
Un elemento significativo a riguardo è rappresentato dalla mitica figura degli “Assistenti”, gli “aiutanti” di un docente universitario. Questa figura non esiste più istituzionalmente da 30 anni, quando la 382/80 democratizzò la docenza, fino ad allora rigidamente gerarchizzata in Professori Ordinari e Assistenti, introducendo, accanto ai Professori Ordinari, le figure dei Professori Associati e dei Ricercatori. Tutte figure a tempo indeterminato ma con una forte differenza: i Ricercatori avevano compiti di Ricerca e solo modestissimi impegni didattici “di supporto”. La grande novità era inoltre rappresentata da una sostanziale “indipendenza” di Professori e Ricercatori, non più legati ad una cattedra e fra i quali non vi era più una gerarchia netta.
Negli anni successivi la figura del Ricercatore Universitario è stata stravolta da varie leggi, fino a trasformarla, di fatto, in una terza figura di docente. La ragione è presto detta: lo sviluppo delle Università, con apertura di nuove sedi (tutte fortemente volute dalla politica locale), e il conseguente incremento di corsi di laurea, richiedeva nuovo personale docente. I Ricercatori erano lì, già disponibili e a basso costo. Il Ministro Moratti esasperò questa situazione, introducendo il titolo di “Professore Aggregato”, riconosciuto ai Ricercatori (ed anche ad altre figure) che tengono un corso universitario. Titolo temporaneo (e senza riconoscimenti economici), perché connesso all’assegnazione del corso ed a termine a conclusione dello stesso. La situazione odierna vede pertanto una suddivisione del personale docente dell’Università in Professori Ordinari, Professori Associati e Ricercatori (Professori Aggregati), con compiti didattici analoghi ma caratterizzati semplicemente da livelli stipendiali e titoli differenti.
Accanto a queste figure vi è una “giungla” di ricercatori precari, con contratti di vario genere (assegni di ricerca, borse post-doc, contratti di collaborazione) ma con il comune denominatore di basse retribuzioni e pochissime garanzie. E’ stato proprio sbandierando la volontà di garantire un futuro a questi precari, che il Ministro Gelmini ha presentato il suo Disegno di Legge sulla riforma dell’Università. Questa “riforma”, sancendo che dal 2013 non potranno più esservi nuovi Ricercatori a tempo indeterminato, introduce una nuova figura di Ricercatori a tempo determinato. I nuovi Ricercatori potranno avere contratti triennali rinnovabili al più per un triennio. Se nel corso di questi sei anni riusciranno a conseguire un’abilitazione nazionale “potranno”, compatibilmente con i vincoli di bilancio degli Atenei, essere chiamati direttamente nel ruolo di Professori Associati. Il Ministro ha presentato la “riforma” affermando testualmente << abbiamo abolito i Ricercatori a vita, pertanto abbiamo abolito una sorta di precariato a vita>> (da Il Giornale, 19/05/2010). Affermazione almeno bizzarra, visto che dice di voler combattere il precariato introducendone uno nuovo.
L’idea è, infatti, di ricalcare il modello delle “tenure”, caratteristiche nei paesi anglosassoni, ma con una importante differenza: in quei sistemi, se un ricercatore “tenure” raggiunge certi livelli di qualità scientifica, viene confermato direttamente con un contratto a tempo indeterminato. Il modello “Gelmini” prevede solo la possibilità di questa conferma, ma la collega a vincoli di bilancio che sarà sempre più difficile rispettare, visto quello che si dirà dopo. E i Ricercatori attuali? Quelli che hanno permesso di sostenere il carico didattico fino a questo momento? Quelli vengono semplicemente dimenticati da questa “riforma”, riducendo sostanzialmente al lumicino le loro legittime aspirazioni di carriera.
Quale sarà il risultato di tutto ciò? Una nuova precarizzazione dei primi livelli della docenza universitaria, con una massa di precari che potranno essere agevolmente controllati da un ridotto numero di Professori Ordinari. In poche parole si torna al vecchio modello gerarchico (o sarebbe meglio dire “baronale”) precedente al 1980. Proprio in tale direzione vanno una serie di provvedimenti accessori, fra i quali spicca la prescrizione che l’elettorato del Rettore sarà costituito dai soli Professori Ordinari, privando Associati e Ricercatori di un importante strumento democratico.
Di fronte a questa prospettiva sono partite forti contestazioni da parte degli Universitari, guidate dai Ricercatori ma con i quali hanno solidarizzato anche moltissimi Associati e Ordinari, ben coscienti del sostanziale contributo dei Ricercatori al funzionamento degli Atenei. Ma il Disegno di Legge “Gelmini” era evidentemente solo l’aperitivo, e l’annuncio della nuova manovra finanziaria ha confermato un disegno sostanzialmente punitivo nei confronti dell’Università, con il blocco immediato di tutti gli scatti stipendiali e una serie di vincoli che sostanzialmente impediscono progressioni di carriera per almeno cinque anni. Il blocco degli scatti stipendiali, fino al 2009 “automatici”, ha del paradossale: nel 2009 era stato stabilito che questi scatti sarebbero stati negati ai docenti “inattivi”, cioè quelli che non avessero raggiunto un tasso minimo di produttività scientifica. Nel 2010 si dice che questi scatti vengono bloccati comunque! Rendendo di fatto vantaggioso essere “inattivi” e magari impegnare il tempo in altre attività professionali. Il blocco è particolarmente odioso perché colpisce in maniera maggiore i Ricercatori all’inizio della carriera, che subiranno decurtazioni dello stipendio dell’ordine del 15%.
A questo punto sarebbe il caso di chiedersi se vi sia un disegno preordinato dietro queste iniziative congiunte.
Ovviamente la risposta non è banale, e la lascio alla libera interpretazione del lettore.
Quello che è certo è che questo ulteriore colpo ha prodotto un nuovo scatto d’orgoglio degli Universitari che, con i Ricercatori a fare da propulsore, minacciano ormai in tutta Italia di non coprire più quei compiti didattici extra, non retribuiti e poco riconosciuti che hanno permesso di sostenere il sistema istruzione universitaria fino ad oggi. L’effetto sarebbe dirompente. Circa 1/3 dei corsi potrebbero non essere tenuti il prossimo anno e addirittura molti corsi di studio potrebbero essere chiusi. Ancora, è plausibile pensare a disagi legati alla difficoltà di formare commissioni d’esame e di laurea, con conseguenti gravi ritardi per gli studenti.
Rinsavirà il Governo davanti a questo rischio?
Angelo Leopardi www.leragioni.it
Ricercatore Confermato (Professore Aggregato) di Idraulica presso l’Università di Cassino

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