
Un raro intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone ha impedito che lo yen, la valuta di Tokyo, si indebolisse ulteriormente, dopo essere sceso ai minimi da quarant’anni. Come confermato dal Ministero delle finanze giapponese, l’intervento da parte di USA e Giappone ha comportato l’acquisto di yen e la contestuale vendita di dollari sul mercato dei cambi, con l’obiettivo di stabilizzare la moneta giapponese dopo il forte deprezzamento delle ultime settimane. Secondo alcune analisi, l’iniziativa dimostra la volontà dei due governi di evitare che il crollo dello yen e la vendita dei titoli di Stato giapponesi inneschino turbolenze sui mercati finanziari internazionali, contribuendo, ad esempio, a far salire ulteriormente i rendimenti dei titoli di Stato americani, già sotto pressione. Un intervento simile non si vedeva dal 2011, quando l’intervento fu giustificato dal terremoto e dalla conseguente ricostruzione in Giappone. Il presidente USA Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti ci saranno sempre per il Giappone, confermando come Tokyo rappresenti un alleato strategico per Washington. La manovra monetaria è stata di grande impatto sul valore della valuta giapponese, che si è rafforzata in modo consistente fino a toccare i 155 yen per dollaro dopo essere scesa fino a quota 164 solo la scorsa settimana. Il ministro delle Finanze giapponese Satsuki Katayama lunedì ha detto che i due paesi sono pronti a nuovi interventi se necessari.

Come si è arrivati a questa situazione?
La situazione attuale è il risultato di una politica monetaria eccezionalmente espansiva. Per decenni, infatti, i tassi di interesse della banca centrale giapponese sono stati dello 0% se non addirittura negativi. Conseguentemente, i prodotti finanziari giapponesi avevano rendimenti bassissimi e questo ha spinto gli investitori a vendere gli asset detenuti in yen e a comprarne di più redditizi su mercati esteri, comportando un deprezzamento della valuta giapponese che dal 2022 è colata a picco. La scelta di tenere lo yen così basso per tanto tempo era dettata dalla necessità di stimolare la crescita economica, che dagli anni Novanta è rimasta molto contenuta, attraverso linee di credito accessibili a piccole e medie imprese che quindi usufruivano di prestiti con tassi d’interesse irrisori. Gli esiti negativi di questa politica monetaria si sono iniziati a manifestare dal 2022, come combinazione di due shock economici: le conseguenze della pandemia di COVID e della guerra in Ucraina, che hanno fatto lievitare i prezzi dei beni di consumo. Essendo un paese povero di risorse energetiche, il Giappone ha quindi dovuto comprare dollari per poter sostenere l’acquisto di gas e petrolio sui mercati internazionali, contribuendo così a svalutare ulteriormente lo yen. D’intesa col governo, la Banca del Giappone è stata molto cauta nell’aumentare i tassi di interesse, anche per timore dell’impatto che questo potrebbe avere sulle piccole imprese già indebitate e sul debito pubblico del paese, che si aggira intorno al 250% (ma che teoricamente è più sostenibile proprio perché i tassi sono bassissimi). Il governo della prima ministra Sanae Takaichi, in carica dallo scorso ottobre, ha promesso di aumentare la spesa pubblica nonché di ridurre molte imposte, nel tentativo di ridurre il peso della crescita del costo della vita sulle famiglie, ma secondo alcuni analisti questo potrebbe aggravare la situazione delle finanze pubbliche.
L’intervento salva anche l’economia USA?
L’intervento congiunto per rafforzare lo yen avviene a discapito del dollaro, che perde un po’ del suo valore. Sembra un controsenso, ma si spiega con la politica finanziaria che caratterizza i rapporti tra i due paesi. Il Giappone è infatti il primo detentore al mondo di titoli di stato americani, i treasuries. Se governo e investitori giapponesi devono reperire dollari o sostenere lo yen potrebbero ricorrere alla vendita massiccia di treasuries. E se ne vengono venduti troppi, il loro prezzo scende e i rendimenti salgono, e il costo del finanziamento aumenta anche per il Tesoro americano. Quindi è nell’interesse diretto degli Stati Uniti evitare che il Giappone entri in una crisi finanziaria, perché finirebbe per colpire anche il mercato obbligazionario degli USA. La manovra ha quindi rafforzato lo yen indebolendo leggermente il dollaro poiché il rischio sventato erano movimenti eccessivamente bruschi e non ordinati dei mercati finanziari. Uno dei problemi principali era quindi la velocità con cui la valuta giapponese crollava. Un crollo repentino avrebbe portato all’aumento dell’inflazione, creando instabilità economica, complicando il finanziamento della spesa pubblica e della difesa. Per Washington, quindi, il salvataggio dello yen è un interesse strategico, oltre che economico.
Quanto è importante il Giappone per Washington?
Il Giappone è uno dei principali partner degli USA in Asia e nel mondo. L’intervento a sostegno dello yen va quindi letto anche alla luce del ruolo strategico del Giappone per Washington. Tokyo non è soltanto un partner economico, ma il principale alleato degli Stati Uniti in Asia nella competizione con la Cina. Negli ultimi anni il governo giapponese ha accolto molte delle richieste americane, per esempio aumentando la spesa per la difesa, che ora supera il 2% del PIL, ampliando la cooperazione militare e impegnandosi in nuovi investimenti negli Stati Uniti per ridurre l’impatto dei dazi. Questo progressivo riavvicinamento ha trasformato il Giappone in un attore sempre più centrale nella strategia americana nell’Indo-Pacifico, soprattutto alla luce delle tensioni intorno a Taiwan e nel Mar Cinese Orientale. In cambio, Washington ha interesse a preservare la stabilità economica di Tokyo: uno yen in caduta libera e tensioni sui mercati giapponesi rappresenterebbero un rischio non solo per l’economia nipponica, ma anche per l’intero equilibrio finanziario e geopolitico dell’alleanza. Per gli Stati Uniti, sostenere la solidità del Giappone significa quindi rafforzare uno dei pilastri della propria presenza nella regione.
Il commento
Di Guido Alberto Casanova, ISPI Asia centre
“Se il Giappone ha un problema, anche gli USA hanno un problema. È questo il sottotesto di quanto detto da Donald Trump dopo aver ammesso l’intervento monetario per sostenere il valore dello yen. Per contrastare il deprezzamento della propria valuta, il governo giapponese sta spendendo decine di miliardi di dollari (circa 73 miliardi nel solo mese di maggio), miliardi che quindi non finiscono nell’acquisto dei buoni del tesoro statunitense. Questo è un problema grosso per Trump dal momento che il Giappone, con circa 1200 miliardi investiti nei titoli di stato USA, è il primo detentore del debito pubblico statunitense. Se Tokyo dovesse continuare a destinare risorse al contrasto del deprezzamento dello yen, ne resterebbero necessariamente meno per l’acquisto dei treasuries e probabilmente per Washington la sostenibilità del proprio debito potrebbe iniziare a diventare un problema. La coperta è corta, come si suol dire. È per porre rimedio a questo dilemma che gli Stati Uniti sono intervenuti sul mercato dei cambi, sostenendo il valore dello yen e liberando risorse giapponesi verosimilmente per l’acquisto di buoni del tesoro statunitensi.”
Istituto Ispi

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