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Hormuz: Trump minaccia la Nato

La Nato affronterà un futuro “molto negativo” se gli alleati degli Stati Uniti non interverranno per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran. Lo ha detto Donald Trump inviando un chiaro messaggio alle nazioni europee e non solo, perché inviino navi da guerra per mettere in sicurezza il passaggio, cruciale sia per il greggio che per il gas naturale. In un’intervista al Financial Times, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che potrebbe anche rinviare il suo vertice con il presidente cinese Xi Jinping, previsto a fine del mese, mentre fa pressione su Pechino affinché contribuisca a sbloccare lo stretto d’acqua da cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio.

di Alessia De Luca | 17 Marzo 2026

La Nato affronterà un futuro “molto negativo” se gli alleati degli Stati Uniti non interverranno per contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, bloccato dall’Iran. Lo ha detto Donald Trump inviando un chiaro messaggio alle nazioni europee e non solo, perché inviino navi da guerra per mettere in sicurezza il passaggio, cruciale sia per il greggio che per il gas naturale. In un’intervista al Financial Times, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che potrebbe anche rinviare il suo vertice con il presidente cinese Xi Jinping, previsto a fine del mese, mentre fa pressione su Pechino affinché contribuisca a sbloccare lo stretto d’acqua da cui passa circa un quinto della produzione mondiale di petrolio. “È giusto che coloro che beneficiano dello stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male” ha affermato Trump, sottolineando che Europa e Cina dipendono fortemente dal petrolio del Golfo, a differenza degli Stati Uniti. “Abbiamo un’organizzazione chiamata Nato – ha detto Trump –,  siamo stati molto gentili. Non eravamo obbligati ad aiutarli con l’Ucraina. L’Ucraina è a migliaia di chilometri da noi… ma li abbiamo aiutati. Ora vedremo se loro aiuteranno noi. Perché ho sempre detto che noi saremo lì per loro, ma loro non ci saranno per noi”. E ha aggiunto: “Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto dannoso per il futuro della Nato”. Interrogato sul tipo di aiuto di cui aveva bisogno, Trump ha risposto “qualsiasi cosa serva” e ha aggiunto che gli alleati dovrebbero inviare dragamine, di cui l’Europa possiede molte più unità rispetto agli Stati Uniti. Di fatto, la chiusura di Hormuz, in conseguenza degli attacchi congiunti israelo-americani contro Teheran, sta alimentando il timore di un nuovo shock per l’economia globale. I tentativi di riaprire il canale sono in gran parte falliti e le quotazioni del petrolio hanno raggiunto i 106 dollari al barile, aumentando di circa il 45% dall’inizio della guerra.

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Gli alleati si sfilano?

Le minacce di Trump agli alleati non hanno però sortito grandi effetti. Finora nessun Paese ha aderito pubblicamente all’appello, nonostante tutti siano stati colpiti dall’impennata dei prezzi dell’energia e alcuni abbiano già subito perdite in questa guerra. Un soldato francese è stato ucciso giovedì in un attacco di droni iraniani in Iraq. Domenica, un aereo italiano è stato distrutto in una base in Kuwait. In un intervento al parlamento britannico, il premier Keir Starmer ha detto che il Regno Unito “non si farà trascinare” in una guerra contro l’Iran e anche il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha respinto al mittente le richieste del presidente affermando: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi”. A dargli man forte, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha ribadito che nonostante la situazione instabile in Medio Oriente, l’Ucraina “rimane la massima priorità di sicurezza per l’Europa” e ha definito “sbagliata” la decisione di allentare le sanzioni al petrolio russo per stabilizzare i prezzi del greggio. Anche Grecia, Italia, Lussemburgo, Giappone, Francia e Australia hanno rifiutato di inviare navi. Intanto, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha auspicato un impegno diplomatico sotto l’ombrello Onu per consentire il transito di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz, sul modello dell’iniziativa che ha permesso all’Ucraina di esportare grano nonostante la guerra in corso. Kallas ha affermato che la chiusura dello stretto di Hormuz rappresenta un grave pericolo per l’approvvigionamento energetico dell’Asia, ma rischia anche di ridurre la fornitura di fertilizzanti, aggiungendo: “Se quest’anno ci sarà carenza di fertilizzanti, l’anno prossimo ci sarà anche carenza di cibo”. Di certo la questione sarà affrontata nel Consiglio Europeo previsto giovedì e venerdì prossimi.

