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Guglielmo Adilardi: Napoleone Bonaparte. Trono e Altare (1801). Pontecorboli Ed. Firenze, 2019

Tornare a scrivere sulla Convenzione del 1801 fra il Primo Console Napoleone Bonaparte e papa Pio VII potrebbe sembrare un esercizio storico d’antan, se non che tale Concordato ha fatto da modello a tutti quelli che la Chiesa cattolica ha posto in essere successivamente con le varie Nazioni.

di Redazione Pensalibero.it | 8 Luglio 2019

Napoleone Bonaparte nonostante sia temporalmente molto vicino a noi divenne ben presto un mito, nonostante tutte le spogliazioni, le battaglie e le tante sofferenze delle popolazioni asservite con violenza alla Francia. Eppure le idee di libertà contemperate con i diritti di proprietà, le modernità che introdusse nelle amministrazioni degli Stati, le varie riforme, ad iniziare da quella della giustizia e per finire con la concessione della libertà religiosa, fino ad allora ancora sotto l’influsso del cuius regio, eius religio, la fine dei ghetti ne faranno un modello da ammirare, soprattutto da parte di quei ragazzi che per quanto giovanissimi si erano imbevuti di quelle libertà civili che per breve tempo avevano trasformato i sudditi in cittadini e avevano inoculato in quegli animi sentimenti di indipendenza della propria patria. E anch’esso era un concetto del tutto nuovo soprattutto come veniva da allora in poi a declinarsi in Italia, unita per lingua e cultura, ma non ancora politicamente; fu l’inizio del Risorgimento per molti popoli europei fino ad allora sottomessi allo straniero. Ripercorrere la storia, anche se settorialmente, per ciò che concerne i rapporti di Bonaparte con il papato, come fa questo saggio, consente comunque di conoscere a fondo una personalità straordinaria, non certo del condottiero, ma del diplomatico, del legislatore, dell’ordinatore dello Stato, massima preoccupazione dei grandi statisti. Questa visione e capacità ordinatrice gli derivava indubbiamente dagli studi storici, che sebbene fatti in piena autonomia, gli avevano permesso una comprensione profonda della realtà del suo tempo. Che interesse egli avesse con la storia lo possiamo conoscere dal suo grandioso progetto di razziare gli archivi storici dei paesi conquistati per farne un archivio universale in Parigi. Naturalmente per lui l’archivio più interessante ed antico fu quello vaticano. Partirono da Roma ben 1.470 casse con 12 carri, ma era soltanto un piccolo prelievo iniziale, seguirono altri 18 convogli e non furono gli ultimi. La prima pietra del Palazzo degli Archivi venne posta il 15 agosto 1812 , festa di San Napoleone. Questa opera doveva divenire il più grande deposito della civiltà umana, una collezione di opere d’arte, libri, incunaboli, arredi, strumenti scientifici… Una centrale del sapere che era anche simbolo di un Impero del tutto nuovo che aveva necessità di radici antiche e contemporaneamente era per lui la consapevolezza che chi possiede “le storie” possiede la Storia, quindi il futuro. Anche in questo progetto si dimostrò estremamente intelligente e pragmatico nell’utilizzare personalità competenti; egli si circondò sempre dei migliori ingegni e studiosi senza la pretesa di intromettersi in materie a lui estranee una volta dato l’input. Così per il grandioso archivio d’Europa nominò Pier Daunou archivista capo, Dominique Vivant Denon scelto quale direttore del Louvre, e Antoine Alexandre Barbier era destinato alla conservazione e raccolta di libri

Tornare a scrivere sulla Convenzione del 1801 fra il Primo Console Napoleone Bonaparte e papa Pio VII potrebbe sembrare un esercizio storico d’antan, se non che tale Concordato ha fatto da modello a tutti quelli che la Chiesa cattolica ha posto in essere successivamente con le varie Nazioni. Ad iniziare, rimanendo in Italia, da quello del 1929 mussoliniano per arrivare a quello del 1983 di Bettino Craxi. In pratica, tutt’altro che essere deposito di storie d’antan, è ancora materia viva e pronta all’uso, per esempio nella Repubblica Popolare Cinese di Xi Jinping, nella quale Nazione nel 2018 è stato firmato un “accordo provvisorio” sulla nomina dei vescovi e sacerdoti “patriottici” che richiama fortemente alla memoria gli “insermentes” e quelli che patriotticamente si prestarono al giuramento (serment) di fedeltà alla Repubblica rivoluzionaria francese. Come finirà questa avventura della Chiesa cattolica in Cina? In parte è già scritta nella storia ripercorsa da questo saggio.

Pubblicato in : Primo pianoTag: bettino craxi, chiesa, chiesa cattolica, cina, craxi, europa, firenze, francia, futuro, italia, nazione, parigi, repubblica, riforme, risorgimento, roma, studi storici

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