
Salvini e Meloni hanno costruito una parte del loro consenso elettorale contro “i migranti che ci toglierebbero il lavoro”.
Ma poi devono ascoltare le reali esigenze degli imprenditori delle categorie economiche. Sembra paradossale: dal 2022, se si sommano i tetti dei due decreti dell’esecutivo Meloni, si arriva a 950mila ingressi autorizzati sulla carta.
Proprio così avete letto bene: il governo della destra, che più destra non si può, ha riconosciuto che in Italia ci sarebbe bisogno di poco meno di un milione di lavoratori immigrati.
Il nuovo “decreto flussi”, approvato ieri in Consiglio dei Ministri, vorrebbe consentire l’ingresso di quasi 500mila lavoratori stranieri nei prossimi tre anni.
I nuovi tetti prefissati sono di ben 165mila lavoratori l’anno.
In totale, si prevede precisamente un bisogno di 497.550 ingressi, di cui 230.550 per lavoro subordinato non stagionale e autonomo e 267mila per lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico.
In una nota del governo, si legge che si tratta di “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”.
È un riconoscimento importante che da solo smentisce tutta la retorica antimmigrazione affermando invece la necessità dei migranti per salvare l’economia italiana ed evitare un crollo disastroso della ricchezza del Paese.
Tuttavia, il sistema non funziona anche se questa programmazione rappresenta un passo avanti rispetto alle poche decine di migliaia di ingressi previsti dai governi Renzi, Gentiloni e Draghi.
Infatti, come dimostrano gli stessi dati ministeriali relativi al decreto 2023/ 2025, sempre del governo Meloni, solo il 16% delle richieste accolte si è tradotto in un vero permesso di soggiorno. Il resto è rimasto in gran parte inevaso, impigliato in burocrazia, truffe, aziende fantasma e assenza di controlli.
Il fatto è che un raccordo reale tra i paesi di origine della effettiva immigrazione e la programmazione dei cosiddetti flussi che dovrebbe autorizzare ingressi regolari.
Avviene così che gli immigrati effettivi giungano in Italia rischiando la vita, morendo nel deserto e in mare, e pagando somme esose agli aguzzini libici loro torturatori e traghettatori.
Quando riescono ad arrivare in Italia vengono identificati e portati nei centri di accoglienza, divisi tra chi chiede la protezione internazionale e chi è migrante economico e dovrebbe essere rimpatriato.
Ma come possiamo vedere dall’accordo sui lager con l’Albania, che viola i diritti umani e le leggi europee, reimpatriare è difficile e costoso e presuppone intese con i paesi di origine che per lo più al momento non ci sono.
Il risultato è che nel 2024, seppure i numeri esatti di ingresso non siano disponibili, sono entrati nei CPR (Centri Per il Reimpatrio) tra 6.000 e 7.000 nuovi immigrati economici con un livello di rimpatri effettivi particolarmente basso. Nonostante il governo Meloni abbia scommesso su questa politica e abbia alzato a ben 18 mesi -una durata aberrante- il periodo di trattenimento, cioè di detenzione.
Invece nel 2024 in Italia si sono avute ben 158 605 domande di protezione internazionale, di cui solo circa la metà, 78 000, sono state esaminate dalle Commissioni territoriali che ne hanno respinte la maggioranza, il 64%. Alla fine solo uno su tre ottiene lo stato di rifugiato ed è accolto.
E gli altri? Alla scadenza dei 90 giorni gli viene consegnato un foglio di via a cui legittimamente possono fare ricorso.
In altre parole la grande maggioranza dei migranti restano nel Paese e finiscono per diventare a tutti gli effetti clandestini.
La verità è che i clandestini fanno comodo. Sono il serbatoio di manodopera senza diritti, ricattabile, quello che lavora nei campi, nelle cucine, nei cantieri, senza voce, invisibile.
Questo sistema pazzesco che produce illegalità e insicurezza e sofferenza e sfruttamento schiavistico costa cifre enormi.
Una valutazione approssimativa ma fondata del costo annuale sostenuto dallo Stato italiano per l’attuale sistema di gestione dei flussi migratori irregolari e dei richiedenti asilo, basato su respingimenti, CPR, hotspot, accordi con la Libia e Albania e tutte le altre spese, incluso quelle indirette, è di circa 2 miliardi di euro.
Con gli stessi soldi, anzi con molto meno, si potrebbero costruire, anche sulla base di una seria programmazione, canali legali di ingresso, programmi formativi nei paesi d’origine, sistemi di integrazione e di cittadinanza, riducendo davvero la pressione sociale e migliorando sicurezza, giustizia ed economia.
Perché non lo si fa?
La stupidità umana e l’ incompetenza di chi governa è senz’altro una risposta plausibile ma non può essere l’unica.
Ragioni ben più fondate a me sembrano quelle legate all’uso di manodopera senza diritti e a basso prezzo e alla strumentalizzazione della questione migranti come arma per la ricercare di un facile consenso.
Purtroppo, questa politica che ora fa il governo Meloni con una insistenza tutta ideologia sui rimpatri, nelle sue linee di fondo fu iniziata dal governo Gentiloni e dal suo ministro Minniti.
Oggi questa politica cinica e rovinosa ha raggiunto il suo massimo livello di sviluppo in tutto l’Occidente, con l’internazionale nera a guida di Trump e dei suoi accoliti europei di destra.
È una politica fallimentare che sta suscitando ampie proteste e contestazioni radicali.
La sinistra si impegni a combatterla e a mostrarne tutte le contraddizioni, proponendo soluzioni alternative, che ci sono e possono essere praticate nel segno della giustizia sociale, di uno sviluppo più sostenibile e di una società più serena.
Enrico Rossi

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