Teheran ha il tempo dalla sua?

Intanto, da Hormuz arriva la notizia che alcune imbarcazioni cariche di gas liquefatto (GPL) battenti bandiera indiana e pakistana avrebbero attraversato lo Stretto. In una dichiarazione condivisa su Telegram il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato ai giornalisti che lo Stretto di Hormuz “è interdetto solo alle navi degli Stati Uniti, di Israele e dei loro alleati”. Dal nostro punto di vista – ha aggiunto il ministro – “lo Stretto è chiuso solo ai nostri nemici, a coloro che hanno perpetrato un’ingiusta aggressione contro il nostro Paese e ai loro alleati”. Nel corso di una conferenza stampa a Teheran, Araghchi ha affermato anche che il fatto che Teheran dichiari di non volere un cessate il fuoco “non significa che desideriamo la guerra, ma che questa volta la guerra deve finire in modo tale che i nostri nemici non pensino mai più di ripetere questi attacchi e questa aggressione”. Finora, almeno sul piano strategico, la difesa iraniana sembra funzionare meglio dell’offensiva americana. Teheran è riuscita a trasformare l’asimmetria militare in un vantaggio, facendo del tempo uno strumento di pressione. L’obiettivo non è necessariamente ottenere una vittoria immediata sul campo, ma logorare l’avversario fino a rendere progressivamente insostenibile il costo della difesa contro ogni nuova minaccia.

Trump vittima di sé stesso?

Gli Stati Uniti sono entrati in questo conflitto sostenendo che l’operazione sarebbe durata al massimo cinque giorni. Poi – man mano che la realtà sul terreno si rivelava più complessa del previsto – l’orizzonte si è allungato: prima di qualche settimana, poi fino all’estate, e forse oltre. Oggi, mentre la guerra entra nella terza settimana, Washington non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissata. In compenso ha contribuito ad aprire una fase di forte instabilità, mentre l’Iran sta dimostrando di avere capacità militari e di pressione ben superiori a quelle ipotizzate. In questo contesto, l’appello di Donald Trump agli alleati è una dimostrazione involontaria di difficoltà: dopo settimane di retorica aggressiva e di pressione sugli alleati, la Casa Bianca si trova a chiedere aiuto proprio a quei partner che negli ultimi mesi ha criticato, tenuto all’oscuro dei propri piani e colpito con l’arma dei dazi. Anche per questo in Europa prevale la prudenza. È chiaro a tutti, infatti, che ad avere il controllo effettivo della situazione è l’Iran: benché la marina iraniana sia stata sostanzialmente annientata, Teheran ha il potere di bloccare il passaggio delle navi nello Stretto con il solo ricorso alla minaccia di colpirle. E a giudicare dal crollo del traffico nel canale, la minaccia sta funzionando. Una situazione piuttosto imbarazzante per gli Stati Uniti, ma significativa per l’Europa: farsi coinvolgere, in questa fase, significherebbe entrare in un conflitto dagli obiettivi incerti e dalla dubbia strategia, guidati da un leader che sembra vittima della sua stessa trappola.

Il commento

Di Stefano Stefanini, ISPI Senior Advisor

“Dopo tanta denigrazione di alleati e partner, il presidente americano scopre di averne bisogno. O, almeno, che gli serve coinvolgerli in un’avventura sulla quale tenersi quale non li aveva minimamente consultati e dalla quale preferirebbero tenersi alla larga. Non importa quanti bersagli iraniani siano stati centrati in più di due settimane da Usa e Israele, quanto degradate siano le loro forze armate e guardie rivoluzionarie. Se lo Stretto rimane chiuso, con tutte le ricadute che sta provocando in America e nel resto del mondo, “Furia Epica” si rivela un fallimento epico”. 

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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