
di Simone Urbani Grecchi*
Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti hanno recentemente firmato un accordo per il potenziamento della sicurezza dell’isola artica. Qualora dovesse essere ratificato dal parlamento danese e da quello di Nuuk (non sono previsti passaggi al Congresso), l’intesa prevede (a) la costruzione di almeno due basi militari americane; (b) la possibilità di attivare postazioni militari USA non presidiate per il lancio di droni; (c) il divieto di accesso a informazioni sulla sicurezza dell’isola a paesi che non siano membri (o partner) della NATO o stati dell’UE.
Lontano dalle posizioni massimaliste del presidente Trump, tale accordo contiene in realtà un importante risultato e qualche significativa presa d’atto da parte di USA e Danimarca. Una cosa è certa: l’escalation militare è oggi un’eventualità remota, uno scenario a cui in realtà hanno creduto in pochi e talmente irrealistico da essere criticato pubblicamente dal consigliere Stephen Miller, dal presidente della Camera dei rappresentanti Mike Johnson e dallo stesso vicepresidente J.D. Vance.
Quali sono allora gli elementi di interesse di questo accordo?
- Innanzitutto, il patto conferma che le attività russe (e cinesi) nell’Artico destano sempre più preoccupazione in Occidente. Non solo a Washington ma anche a Ottawa, con i canadesi che (a) nonostante le tensioni bilaterali, continuano a considerare l’interoperabilità delle loro forze militari con quelle USA un obiettivo prioritario; (b) partecipano da decenni con gli USA al programma North American Aerospace Defense Command; (c) gestiscono il progetto Over the Horizon per il monitoraggio dell’Artico.
- La Danimarca sembra avere preso atto delle criticità a livello di sicurezza. Problema comune a molti paesi UE, nel caso specifico Copenaghen appare poco attrezzata per difendere la Groenlandia, a tal punto da richiedere la presenza di personale militare statunitense sul proprio territorio continentale. Così, nonostante le recenti tensioni diplomatiche, il parlamento danese non solo ha approvato con maggioranza 94/11 un accordo per lo stazionamento di truppe americane in Danimarca, ma ha anche deliberato l’acquisto di armi da Washington per oltre tredici miliardi di dollari. Il rafforzamento della presenza militare americana appare quindi un’implicita conferma da parte danese che la sicurezza della Groenlandia non possa prescindere dall’appoggio di Washington. Così come assai costruttivo appare il modus operandi che ha portato parte dell’amministrazione Trump a moderare i toni e a ridimensionare le proprie richieste, partendo ad esempio dall’ipotesi di utilizzare siti già esistenti sulla costa ovest dell’isola artica (Narsarsuaq) e su quella est (Mestersvig) per la costruzione delle basi militari.
- Seppur indirettamente, l’accordo sottolinea le difficoltà che anche la NATO incontra nel presidiare la zona, in particolare le attività sottomarine della Russia nella parte settentrionale dell’Atlantico. La Norvegia infatti, alla luce degli attacchi alle proprie infrastrutture sottomarine nel 2022 e nel 2024, non sempre riesce a tracciare il passaggio di sottomarini russi nel Baltico. E come sostiene il colonnello O’Donnell, portavoce NATO per l’Europa, una volta che i mezzi di Mosca si avvicinano al chokepoint marittimo Groenlandia-Islanda-UK (GIUK) le difficoltà aumentano “esponenzialmente”. Risulta dunque abbastanza evidente il ruolo che una maggiore presenza militare americana in Groenlandia potrebbe giocare per la sicurezza dell’Atlantico settentrionale come deterrenza nei confronti di Mosca.
- Viene indirettamente confermata la solidità delle affermazioni del segretario generale della NATO Mark Rutte, che qualche mese fa aveva suscitato vivaci reazioni da parte degli europei dichiarando che senza la partecipazione USA l’Europa non è a oggi in grado di difendersi compiutamente.
- Contrariamente a quanto sostiene una linea di pensiero abbastanza diffusa, l’accordo tra Washington, Nuuk e Copenaghen dimostra che i rapporti transatlantici non sono defunti. Non solo. L’intera vicenda ci dovrebbe ricordare che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa non sono mai stati un idillio ininterrotto e che la lista di presidenti americani che hanno avuto perplessità a riguardo è abbastanza lunga. A titolo di esempio basta ricordare (a) la contrarietà di Wilson a considerare gli europei come alleati; (b) la volontà di Roosevelt di richiamare tutte le truppe USA in Europa una volta terminata la fine della seconda guerra mondiale; (c) lo scetticismo mostrato da Truman (e svanito solo per il blocco sovietico di Berlino) sulla formazione di un’alleanza militare transatlantica; (d) le perplessità nutrite da Eisenhower sulle possibilità dell’Europa di giocare un ruolo geopolitico rilevante in assenza di un progetto federale tra gli stati membri (e) l’irritazione di Obama e Clinton nei confronti del basso livello di spesa per la difesa dei partner europei. Ma tutto questo non ha impedito di creare solidi legami pluridecennali a livello transatlantico, ben rappresentati ad esempio dallo stock di 4.800 miliardi di euro in FDI e da un interscambio (in crescita nel 2025) che rappresenta il 30% del commercio globale e genera circa sei milioni di posti di lavoro su entrambi i lati dell’Atlantico.
L’accordo sulla Groenlandia probabilmente non verrà ricordato come il punto di svolta dei rapporti tra l’amministrazione Trump e l’Europa. Così come non verrà ricordato per le poche e deboli indicazioni fornite sul controllo degli investimenti esteri e dello sfruttamento delle risorse minerarie dell’isola artica, tema su cui il presidente americano si era espresso in termini categorici non più tardi di un anno fa. Tuttavia questo accordo ha il pregio di ricordare all’UE che, per giocare quel ruolo geopolitico a cui ambisce anche nel campo della sicurezza, dotarsi di politiche estere e di difesa che non siano ostaggio dei singoli stati membri appare un passaggio obbligato.
Alex Younger, capo dei servizi segreti britannici, amava dire che “tutto ciò che Russia e Cina vogliono per Natale è la disgregazione dell’Occidente”. Sarebbe nell’interesse di tutti, ma soprattutto della parte che in questo momento rappresenta il junior partner dell’alleanza atlantica, evitare che questo succeda.
Simone Urbani Grecchi
*Istituto Ispi

Lascia un commento