
Ieri, durante il suo incontro alla Casa Bianca con Donald Trump, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha rilasciato una dichiarazione che ha immediatamente acceso il dibattito politico anche in Italia. Nel giro di poche ore, le sue parole sono state trasformate da alcuni in una presunta ammissione che 500 bombardieri americani sarebbero decollati dalle basi italiane per colpire l’Iran.
Il problema è che Rutte non ha mai detto questo.
Le sue parole sono state diverse. Ha parlato di circa 500 “aircraft”, cioè aeromobili statunitensi decollati dalle basi americane in Italia a supporto dell’operazione Epic Fury. Il termine “aircraft” indica genericamente qualsiasi aeromobile e comprende aerei da trasporto, cargo, velivoli cisterna per il rifornimento in volo, AWACS, ricognitori, mezzi per la guerra elettronica ed eventualmente anche aerei da combattimento. Tradurre automaticamente quella parola con “bombardieri” significa attribuirle un significato che non contiene.
Successivamente, sia la NATO sia il Ministero della Difesa italiano hanno precisato che il riferimento riguardava attività di supporto logistico e tecnico previste dagli accordi in vigore. Il ministro Guido Crosetto ha ribadito che l’Italia non ha autorizzato missioni offensive contro l’Iran e che le attività consentite erano esclusivamente di natura logistica.
Esiste poi un elemento giuridico che viene sistematicamente ignorato, dimenticato, o spesso neanche conosciuto. Le basi militari statunitensi presenti in Italia non sono territorio americano. Restano territorio della Repubblica Italiana e il loro utilizzo è disciplinato dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti, oltre che dal NATO SOFA del 1951, il trattato che regola lo status delle forze armate dei Paesi dell’Alleanza Atlantica.
Questi accordi consentono la presenza delle forze statunitensi e l’utilizzo delle installazioni militari, ma non attribuiscono agli Stati Uniti una libertà assoluta di impiego. Quando le attività possono comportare un coinvolgimento dell’Italia in operazioni militari offensive, il Governo italiano mantiene un ruolo autorizzativo.
È proprio su questo principio che si basa la posizione espressa dal Ministero della Difesa. Secondo il Governo, sono state autorizzate esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto, mentre non sono state autorizzate missioni offensive o cosiddette “cinetiche”. Anche la successiva precisazione della NATO è andata nella stessa direzione, chiarendo che le dichiarazioni di Rutte facevano riferimento al supporto consentito dagli accordi sulle basi e non alla partecipazione italiana ai bombardamenti.
Naturalmente, chiedere chiarimenti al Governo è pienamente legittimo. La trasparenza sull’utilizzo delle basi militari presenti nel nostro Paese è un tema serio e merita risposte puntuali. Ma è altrettanto importante che il confronto politico si sviluppi partendo dai fatti e non da traduzioni arbitrarie o interpretazioni forzate.
Le opposizioni hanno il diritto e il dovere di controllare l’operato dell’esecutivo. Sarebbe però auspicabile che evitassero di cavalcare ricostruzioni che, allo stato delle informazioni disponibili, non trovano alcun riscontro documentale. Parlare di “500 bombardieri partiti dall’Italia” quando la dichiarazione originale faceva riferimento a “500 aircraft” significa alimentare una polemica costruita su una premessa che non risulta corrispondere ai fatti.
Le critiche sono il sale della democrazia. Le ricostruzioni prive di fondamento, invece, rischiano soltanto di confondere l’opinione pubblica e di impoverire il dibattito politico.
Piero Terracina

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