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Hasbara: l’arte della negazione strategica israeliana

Mentre sul campo si combatte con le armi, negli uffici di Tel Aviv e sugli schermi dei nostri telefoni si combatte un’altra guerra, forse ancora più decisiva: quella per decidere chi ha ragione e chi ha torto agli occhi del mondo. Lo strumento principale di Israele in questa battaglia si chiama Hasbara. È una parola ebraica che significa semplicemente “spiegazione”, ma oggi indica una macchina pubblicitaria e diplomatica potentissima che ha un obiettivo politico preciso: convincere l’opinione pubblica mondiale che le azioni del governo e dell’esercito israeliano siano non solo giuste, ma l’unica scelta possibile per la sopravvivenza del Paese. 

di Antonio Laraia | 21 Aprile 2026

Mentre sul campo si combatte con le armi, negli uffici di Tel Aviv e sugli schermi dei nostri telefoni si combatte un’altra guerra, forse ancora più decisiva: quella per decidere chi ha ragione e chi ha torto agli occhi del mondo. Lo strumento principale di Israele in questa battaglia si chiama Hasbara. È una parola ebraica che significa semplicemente “spiegazione”, ma oggi indica una macchina pubblicitaria e diplomatica potentissima che ha un obiettivo politico preciso: convincere l’opinione pubblica mondiale che le azioni del governo e dell’esercito israeliano siano non solo giuste, ma l’unica scelta possibile per la sopravvivenza del Paese. 

​Il problema critico risiede nel fatto che questa strategia trasforma fatti tragici, storici e profondamente complessi in una serie di slogan facili da consumare e condividere per noi occidentali. L’Hasbara funziona come un filtro industriale: da una parte entra la realtà cruda e sporca della guerra, dall’altra esce un prodotto confezionato con cura, dove ogni bombardamento viene presentato esclusivamente come “difesa necessaria” e ogni critica internazionale viene respinta come “pregiudizio” o mancanza di informazioni. Per chi osserva con occhio critico, questa non è vera informazione, ma un modo per coprire con belle parole e grafiche accattivanti una realtà fatta di occupazione militare e sofferenza civile, rendendo quasi invisibile il dolore di chi sta dall’altra parte del muro. 

​Uno degli aspetti più feroci e controversi di questa strategia del governo israeliano è l’uso di termini come “Pallywood” (un neologismo che fonde le parole “Palestina” e “Hollywood”). Si tratta di un termine dispregiativo, coniato dai sostenitori della linea dura per screditare le testimonianze provenienti da Gaza, sostenendo la tesi che i civili palestinesi mettano in scena finti ferimenti o inventino tragedie davanti alle telecamere per manipolare l’opinione pubblica mondiale. Quando l’Hasbara ufficiale o i suoi sostenitori cavalcano questi concetti, smettono di dare spiegazioni logiche e iniziano a fare qualcosa di molto più grave: negano la realtà del dolore degli altri. 

​Se ogni video di una casa sventrata o di un quartiere ridotto in cenere viene bollato come “un falso costruito per i media”, la verità stessa finisce per sparire in una nebbia di sospetto e indifferenza. In questo modo, l’Hasbara smette di essere uno strumento di informazione e diventa un’arma spietata per anestetizzare le coscienze, spingendo il mondo ad abituarsi all’orrore e a smettere di provare empatia per il popolo palestinese. È una strategia che tenta di nascondere dietro uno slogan la realtà brutale di un conflitto che colpisce sistematicamente i più fragili: i bambini, i cui sogni vengono sepolti dalle macerie prima ancora di nascere, e gli anziani, costretti a fuggire a piedi tra le rovine di ciò che hanno costruito in una vita intera. Negare il dolore di un nonno che piange sui resti della sua casa o di un bambino rimasto solo al mondo non è più “spiegazione”, ma un atto di violenza psicologica che serve a giustificare l’ingiustificabile, trasformando crimini e sofferenze indicibili in semplici incidenti di percorso di una narrazione vincente. 

​Oggi questa propaganda corre velocissima sui social grazie a migliaia di volontari, unità militari specializzate e influencer che diffondono messaggi pronti all’uso, studiati per apparire spontanei. Israele punta moltissimo sulla sua immagine di “unico Paese moderno, libero e democratico della regione” per distogliere lo sguardo dalle pesanti accuse di violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. Si parla di tecnologia, di diritti civili e di successi economici per creare uno scudo di simpatia attorno allo Stato. Ma nel 2026, questo meccanismo inizia a mostrare le prime crepe profonde. La gente, specialmente i più giovani che sono abituati a smontare le pubblicità, inizia a capire che dietro un video patinato o un post virale su TikTok c’è una strategia psicologica studiata a tavolino per nascondere quello che succede davvero sul terreno. 

​Alla fine, il rischio estremo dell’Hasbara è proprio questo: a forza di voler “spiegare” tutto in modo ossessivo e di voler avere sempre l’ultima parola, il governo israeliano finisce per parlare da solo in una stanza vuota. È necessario che la comunità internazionale, e chiunque abbia a cuore la verità, denunci con fermezza questo uso sistematico della propaganda. Si tratta di metodi che, per la capacità di distorcere la realtà e manipolare le masse attraverso il controllo totale della narrazione, richiamano le pagine più oscure del Novecento: evocano quel modello di “grande menzogna” e di controllo dell’informazione che fu caro alla Germania di Goebbels. Oggi come allora, l’obiettivo non è informare, ma fabbricare una verità di Stato. Perché, in ultima analisi, il vero compito dell’Hasbara non è quello di favorire il dialogo, ma esattamente quello di negare la realtà dei fatti, trasformandola in una nebbia mediatica che protegge le scelte del governo israeliano dal giudizio della storia e della morale. 

Antonio Laraia 

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Antonio Laraia

Antonio Laraia è un giornalista ed opinionista di “Avanti Online”.

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