
La domanda che in queste ore attraversa televisioni, social network e cancellerie sanitarie internazionali è inevitabile: siamo di fronte all’inizio di una nuova pandemia? Il focolaio di hantavirus sviluppatosi a bordo della nave da spedizione polare MV Hondius, partita dall’Argentina e approdata nelle ultime ore a Tenerife dopo giorni di isolamento e tensione internazionale, riporta improvvisamente il mondo dentro paure che sembravano archiviate con il Covid. Tre morti confermate, diversi casi sospetti, evacuazioni sanitarie, controlli negli aeroporti, passeggeri monitorati in più Paesi europei e perfino la sorveglianza sanitaria scattata in Italia per alcuni viaggiatori transitati su un volo KLM dove sarebbe salita la donna poi risultata contagiata dal ceppo andino del virus. Tutto questo basta già ad alimentare ansie collettive, sospetti e inevitabili teorie complottiste. Anche perché il termine “virus trasmissibile da uomo a uomo”, associato al ceppo andino dell’hantavirus, produce immediatamente nella memoria collettiva il riflesso traumatico degli anni del Covid. E infatti i social si sono già riempiti di ipotesi sulla possibile origine artificiale del virus, sulla fuga da laboratori e su presunti insabbiamenti internazionali. Uno schema ormai noto, quasi automatico, figlio della sfiducia sedimentata negli ultimi anni verso governi, istituzioni sanitarie e organismi internazionali.
Ma proprio qui serve prudenza. Gli esperti dell’ECDC, l’agenzia europea per il controllo delle malattie, e la stessa Organizzazione mondiale della sanità continuano a ripetere che il rischio pandemico resta basso. Il virus delle Ande è effettivamente l’unico hantavirus conosciuto in grado di trasmettersi tra esseri umani, ma i casi documentati di contagio interumano sono rari e generalmente legati a contatti molto stretti e prolungati. La principale modalità di trasmissione resta quella tradizionale: il contatto con escrezioni di roditori infetti. Eppure la percezione pubblica segue ormai dinamiche diverse dalla realtà epidemiologica. Basta una nave bloccata, qualche decesso, il coinvolgimento di diversi Paesi e la parola “quarantena” per innescare un meccanismo emotivo globale. Lo si vede anche nelle proteste registrate a Tenerife contro l’arrivo della nave e nelle misure eccezionali predisposte per lo sbarco controllato dei passeggeri. In Italia il ministero della Salute ha attivato protocolli di sorveglianza attiva su alcuni contatti considerati a rischio, segnale di una attenzione elevata ma non necessariamente di allarme sanitario generalizzato.
Il problema vero, forse, è che il mondo post-Covid non riesce più a distinguere facilmente tra prevenzione e panico. Ogni focolaio internazionale viene immediatamente interpretato come possibile preludio di una nuova emergenza globale. E in questo clima prosperano inevitabilmente i professionisti del sospetto permanente. Le teorie sul virus creato in laboratorio, al momento totalmente prive di riscontri scientifici, stanno già circolando con una velocità impressionante. Del resto è accaduto con il Covid, con il vaiolo delle scimmie, con Ebola, con ogni emergenza sanitaria degli ultimi anni. Internet ha trasformato la paura in una forma di contagio parallelo. Più veloce spesso dello stesso virus. Il rischio è allora duplice: sottovalutare il problema oppure trasformarlo in una psicosi collettiva. Ed è proprio questo equilibrio delicatissimo che oggi devono gestire governi e autorità sanitarie. Perché la prevenzione è necessaria, ma il terrorismo psicologico può diventare quasi altrettanto dannoso della malattia stessa.
Intanto il mondo osserva con apprensione ciò che accadrà nei prossimi giorni. Le procedure di evacuazione e controllo sanitario dei passeggeri della Hondius rappresentano una sorta di test internazionale sulla capacità di risposta coordinata dopo l’esperienza del Covid. Ma c’è anche un altro elemento che merita attenzione: la fragilità psicologica delle società occidentali dopo anni di emergenze globali. Guerre, crisi energetiche, inflazione, pandemie, terrorismo. Ogni nuova minaccia viene percepita come potenzialmente incontrollabile. E così un virus raro, conosciuto da decenni e generalmente circoscritto, riesce improvvisamente a diventare il simbolo di un’ansia collettiva molto più ampia. La verità, almeno per ora, è che non siamo davanti a una nuova pandemia globale. Ma siamo certamente davanti a una nuova stagione della paura globale. Ed è una differenza che sarebbe bene non dimenticare.
Cesare Mannucci

Lascia un commento