Della lettera dell’Egregio C. mi ha dato fastidio la conclusione implicita: fra i senatori che si fregiano dell’etichetta di “liberaldemocratici”, è buono e probo Natale D’Amico perché ha votato a favore del Governo Prodi, mentre non vanno risparmiate critiche a Dini, perché ha votato contro.
Ricordo a me stesso che nel 1997 D’amico fu uno dei protagonisti della (per me infelicissima) stagione della Bicamerale presieduta da D’Alema, in cui si è fatto mercato della Costituzione. Ricordo a me stesso che D’Amico ha recentemente dichiarato di trovarsi spesso d’accordo con le posizioni di Marco Pannella (nei cui confronti il mio giudizio politico è fortemente negativo). Ricordo a me stesso che D’Amico sostiene la proposta referendaria di Guzzetta e di Segni. A cosa mira quella proposta? A pervenire ad un bipartitismo coatto, imposto “per legge”. Posto che D’Amico non mi sembra vicino a Forza Italia, ne deduco che per lui va bene la prospettiva che nel Centro-Sinistra ci sia un solo partito: appunto, il Partito Democratico.
Il problema è: perché ciascuno di noi, liberali sparsi, ha deciso di non aderire al PD? Una possibile risposta è che non si è aderito in quanto in questa nuova formazione politica i giochi erano già fatti e già si delineavano precisi assetti di potere interno, senza alcuna garanzia di disporre di strumenti statutari per rimettere tutto in discussione con un effettivo metodo democratico. Chi risponde in questo modo è, potenzialmente, un “entrista”: oggi non ci sono le condizioni, ma domani forse ci saranno; quindi, è bene tenersi una porta sempre aperta (l’atteggiamento che ho stigmatizzato come proprio dei “fiancheggiatori esterni”).
La mia risposta è diversa: non ho aderito perché mi sembra che il PD abbia una fisionomia culturale-ideale molto confusa, che maschera una volontà fine a sé stessa di conquista del potere e di gestione dello stesso.
Penso che oggi ci sia bisogno di un raggruppamento che esplicitamente si colleghi ai Liberali europei e che in Italia si preoccupi di valori liberali: Stato di Diritto, società aperta che premia i meritevoli ed i capaci, lotta all’ingerenza partitocratica nelle pubbliche amministrazioni, efficienza amministrativa, riduzione della spesa pubblica, liberandola dalle incrostazioni clientelari e combattendo sperperi e privilegi irrazionali. Aggiungo che bisognerebbe puntare su questioni essenziali per un Paese civile: mi limito a richiamarne due: produzione di energia, riducendo la dipendenza energetica dall’Estero; gestione del ciclo completo dei rifiuti, che include necessariamente pure i termovalorizzatori, così da cancellare la vergogna che è successa in Campania.
Ritengo che per fare questa aggregazione liberale occorra rimettere insieme spezzoni politici oggi incapaci di svolgere un ruolo autonomo: Dini, il PLI di Stefano De Luca, il PRI di Nucara e La Malfa, i Repubblicani Europei (se ci stanno), alcuni (pochi) radicali, intendendo quelli che si riconoscono in una tradizione politica seria e rigorosa (come quella espressa da Ernesto Rossi, per capirci), e non i meri ripetitori del verbo pannelliano.
In ogni caso, un’aggregazione siffatta è concepibile soltanto su posizioni “terziste”, cioè al di fuori di un rapporto di appartenenza ad una delle tradizionali coalizioni di Centro-Destra e di Centro-Sinistra, quali abbiamo sperimentato dal 1994 ad oggi.
In ogni caso, bisogna puntare su soluzioni istituzionali e su un modello di legge elettorale che consentano di superare questo bipolarismo; a maggior ragione, si deve essere contro l’impostazione del referendum elettorale.
La finisco, perché non era mia intenzione scrivere un articolo, ma soltanto mettere ordine nei miei pensieri. Cordialmente,
Livio Ghersi

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