La programmazione estiva di RadioDue ha partorito una trasmissione che si chiama ‘Arriverà il primo di Agosto’, giorno di conclusione della trasmissione. Da quando ho ascoltato una puntata in cui ospite-opinionista era Paolo Villaggio, ho cominciato anch’io ad invocare l’arrivo tempestivo del 1’ di Agosto…
In quella puntata si commentava il recente arresto del presunto stupratore seriale a Roma.
Paolo Villaggio ha iniziato a ironizzare sulla parola stupro (“si dice ‘ stupo’, ‘strupro’, strupo’, non riesco a dirlo”) e sul senso amaro di quella parola (“ci sono delle donne, delle vecchie, se non sono vecchie sono massaie, che non aspettano altro”). I conduttori di turno hanno cercato, placidamente, di blandire la gravità e l’inopportunità delle sue esternazioni ed alcuni radiospettatori hanno inviati messaggi di disgusto e disapprovazione. Poi un messaggio difendeva l’ironia paradossale di Villaggio contro la tendenza al ‘politically correct’. E Villaggio ha avuto così l’opportunità di chiudere trionfante il suo intervento parlando del potere salvifico dell’ironia, filtro di tutte le realtà.
Anche solo scrivendo di stupro sento gli occhi riempirsi di lacrime. E quella mattina le lacrime scendevano silenziose, di rabbia e di dolore. Mi chiedo se una donna considererebbe mai ‘politically correct’ parlare dello stupro come di un omicidio. Mi chiedo quale donna, per spirito anticonformista, penserebbe allo stupro come ad un vivace argomento di conversazioni e di battute sagaci e spiritose. Mi domando spesso perché le pene applicate per i reati di stupro siano così leggere e perché certe sentenze si appellino a sottigliezze e cavilli per giustificare la scarcerazione del presunto stupratore (che non è mai così presunto) o il suo proscioglimento. Perché i politici che legiferano e i giudici che giudicano, sono uomini. Gli uomini non conoscono il significato della parola ‘stupro’. Solo nel 1996 in Italia lo stupro è divenuto reato contro la persona: fino a quel momento era solo un reato contro la morale. Come dire che secondo la morale, altissimo concetto inesplicabile regolato da leggi e consuetudini in continua evoluzione, lo stupro era quasi paragonabile all’andare in giro nudi, al bestemmiare, all’abbandonare i cani per strada, ecc. ecc. Molto meno grave di un furto, una rapina, un’aggressione a pugni e percosse. Solo da 13 anni gli uomini hanno capito che le donne sono persone che, subendo uno stupro, subiscono una violenza. Ma tuttora gli uomini pensano allo stupro come ad un reato comune, un reato qualsiasi, sicuramente meno grave di un omicidio, e lo giudicano come un qualsiasi altro reato. Ma lo stupro è un’incisione a fuoco sulla pelle di una donna; è uno squarcio impresso senza pietà nell’anima di una donna. Baudelaire parlava del male di vivere come di ‘un’inquietudine che scalpella al testa’: lo stupro è un’angoscia costante e quotidiana che scalpella la testa. Ogni donna sa che uno stupro è un omicidio, perché, dopo averlo subito, quella donna non è più la stessa donna. Qualcosa si spezza, irrimediabilmente: si chiama fiducia, capacità di abbandono tra le braccia (anche in senso metaforico) dell’altro, si chiama sicurezza, si chiama rispetto per se stessa, si chiama voglia di vivere. Dopo c’è solo paura, odio, rancore, per tutti quelli che assomigliano a quell’uomo, per età, aspetto, modi di vivere, e poi per tutti gli uomini, perché tutti gli uomini, incapaci di ascoltare e di sentire sulla pelle l’orrore dello stupro di una donna, sono come quello stupratore. La verità è che tutte le donne conoscono l’orrore dello strupro, tutte le donne sanno cosa significa aver subito uno stupro, anche se non lo hanno vissuto. Ma questa forse non è tutta la verità. Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di approfondire questo argomento e iniziasse da una domanda: quante donne in Italia, indipendentemente dall’età, hanno subito una qualsiasi violenza legata alla sfera sessuale nella loro vita? La risposta è semplice: su 100 donne almeno l’80% ha subito violenza. A volte è la violenza di una carezza o di un bacio rubato magari da bambina, dal vicino di casa o dall’amico di famiglia, a volte è il palpeggiamento non gradito del datore di lavoro o di quell’amico che una sera riaccompagnandoti a casa si sente in diritto di importi il suo desiderio di intimità, a volte è il furore bestiale di un abuso sessuale, ma sempre è la storia della violazione di un corpo e di un’anima.
L’ironia è uno strumento prezioso per la sopravvivenza, in ogni dinamica della vita, ma l’ironia non può essere subita o venire imposta. E’ un percorso di ricerca interiore, di interpretazione e metabolizzazione della vita e dei suoi drammi, non è il gioco di un attore che ride delle tue sciagure. E non può essere un uomo, ignaro del significato di uno stupro, ad insegnare ad una donna, ad ironizzarci sopra.
Provi a ironizzare, Signor Villaggio, sulla morte di un figlio? Provi a chiedere a un padre o a una madre che hanno perso il proprio figlio di vivere con più ironia e leggerezza la loro tragedia…Forse Non lo farebbe. Un uomo può ironizzare sullo stupro ma non sulla morte. Perché gli uomini non capiscono il significato dello stupro ma capiscono il significato della morte.
Non chiediamo ad un uomo che ci insegni a reagire alla violenza di uno stupro o a vivere dopo uno stupro, ma gli chiediamo il silenzio, per poterci sentire.

Villaggio è un vecchio rimbambito dall’aspetto ormai suino, ma anche la TELE ha le sue responsabilità. Certe opinioni si sanno d’anticipo, seguono una scaletta, quindi sapevano benissimo cosa avrebbe detto. Nel nome della democrazia si può dire in tv che lo stupro è da revisionare storicamente e che la pedofilia,se esercitata solo virtualmente, non è reato: firmato Sgarbi. Viva la democrazia!