Non è detto che la sua quasi cinquantennale carriera sia giunta al capolinea. ma dopo una quantità di occasioni sprecate, ne trovi una per giustificare tutto questo tempo trascorso nelle stanze dei bottoni.

La logica della rottamazione non convince proprio nel cuore della sua pur scontata filosofia. La crisi politica, sociale ed economica di un intero paese, acuitasi al cubo dopo il biennio manettaro ‘92/’94, non è soltanto un problema riconducibile alle carte d’identità dei protagonisti.
Appare invece un banale tentativo di assolvere gruppi completi di classi dirigenti, dal reato maggiore, imputandogliene uno minore: quello dei raggiunti limiti di età a dispetto di quello di aver contribuito, pur di restare in sella, al completo disfacimento di una intera nazione. E questo, anche quando le lancette della storia avrebbero dovuto indicare altri percorsi.
Addebitare i dissesti della (c.d.) II Repubblica al solo Berlusconi, è l’altra chiave di lettura artificiale utilizzata dai rottamatori ma non disdegnata dai rottamandi nel tentativo di difendere il difendibile.
Certo, se avessero raccontato l’attualità all’algido Massimo D’Alema (tanto per fare nomi) quel giorno nel garage di Botteghe Oscure, allorquando strinse il patto di ferro con Occhetto (a salma di Berlinguer non ancora inumata) avrebbe offerto il beffardo ghigno di sempre. Ma anche questo tipo di tratti psicosomatici, sono destinati prima o poi, a passare di moda.
Renzi di sicuro non è peggio della classe politica che l’ha preceduto (e che gli ha servito la pappa scodellata, non scordiamocelo) e qui si ferma l’opinione di chi scrive sul personaggio.
Però in qualche maniera, il terranova fiorentino, sta svolgendo un gioco di salvataggio proprio nei confronti di quei giovani figiciotti di un tempo, che cinicamente e senza dubbi morali, rottamarono a loro tempo quel che restava del togliattismo e del berlinguerismo in pochi colpi ben assestati.
Ma in questo modo, legando tutto appunto ad una mera questione di anzianità di servizio, se ne sottace in fondo la responsabilità politica.
Nel 1989 cadde il muro di Berlino, ma in Italia (unico caso nel mondo occidentale) le macerie finirono addosso al sistema democratico (criticabilissimo e certo con urgenza di riformazione) ma salvarono gli ex aderenti all’imperialismo rosso.
Tangentopoli contribuì non poco a realizzare una stranissima selezione politica, dove venne risparmiato un intero partito in blocco (il PCI-PDS) e alcuni pezzi degli altri (su tutti l’area demitiana della DC, della quale il buon Renzi e figliolo).
Ma l’effetto che ne è scaturito, non è certo stato benefico per noialtri italiani.
Eravamo (senza che si dicesse troppo in giro, per via del Vaticano e di una borghesia troppo sensibile) un paese sostanzialmente socialdemocratico e keynesiano. Anche grandi settori della DC avevano contribuito a questo dato di fatto, in buona sostanza.
L’industria e le aziende di Stato godevano di buona salute, nonostante la costante bulimia dei partiti di governo che le riempivano a dismisura di clienti e vagabondi di varia natura; gl’italiani erano proprietari di buona parte delle loro banche (73% nel 1990); dell’energia; delle telecomunicazioni; delle infrastrutture; dei trasporti, dell’industria pesante e di quella ad alta tecnologia.
L’impresa privata era a sua volta avvantaggiata dal sistema misto e ancora capace di forte competitività internazionale. Questo quid di volontà politica e abilità imprenditoriale, avevano (non a caso) portato l’Italia al 5° posto tra i paesi più ricchi del mondo.
Oggi dopo il ventennio dei “miracolati” se diamo un’occhiata a tutte le varie classifiche (comprese quelle legate a corruzione e ad efficienza della giustizia) arriviamo spesso anche oltre il 100° posto.
Ecco perché la logica della rottamazione è da rispedire al mittente, accompagnata da un bel NO grazie.
Lo stesso D’Alema se ne faccia una ragione e abbia la capacità di trovare le parole per spiegarci quello che è realmente accaduto in questo ventennio. Non è detto affatto che la sua quasi ormai cinquantennale carriera sia giunta al capolinea, ma sarebbe utile che dopo una quantità di occasioni sprecate, ne trovi una per giustificare tutto questo tempo trascorso nelle stanze dei bottoni, a spese nostre.

Alessandro la tua analisi chiara e raccontata con parole piane non può non convincere e nel contempo far capire quello che forse in fondo sapevamo. Rottamare quindi ma non per raggiunti limiti di età ma per raggiunti limiti di insipienza costante. Reastabpoi ovvio che se non vogliamo trasformare la politica in un mestiere che mira solo a lucrare due mandati sono più che sufficienti Uno per capire cosa e come è meglio fare e l’altro per attuare almeno in parte quanto capito.
Ecco una un’analisi profonda e chiara sul nostro recente passato,cose che sapevamo o intuivamo , ma esposte in maniera così brillantemente riassuntive ,assumono l’aspetto di un manifesto a cui noi tutti dobbiamo tener conto. Grazie Alessandro!