Marco Pannella, con uno sciopero della fame che dura ormai da quasi 80 giorni, sta portando avanti la sua appassionata protesta contro il sovraffollamento delle carceri italiane e per richiedere un atto di amnistia che “riporti l’Italia nella legalità umanitaria e del diritto”. È stato l’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che con una lunga lettera ha voluto riconoscere ufficialmente senso e valore a questa lotta, a convincere l’ottantaduenne leader radicale a sospendere almeno lo sciopero della sete: Napolitano ha affermato di condividere e fare propria la richiesta di un “intervento urgente e non più rinviabile” per porre fine alla “drammatica e inaccettabile” situazione del sovraffollamento delle carceri italiane. Una solidarietà e una mobilitazione istituzionale di stampo assolutamente bipartisan, col sostegno di ben 15mila cittadini che stanno aderendo allo sciopero.
Silvia Cecchi in questo saggio affronta però non la questione puramente “logistica”, ma piuttosto un altro problema, che sta addirittura a monte delle condizioni di vita disumane negli spazi carcerari: attingendo alla sua esperienza di magistrato l’autrice denuncia, da una prospettiva nuova e del tutto differente, l’antigiuridicità della pena carceraria odierna, la cui unica differenziazione è il tempo.
Paradossalmente, nei tempi bui della tortura l’entità della pena era commisurata alla gravità del reato, oggi a chi ruba una mela e a chi uccide dieci persone tocca la stessa identica pena: il carcere. Senza considerare quanti vengono imprigionati in attesa di giudizio, quanti fra questi risulteranno innocenti, e quanti, pur innocenti, verranno condannati.
Una barbarie giuridica il carcere indifferenziato, e lesiva della personalità globale dell’individuo reo. L’impostazione della Cecchi è filosofica, ma non manca di suggerire alcune proposte pratiche per risolvere o almeno migliorare la situazione: prima fra tutte il lavoro, la possibilità per il reo di lavorare e percepire una retribuzione, di fare servizi socialmente utili; l’avvicinamento ove possibile (nei casi ad esempio di perdono del reo) alla parte lesa; la riduzione al minimo della libertà e il recupero della dignità personale. Un filone di pensiero già in circolazione da qualche anno, un sistema già applicato in alcuni Paesi, lo spunto per una seria riflessione in Italia, grazie anche alla illuminante postfazione di Vittorio Mathieu.
Silvia Cecchi, Giustizia relativa e pena assoluta, postfazione di Vittorio Mathieu, collana Oche del Campidoglio, pagg. 180, euro 16.00, ISBN 978-88-95481-67-8

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