
La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dei pasdaran iraniani non è soltanto un gesto di ritorsione militare agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. È un atto che tocca il nervo scoperto dell’economia globale. Da quel braccio di mare largo poche decine di chilometri transita circa un quinto del petrolio mondiale. Bloccarlo significa stringere il cappio attorno alla ripresa fragile dell’Occidente, e in particolare dell’Europa.
L’impennata del greggio è stata immediata. I future hanno reagito con rialzi a doppia cifra, trascinando con sé il gas naturale e l’intero comparto energetico. I mercati non aspettano la diplomazia: anticipano la paura. E la paura, questa volta, ha il volto concreto dell’inflazione di ritorno.
Le principali Borse mondiali hanno chiuso in territorio negativo. Wall Street ha registrato vendite diffuse sui titoli industriali e tecnologici; ma è in Europa che il colpo si avverte con maggiore intensità. Milano, Francoforte, Parigi hanno bruciato miliardi in capitalizzazione nel giro di poche ore. Il listino italiano, già esposto per la sua struttura manifatturiera energivora, paga un prezzo salato.
Il meccanismo è semplice quanto spietato: più caro il petrolio, più elevati i costi di produzione e di trasporto. Le imprese comprimono i margini o trasferiscono i rincari sui consumatori. In entrambi i casi, la crescita rallenta. E le banche centrali, che intravedevano spiragli per allentare la stretta monetaria, si trovano di nuovo prigioniere del dilemma inflazione-tassi.
L’Europa sconta una dipendenza energetica che la guerra in Ucraina aveva già messo a nudo. Le rotte alternative non si improvvisano, e la transizione verde – pur necessaria – non è ancora in grado di sostituire nel breve periodo il fabbisogno di idrocarburi. La vulnerabilità strategica diventa vulnerabilità finanziaria.
Non è solo una questione di barili. È una questione di fiducia. Gli investitori osservano una regione – il Medio Oriente – che torna epicentro di instabilità sistemica. E reagiscono ritirandosi verso beni rifugio, penalizzando i mercati più esposti al commercio globale.
In questo scenario, la politica europea appare divisa e lenta. Servirebbe una risposta coordinata: scorte comuni, acquisti centralizzati, diplomazia energetica incisiva. Invece si rischia di assistere all’ennesima somma di interessi nazionali incapaci di fare sistema.
Hormuz è lontano dalle nostre coste, ma vicinissimo ai nostri portafogli. Ogni tensione in quel tratto di mare si traduce in bollette più care, mutui più onerosi, investimenti rinviati. La geopolitica irrompe nei bilanci familiari.
Il contraccolpo non sarà soltanto congiunturale se la crisi dovesse protrarsi. Potrebbe accelerare una ridefinizione degli equilibri globali, spingendo l’Europa a scegliere se restare spettatrice delle mosse altrui o diventare finalmente soggetto strategico.
La storia insegna che le strettoie, geografiche o politiche, sono sempre state punti di svolta. Hormuz oggi è questo: un passaggio obbligato che misura la fragilità dell’economia mondiale e la capacità dell’Europa di reagire con lucidità e unità.
Cesare Mannucci

L’UE è seduta sul carro sbagliato da quel dì.
Sanchez lo ha capito e così Orban e Fico.
E lo avevano capito anche De Michelis e Berlusconi, che infatti volevano un rapporto più stretto con la Russia e la Cina.
Oggi, che in gangster Trump ha reso tutto più evidente, paghiamo le conseguenze di scelte dettate dal servilismo e dalla mancanza di visione nel lungo periodo.
Ma ci riempiamo la bocca di “libertà” e “democrazia” sapendo bene quanto siamo ipocriti.