
Siamo di fronte alla più grande speculazione mai registrata: ancora qualche giorno e il gasolio alla pompa potrebbe sfiorare i 3 euro. Ma ridurre tutto a una dinamica di mercato sarebbe un errore. Il braccio di ferro tra l’anima più dura di questo conflitto con l’Iran, Benjamin Netanyahu, non riguarda più soltanto i contendenti diretti: coinvolge l’intero equilibrio globale, impedendo di fatto a molti Paesi di acquistare gas e petrolio dai produttori e di trasportarli in sicurezza verso i propri territori. Oggi l’energia è ciò che l’acqua rappresenta da sempre: una risorsa essenziale. Senza petrolio e gas si fermano industrie, trasporti, ospedali, servizi pubblici. Si blocca la vita quotidiana. E quando una risorsa vitale viene ostacolata, il problema non è più economico, ma diventa politico e strategico. La crisi si è ormai protratta oltre ogni limite accettabile. Rimandare non è più possibile. Gli Stati Uniti, come più volte ribadito dal loro Presidente, godono di una sostanziale autosufficienza energetica; anzi, la recente apertura al petrolio venezuelano rafforza ulteriormente questa posizione. Diversa è la condizione dell’Europa e di molte altre economie, esposte a rotte marittime fragili e a tensioni che non controllano. È qui che si impone una riflessione pragmatica. Se le vie commerciali diventano insicure, vanno protette. Scortare le petroliere con navi militari non è una provocazione, ma un atto di responsabilità. Significa difendere il diritto alla continuità economica, alla stabilità sociale, alla sicurezza energetica. Non è una scelta che si compie a cuor leggero. Ogni presenza militare porta con sé rischi e tensioni. Ma l’alternativa – restare immobili mentre i prezzi esplodono e le forniture si interrompono – è semplicemente peggiore. In un mondo interdipendente, lasciare che uno snodo strategico come Hormuz diventi ostaggio delle crisi significa accettare un ricatto permanente. Una minaccia? No. Una misura di tutela. Una risposta concreta a una situazione che, se ignorata, rischia di trasformarsi in una crisi sistemica. E forse anche un segnale: la sicurezza delle rotte energetiche non può più essere data per scontata, ma deve diventare una priorità condivisa e difesa con determinazione.
Angelo Santoro

Lascia un commento