
“Non ci ritireremo da Gaza fino a quando Hamas non sarà completamente disarmata e non sarà più in grado di minacciare la sicurezza di Israele”. Con queste parole perentorie, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito la linea di totale fermezza del suo governo riguardo al futuro della Striscia, gelando le speranze di una tregua rapida o di un disimpegno militare immediato.
La dichiarazione di Netanyahu delinea una strategia di lungo termine che condiziona qualsiasi piano per il “giorno dopo” a Gaza a requisiti di sicurezza non negoziabili.
L’esercito israeliano intende mantenere la supervisione strategica sui punti nevralgici, in particolare lungo il corridoio Filadelfia al confine con l’Egitto, per impedire il contrabbando di nuove armi.
Tel Aviv rifiuta l’ipotesi che Hamas possa mantenere anche solo un ruolo amministrativo o politico nella ricostruzione della Striscia.
La posizione del premier israeliano allontana ulteriormente le mediazioni internazionali guidate da Stati Uniti, Qatar ed Egitto, che spingono da mesi per un cessate il fuoco duraturo legato al rilascio degli ostaggi.
Washington continua a fare pressione per una formula di transizione che includa una forza di sicurezza araba o internazionale, ritenendo l’occupazione prolungata di Gaza insostenibile.
All’interno di Israele, i familiari delle persone ancora sequestrate accusano Netanyahu di anteporre la vittoria militare alla vita dei loro cari, paventando che la rigidità sui termini del disarmo possa bloccare i negoziati per il loro rilascio.
La leadership del movimento islamico ha risposto ribadendo che non ci sarà alcuna concessione sulle armi della resistenza e che qualsiasi accordo deve prevedere il ritiro totale e immediato delle truppe israeliane.
La svolta verso un disarmo totale come prerequisito assoluto trasforma l’operazione a Gaza in un conflitto di logoramento a tempo indeterminato, ridisegnando gli equilibri politici e umanitari dell’intera regione.
La svolta, dicono. Ma quale svolta? Questa non è una svolta, è la millenaria, tragica conferma di una realtà che l’Occidente viziato e sonnambulo si ostina a non voler vedere. Netanyahu parla di disarmo totale, di condizioni non negoziabili, come se la furia ideologica si potesse spegnere strappando un fucile dalle mani di un fanatico. Hamas risponde con il solito, macabro ritornello del martirio e del sangue, barattando la vita dei propri figli in nome di un’illusione teocratica che odia la vita stessa.
Ci illudiamo che questa sia una guerra di confini, di trattati, di diplomazia internazionale firmata nei salotti comodi di Washington o del Qatar. Fesserie. Questa è una guerra culturale, una resa dei conti tra chi ha il culto della morte e chi, pur tra mille contraddizioni e colpe, difende strenuamente il diritto di esistere.
Chiedere il disarmo di chi ha fatto del terrore la propria unica ragione di vita è come chiedere a un incendio di non bruciare. E mentre la diplomazia internazionale affoga nella sua stessa ipocrisia e nei suoi comunicati felpati, la terra di Gaza continua a inghiottire corpi. Non ci saranno vincitori, non ci saranno paci scritte sulla carta velina. Ci sarà solo il verdetto brutale della storia, che non fa sconti a chi si arrende alla paura, né a chi si illude che il fanatismo si possa sconfiggere con un compromesso.
Giuseppe Basilico

Lascia un commento