
Per una volta sarebbe il caso di rovesciare la prospettiva. Non è il calcio a tenere alto il nome dell’Italia nello sport internazionale, ma proprio quelle discipline che per decenni abbiamo considerato minori, quando non addirittura povere. Il nuoto di Parigi e l’atletica di Birmingham stanno regalando agli italiani un’estate di medaglie, di record, di ragazzi e ragazze capaci di salire sul podio con una frequenza che dovrebbe far riflettere molto più di quanto faccia. Nel nuoto il medagliere azzurro continua a crescere, con campioni affermati e giovani che si affacciano ai massimi livelli; nell’atletica l’Italia è stata protagonista di giornate straordinarie, dalla marcia al salto triplo, dalle corse ai concorsi. Massimo Stano e Sofia Fiorini hanno conquistato due ori nella maratona di marcia, accompagnati da altre medaglie, mentre Andy Diaz ha vinto il triplo e l’Italia ha continuato a occupare le prime posizioni del medagliere. Sono risultati che non arrivano per caso. Arrivano da federazioni che lavorano, da società sportive spesso lontane dai riflettori, da tecnici che guadagnano una frazione di quello che circola nel calcio e da famiglie che sostengono sacrifici spesso enormi. È un’Italia sportiva che vince senza fare rumore, salvo poi essere scoperta dal grande pubblico quando arrivano le medaglie.

Il confronto con il calcio, a questo punto, diventa inevitabile e persino impietoso. Il pallone italiano dispone di risorse economiche enormemente superiori, di campionati pieni di giocatori stranieri di alto livello, di strutture professionali, televisioni, sponsor, procuratori e interessi finanziari che muovono cifre impensabili per il nuoto, l’atletica, la scherma, il ciclismo o la ginnastica. Eppure la Nazionale italiana è rimasta fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Non è più un incidente, non è più una generazione sfortunata, non è più possibile cavarsela con la spiegazione del rigore sbagliato o della serata storta. È diventato un problema strutturale. E mentre il calcio continua a discutere di allenatori, commissari tecnici, staff, equilibri federali, Coni, Figc e poltrone, gli altri sport continuano semplicemente a fare quello che dovrebbero fare tutte le organizzazioni sportive: cercare ragazzi, allenarli, farli crescere e accompagnarli verso il massimo livello. Il paradosso è evidente. Abbiamo costruito un’industria calcistica ricchissima che non riesce più a produrre con continuità il prodotto più importante: i giocatori italiani. E abbiamo discipline considerate povere che riescono invece a costruire campioni capaci di competere con il mondo.
Forse la spiegazione sta anche nella trasformazione della società italiana. I ragazzini non giocano più in strada, nei cortili, nei campetti improvvisati dove bastavano due zaini per fare una porta e un pallone per cominciare una partita. Le scuole calcio hanno sostituito quella spontaneità, ma non sempre sono riuscite a trasformare l’organizzazione in formazione. Soprattutto dopo i sedici anni, molti percorsi si interrompono e il passaggio verso il professionismo diventa una selezione durissima. Il calcio italiano sembra avere smarrito una parte della sua funzione educativa e sociale, diventando troppo presto un’industria nella quale il talento viene valutato anche in termini economici. Negli altri sport, invece, spesso il ragazzo continua a essere prima di tutto un atleta. Conta il cronometro, conta la misura, conta il gesto tecnico, conta la capacità di migliorarsi ogni giorno. Non esiste il milione di euro che può cambiare la vita a diciassette anni, non esiste il procuratore che trasforma una promessa in un investimento finanziario. Esiste il lavoro. E forse proprio per questo sarebbe utile che l’Italia sportiva guardasse con maggiore attenzione a ciò che avviene lontano dagli stadi del calcio. Non per smettere di amare il pallone, ma per recuperare una cultura sportiva più ampia, nella quale vincere non significhi soltanto arrivare primi in televisione o firmare un contratto milionario.
Il momento migliore per cominciare potrebbe essere proprio questo. Invece di accorgerci dell’atletica una volta all’anno, magari a Ferragosto, quando arrivano le medaglie europee, potremmo seguirla durante tutta la stagione. Potremmo conoscere i nomi degli atleti prima che diventino campioni, riempire gli impianti, sostenere le società, chiedere investimenti negli impianti e pretendere che lo sport torni a essere una componente fondamentale della scuola e della formazione dei giovani. Lo stesso vale per il nuoto e per tutte quelle discipline che producono risultati senza disporre di una macchina economica paragonabile a quella del calcio. Forse sarebbe persino un bene che il pallone italiano fosse costretto a ridimensionarsi. Meno soldi facili, meno guerre di potere, meno protagonismi, meno campioni acquistati all’estero e più attenzione ai vivai, agli allenatori e ai ragazzi. Il calcio non ha bisogno di morire: ha bisogno di rigenerarsi. E magari, mentre lo farà, gli italiani scopriranno che il tricolore può sventolare con orgoglio anche su una pedana, in una piscina, su una pista o su una strada. Gli sport cosiddetti minori stanno dimostrando che per vincere non servono necessariamente miliardi. Servono talento, sacrificio, organizzazione e umiltà. Quattro cose che, al calcio italiano di oggi, sembrano mancare terribilmente.
Cesare Mannucci

E non è solo la preparazione atletica di questi giovani talenti a renderci fieri. Sono ragazzi che si allenano e gareggiano con serietà, passione e dedizione, spesso conciliando lo sport con lo studio e il lavoro. Ma quello che colpisce forse ancora di più è la loro educazione, il modo di parlare colto e rispettoso, la compostezza e quel senso di rispetto per la bandiera e per l’inno nazionale che nel mondo del calcio sembra a volte essersi perso, nonostante compensi enormemente superiori. Qualcuno, invece, sembra aver fatto della strafottenza quasi un segno distintivo. Dopo tre esclusioni consecutive dai Mondiali, almeno un momento di autocritica e magari anche delle scuse agli italiani sarebbero state doverose. Non è più soltanto una questione di sfortuna o di una generazione meno fortunata delle altre. C’è evidentemente qualcosa che non funziona. Riconosco però che è molto più facile commentare un articolo che scriverlo. Quando si scrive di getto, un po’ come sui social, ci si può lasciare andare a espressioni più nette e magari non sempre consone. Me ne scuso se sono andato oltre. Resta però una cosa che mi ha colpito molto leggendo questo articolo: avete ascoltato come parlano questi ragazzi? Con quanta educazione e con quale proprietà di linguaggio rappresentano il nostro Paese? È una cosa di cui dovremmo essere orgogliosi tanto quanto delle loro medaglie. Forse è proprio questo che gli sport cosiddetti minori stanno insegnando anche al calcio: per rappresentare bene l’Italia non bastano il talento e i risultati. Servono anche sacrificio, umiltà, educazione e rispetto. E questi ragazzi, in questo senso, stanno dando davvero una bella lezione.