
La partita sulla Groenlandia forse si chiude, ma il danno politico e simbolico resta. Perché al di là dell’esito ciò che colpisce è il modo: una pretesa avanzata dagli Stati Uniti come se la geopolitica fosse una contrattazione da bancarella, senza filtri, senza forma e senza la minima cura diplomatica. Il risultato è stato immediato e prevedibile. Perplessità tra gli alleati, irritazione diffusa e un effetto collaterale che a Washington probabilmente non avevano messo in conto: una ritrovata compattezza europea. In un mondo già attraversato da tensioni sistemiche, l’idea che un territorio possa essere trattato come una merce scambiata tra potenti – per di più sul palcoscenico di Davos – ha suscitato reazioni infastidite. Certo, il mondo è cambiato e la competizione geopolitica non è più quella del Novecento. Ma anche nei secoli delle conquiste e delle annessioni le ambizioni venivano accompagnate da una chiara assunzione di responsabilità politica e militare. Qui invece si è avuto l’impressione di una rivendicazione lanciata con la finezza di una mandria di bufali impazzita, altro che realpolitik. A peggiorare il quadro sono arrivate le dichiarazioni sulla Danimarca giudicata impreparata di difendere la Groenlandia, e i riferimenti storici usati per mettere in discussione una sovranità consolidata. Un approccio che non solo ha mortificato Copenaghen, ma ha ulteriormente indebolito la posizione americana sul piano diplomatico. E se l’obiettivo era rafforzare la leadership statunitense, il risultato è stato l’esatto contrario. L’intervento di Donald Trump al Forum economico di Davos ha completato l’opera. Più che un messaggio ai partner internazionali è sembrato un comizio travestito da discorso globale: toni da campagna elettorale, slogan per il pubblico interno, zero attenzione alle conseguenze esterne. Diplomazia ridotta a strumento di comunicazione politica domestica. C’è chi sostiene che tutta l’operazione sia stata concepita in chiave elettorale. Può darsi. Ma anche ammettendo questa lettura, resta un fatto: usare la politica estera come megafono interno ha un prezzo, e quel prezzo si paga in credibilità, affidabilità e rispetto internazionale. Gli Stati Uniti restano la potenza economica e militare mondiale. Ma la leadership non si misura solo in portaerei e PIL: si misura nello stile, nella capacità di costruire consenso e nel rispetto delle regole non scritte della diplomazia. E in questa vicenda, più che la sostanza, ha pesato l’arroganza della forma.
A Davos, sulla Groenlandia, non è arrivato un no solo politico. È arrivato un pollice verso.
Angelo Santoro

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