Le prossime elezioni presidenziali in Russia sono seguite con interesse (seppure con un certo distacco) negli Stati Uniti. Scontato il risultato finale, gli interrogativi riguardano in primo luogo l’effetto che la vittoria di Vladimir Putin potrà avere sui futuri rapporti fra i due Paesi dopo l’apparente abbandono dei progetti di détente trumpiani. Nei mesi scorsi è emerso chiaramente come, al di là delle affermazioni che hanno accompagnato la campagna elettorale, fra Mosca e Washington esistano divergenza strutturali rispetto ai rispettivi obiettivi di politica internazionale. L’attenzione che continua ad attirare la vicenda del c.d. ‘Russiagate’ concorre anch’essa a mantenere freddi i rapporti fra i due Paesi e a rafforzare la posizione di quanti in Congresso continuano a vedere nella Russia una minaccia agli interessi degli USA. Nelle settimane scorse, figure dell’establishment moscovita hanno espresso il timore di possibili interferenze statunitensi nel voto, pur rilevando come, nonostante ciò, continuino a esserci spazi di miglioramento nei rapporti fra i due Paesi. Il dubbio principale concerne, piuttosto, il modo in cui Putin deciderà di gestire la vittoria. Questa offrirebbe, infatti, al Presidente uscente una finestra di altri sei anni per completare il processo di consolidamento interno e internazionale avviato negli scorsi anni; una finestra che potrebbe spingerlo a maggiore moderazione nel perseguire i suoi obiettivi. Nonostante una rete di partner che vanno dalla Cina all’Iran, la posizione di Mosca sulla scena internazionale non è oggi solida come potrebbe apparire e una ben calibrata politica di self-restraint potrebbe risultare più pagante di una di opposizione aperta, soprattutto nel campo sempre delicato dei rapporti con Washington.
Gianluca Pastori (lavocemetropolitana.it)

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