
Le immagini che arrivano da Torino, con le cariche della polizia che l’altro ieri, sabato 31 gennaio 2026, si sono abbattute su una piazza dove le provocazioni di frange organizzate hanno innescato una risposta sproporzionata sulla folla, proiettano un’ombra inquietante sulla gestione del dissenso. Sebbene la cronaca registri feriti tra le forze dell’ordine e l’azione di gruppi radicali, la durezza degli interventi parrebbe aver travolto indistintamente migliaia di manifestanti pacifici. In un clima surriscaldato dalla vigilia referendaria, il governo Meloni sembra aver scelto consapevolmente la strada del casus belli, cercando lo scontro frontale per polarizzare il Paese e intimidire il dissenso. Non si tratta di un semplice episodio di ordine pubblico, ma di un segnale che parrebbe riportare l’orologio dell’Italia indietro di cinquant’anni, richiamando quella “strategia della tensione” che molti ritengono iscritta nel DNA della destra post-fascista. Questa linea di condotta affonda le sue radici in una genetica politica che ha sempre eletto il caos a strumento di governo, destabilizzando le piazze per invocare l’ordine autoritario e presentarsi come l’unico argine al disordine.
Per capire il presente, bisogna avere il coraggio di guardare nell’abisso del passato e riconoscere che la storia della destra che oggi siede a Palazzo Chigi non è una tabula rasa, ma un filo nero, robusto e mai spezzato, che lega Piazza Fontana al fumo acre della stazione di Bologna. I nomi e le date sono pietre d’inciampo per la narrazione moderata che si vuole dare il governo: dalla strage ferroviaria di Gioia Tauro nel 1970, legata ai moti di Reggio Calabria, al tentato Golpe Borghese, il disegno è sempre stato quello di scardinare lo Stato democratico per spostare l’asse del potere verso derive reazionarie. La violenza di quegli anni non è stata una fiammata isolata, ma un metodo sistematico che ha colpito direttamente le istituzioni con la strage di Peteano e l’attentato alla Questura di Milano, manifestando una ferocia che non esitava a sacrificare i servitori dello Stato pur di piegare la volontà popolare e bloccare le conquiste sociali dell’epoca.
In questo solco di sangue e fango si inserisce prepotentemente l’episodio del 12 aprile 1973 a Milano, passato alla storia come il “giovedì nero”. In quella piazza proibita, dove un giovane Ignazio La Russa muoveva i suoi primi passi politici come leader della gioventù del MSI, l’esplosione di bombe a mano lanciate dai militanti neofascisti portò all’uccisione dell’agente Antonio Marino. È la medesima matrice ideologica e operativa che, pochi anni dopo, avrebbe armato la mano spietata di Pierluigi Concutelli per giustiziare il giudice Vittorio Occorsio. Il magistrato era diventato un bersaglio mobile perché aveva commesso l’errore imperdonabile di indagare sui legami occulti tra l’eversione nera, le logge massoniche deviate e la criminalità organizzata, svelando l’esistenza di un “mondo di mezzo” che la destra di allora e di oggi ha sempre cercato di proteggere dal controllo di legalità.
Oggi le bombe non esplodono più nelle piazze o sui treni, ma il bersaglio strategico resta identico: l’autonomia del potere giudiziario come baluardo della democrazia. L’attacco frontale ai magistrati “scomodi” rappresenta l’evoluzione parlamentare e in giacca e cravatta di quel vecchio disegno eversivo che un tempo agiva nell’ombra. Non potendo più ricorrere alla dinamite per scardinare la tenuta democratica del Paese, questa destra tenta ora l’addomesticamento definitivo della magistratura per via legislativa. Il fulcro di questa operazione è la Riforma Nordio, che sotto la veste di una presunta efficienza nasconde l’obiettivo di smantellare l’indipendenza inquirente. Attraverso lo sdoppiamento del CSM, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare e il contestato meccanismo del sorteggio, si
punta a completare nelle aule del Parlamento quella trasformazione autoritaria che un tempo si cercava di imporre con le stragi.
L’allergia alla giustizia di questa classe dirigente non è un semplice tic caratteriale o una reazione alle inchieste correnti, ma una necessità vitale per un potere che non tollera limiti esterni e che vede nel diritto un intralcio alla propria volontà. Le cariche di Torino contro una manifestazione di massa sono il segnale di una maschera che cade proprio mentre il governo accelera i tempi per il voto di marzo. Il disegno è chiaro: riscrivere il futuro dell’Italia col manganello in una mano e i codici riscritti nell’altra, assoggettando i pubblici ministeri al controllo di un esecutivo che si muove con la tracotanza di chi si sente al di sopra della legge e di ogni contrappeso costituzionale.
Per chi crede ancora nei valori della Resistenza e della Costituzione, per chi non dimentica il sacrificio dei magistrati e dei poliziotti caduti per difendere la democrazia, è arrivato il momento della resa dei conti. Non c’è più spazio per l’indifferenza: nelle urne del 22 e 23 marzo siamo chiamati a decidere se restare una democrazia fondata sul diritto o piegarci definitivamente a un regime che non ha mai smesso di sognare il ritorno ai suoi anni più bui. È davvero giunto il tempo di decidere se restare figli della Costituzione o diventare sudditi di un passato “nero” che non ha mai smesso di assediarci.
Antonio Laraia

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