpo ad un nuovo rapporto cittadini-Stato, ispirato ai principi di libertà e responsabilità. Una nuova concezione dello Stato e della politica, nella quale il cittadino italiano entra per così dire nell’età adulta, scopre che le istituzioni non sono una mucca da mungere, non c’è un padre cui tirare la giacca ogni volta che qualcosa non funziona.
La riduzione, anche sensibile, della pressione fiscale è uno degli ulteriori e benefici effetti di questo cambiamento profondo, culturale ed etico.
E’ noto, tuttavia, che una classe politica all’altezza di questo compito al momento non c’è.
La seconda difficoltà: quand’anche per assurdo questa classe politica ci fosse, perché dovrebbe fare proprio oggi – che siamo ormai oltre alla metà della legislatura – quello che (malgrado le promesse e gli impegni prelettorali) non ha fatto finora?
La ‘riprogettazione’ non è un’operazione indolore: ha certamente una valenza costituzionale ed è a buon diritto la madre di tutte le battaglie, destinata a suscitare apprensione e ostilità in numerose categorie e in milioni di persone. Un Governo e una maggioranza parlamentare dotati di realismo prendono subito il toro per le corna, all’inizio della legislatura. Non si permettono il lusso di trasformare la battaglia in una debacle, accettano responsabilmente il rischio del dissenso e persino del conflitto sociale, ma programmano di contenerlo e riassorbirlo nel medio periodo, quando si comincino ad intravedere i larghi benefici di decisioni anche impopolari.
Ormai – siamo a giugno 2011 – è decisamente tardi.
Infine, terza difficoltà: Berlusconi stesso. Il quale, a dispetto delle numerosi professioni di fede nel liberalismo, sempre e a maggior ragione dopo la recente batosta elettorale è tentato perfino dalla ipotesi opposta: allentare i cordoni della borsa, per mantenere una politica risalente, davvero da ancien regime; che produce provvedimenti ad hoc, ingrossa enti e burocrazie, elargisce mance e sussidi pubblici e così si assicura il consenso dei beneficiati.
L’approssimarsi delle elezioni politiche può innescare il processo opposto a quello virtuoso: spendere (ulteriormente), piuttosto che risparmiare. In questo inesorabile autunno del patriarca il rischio concreto è una nuova distribuzione di favori al posto della rivoluzione che non si è fatta.
Allora, anche gli appelli (o i rimproveri, secondo i punti di vista) di Draghi e Marcegaglia rischiano di rappresentare un puro esercizio di stile, l’atto di ossequio ad una etichetta – anzi ad un dover affermare persino opposto al riscontro dei fatti.
Perché è oltremodo tempo di fatti, prima che di parole.
In questo quadro può assai di più la fresca sberla elettorale di tanti discorsi, perché suona la squilla a tutto il centro-destra che ad oggi ha semplicemente fallito la sua originaria missione. Un campanello d’allarme che suggerisce un terremoto, un grande revirement di uomini e di progetti. E’ sufficientemente dolorosa, questa sberla? O è ancora poco e ci vuole ben altro?
Purtroppo è da temere che sia così ma, come spesso accade nelle situazioni meno promettenti, è anche giusto perseverare nella speranza e nella speranza attendere vigili un tempo inedito, un tempo creativo, una salutare stagione di cambiamento.
Paolo Marini

Caro Paolo,
Da come mi firmo, si capisce che non sono Fiorentino, credo nella creatività nell’uso della lingua Italiana, apprezzo quindi il tuo uso dell’iperfetazione già inventata dall’Espresso nel recente 22 maggio 2010 da Alessandro Gioioli, per meglio attaccare Berlusconi.
Un corretto uso dell’Italiano, AVVISO I LETTORI, solo concede:
superfetazione
[su-per-fe-ta-zió-ne]
s.f. (pl. -ni)
1 ZOOL Nei Mammiferi, in seguito a irregolarità mestruale, fecondazione di un secondo ovulo e sviluppo di un secondo feto, quando nell’utero si è già formato un primo feto da una fecondazione precedente.
Apprezzo cmq il tuo articolo, basterà solo che ti disintossichi dal residuo odio di origine sinistra e diventerai un grande.