
Da tre anni la Russia vive in stato di guerra. Sulla carta si chiama ancora “operazione speciale”, ma nella realtà è una trincea infinita che ha bruciato l’idea di vittoria molto prima di bruciare l’Ucraina. Il punto ormai non è più chi sposta una linea di fronte di qualche chilometro, ma quanto tempo ci mette il Cremlino ad ammettere che questa guerra, strategicamente, è persa. E quanto ci metterà Putin a capire che alla fine del giro non gli resta altro che dichiararsi sconfitto e togliersi di mezzo.
La guerra che voleva vincere all’inizio era semplice, nella sua brutalità: entrare veloce, rovesciare il governo di Kiev, riportare l’Ucraina nell’orbita russa e dare una lezione all’Occidente. È successo l’esatto contrario. Kiev è ancora capitale di un Paese ostinatamente indipendente, l’Ucraina è molto più anti russa di prima, la NATO è più grande, più vicina e più compatta. Quella partita è finita da un pezzo. Quello che resta oggi sul campo non è più una guerra di conquista, ma una guerra di consumo.
A questo si somma lo scontro culturale con l’Europa, quella che Putin disprezza da anni come decadente, corrotta, “senza valori”. Pensava di piegarla con il gas, con la paura, con il ricatto dei profughi e delle bombe ai confini. Si ritrova invece davanti un muro invalicabile: un continente litigioso, pieno di contraddizioni, ma che sul punto ucraino alla fine tiene. Anche perché, dall’altra parte, c’è un modello di potere nudo e crudo che nessuno, fuori dal giro degli autocrati, ha voglia di imitare. E persino l’aiuto, ormai palese, di Trump e del suo mondo politico-mediatico, che flirta apertamente con le posizioni del Cremlino e sembra quasi l’ennesimo sponsor “a libro paga” della narrativa russa, non basta a ribaltare questo dato di realtà: l’Europa che Putin odia è ancora lì, e non si è inginocchiata.
Il fronte è una lunga cicatrice fatta di trincee, boschi, villaggi sbriciolati. Si combatte per qualche collina, per una striscia di fango, per una strada di campagna. I russi attaccano a ondate, sacrificando uomini per rosicchiare qualche centinaio di metri. Ma non c’è nessuna marcia trionfale verso il Dnepr, nessun “nuovo ordine” in arrivo. C’è una macchina che trita carne e acciaio per non dover arretrare. Se allontani lo zoom, è evidente: la Russia non è in cammino verso una vittoria, è incastrata in un pareggio sporco che però, sul piano politico, è già una sconfitta.
Perché la sconfitta vera non è sulla mappa, è nel futuro che ti sei mangiato. Sul lato economico, la favola del “rublo forte” regge solo in TV. Dopo l’invasione, per non far esplodere l’inflazione, il Cremlino ha dovuto drogare la moneta: controlli sui capitali, obblighi agli esportatori, tassi d’interesse portati a livelli da usura. Il rublo è stato rivalutato a forza, non perché qualcuno ci creda. È una moneta tenuta in piedi per decreto, dentro un recinto chiuso. Appena allenti la presa, il cambio scivola e i prezzi ripartono.
Nel frattempo, per la gente normale, fare la spesa costa molto di più. Le statistiche raccontano una storia addolcita, ma chi entra al supermercato lo sa: i prezzi del cibo, dell’energia, dei trasporti sono saliti nell’ordine del quaranta, cinquanta per cento nel giro di pochi anni. Il carrello è la vera opposizione politica, perché ogni volta che lo riempi vedi nero su bianco quanto ti sta costando la guerra. E la banca centrale, per non perdere il controllo, è costretta a tenere i tassi alle stelle, soffocando consumi e investimenti.
Poi c’è il tema più pesante: la sovranità venduta a rate. Tagliata fuori dai canali normali in dollari ed euro, la Russia si è spostata sempre di più sullo yuan. Prima per il commercio, poi per le riserve operative, adesso perfino per il debito. Quando inizi a emettere titoli di Stato nella moneta di un altro Paese, e quel Paese è il tuo partner dominante, stai ammettendo che da solo non ce la fai più. È una dipendenza scritta in piccolo sulle cedole: per tappare il buco di bilancio non ti basta più il rublo, ti serve la stampella cinese.
E non è finita. Per tenere in piedi questo castello, Mosca ha cominciato a vendere anche l’oro. Quello che per anni era stato presentato come il salvadanaio inviolabile della nazione ora viene convertito in contante per pagare stipendi, fornitori militari, bonus ai mobilitati. È il gesto di chi, per pagare la benzina al carro armato, inizia a smontare i muri di casa. Puoi andare avanti così per un po’, certo. Ma non stai costruendo niente, stai solo allungando l’agonia.
Se metti in fila tutto, il quadro è chiaro: tre anni di stato di guerra permanente, spesa militare fuori scala, deficit cronico, moneta drogata, debito agganciato allo yuan, oro venduto, inflazione che morde il carrello della spesa e una generazione spedita al fronte. Non è un incidente di percorso, è una scelta strutturale: il Paese è stato trasformato in serbatoio di uomini e denaro al servizio di una guerra che non porta nessuna vera vittoria.
E qui arriviamo a Putin. Che margine ha ancora, realisticamente? Non può prendersi tutta l’Ucraina, quel treno è passato. Non può convincere il mondo che tenersi pezzi devastati di territorio, al prezzo di isolare e impoverire la Russia, sia una vittoria storica. Non può ritirarsi di colpo senza contropartite, perché verrebbe percepito come disfatta totale e aprirebbe subito la lotta per il dopo.
Gli restano solo tre strade, tutte tossiche. Continuare all’infinito, trascinando la guerra finché l’apparato regge e sperando che l’Occidente si stanchi prima dei russi. Inventarsi una finta pace, congelando le linee del fronte e vendendo in casa l’accordo come “missione compiuta”, pur sapendo che fuori resterà l’etichetta di aggressore sconfitto. Oppure la via che nessun autocrate vuole guardare in faccia: riconoscere che la guerra non ha raggiunto gli obiettivi, accettare un compromesso che ha il sapore della ritirata e, a un certo punto, farsi da parte.
Se togli propaganda, illusioni e chiacchiere, la logica stringe verso l’ultima opzione. Non esiste uno scenario in cui la Russia esce davvero vincitrice da questa storia. Esiste solo un ventaglio di modi diversi di gestire la sconfitta. La versione meno distruttiva, per il Paese, è proprio quella: che Putin, prima o poi, si dichiari sconfitto, chiami questa sconfitta con un altro nome, e sparisca dalla scena. Lasciando a chi viene dopo il compito impossibile di rimettere in piedi un Paese dissanguato per inseguire un’illusione di impero.
Piero Terracina

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