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La nascita e il destino del Governo dipendono (soprattutto) da Bruxelles. Ora tocca alla premiata ditta “Giuseppe Conte & Ursula Von Der Leyen”

di Enrico Cisnetto | 16 Settembre 2019

Sbaglierebbe di grosso chiunque leggesse il cambio di alleanze di governo, che ha avuto come obiettivo e come conseguenza la marginalizzazione di Matteo Salvini, e ora formulasse il giudizio sul Conte2, senza inquadrare queste vicende nel quadro delle ben più complesse partite che si stanno giocando in Europa, e tra la Ue e gli altri tre grandi player mondiali, Stati Uniti, Russia e Cina. Sarebbe in errore, per esempio, chi dovesse credere che la nomina di Gentiloni a commissario Ue, e per di più agli Affari economici, sia stata una conseguenza, e non invece una delle cause, della nascita della maggioranza 5stelle-Pd. Così come sarebbe fuori strada chi sottovalutasse il significato politico della discesa dello spread iniziata con la rottura del patto 5stelle-Lega, o chi considerasse cosa estranea ai nostri fatti le ultime scelte della Bce e la difficoltà che Draghi ha dovuto registrare nel farle passare. Dunque, cerchiamo dunque di inforcare gli occhiali adatti e di mettere a fuoco la pazza estate italiana nel giusto contesto.

Oggi in Europa ci sono almeno tre fronti di guerra lungo i quali si stanno combattendo altrettante battaglie decisive, tra loro fortemente intrecciate. Il primo, e più evidente, è quello che contrappone il mondo europeista a quello sovranista, a far data dal 23 giugno 2016, quando nel Regno Unito il referendum su Brexit ha premiato il leave sul remain. Il secondo è quello che vede l’Europa, e in particolare il paese leader, la Germania, messa in mezzo – fino a rischiare di essere il classico vaso di coccio tra vasi di ferro – nelle ruvide dinamiche mondiali. Il terzo è quello che riguarda l’indirizzo e l’uso della politica monetaria come strumento fondamentale nei rapporti di forza economici, ma anche politici dentro e tra le quattro forze che più comandano nel mondo.

Partiamo dal braccio di ferro dentro il Vecchio Continente. La distinzione tra coloro che sono per la sovranità europea e coloro che parteggiano per le sovranità nazionali è un po’ tagliata con l’accetta, ma rende bene l’idea. D’altra parte, basta riavvolgere il film delle elezioni europee di maggio per ricordarsi che lo scontro non è stato tra le quattro forze decisive della politica continentale – le tre famiglie storiche, popolari, socialisti e liberaldemocratici, più i Verdi, ormai consolidati – ma tra queste i nazionalismi di vario genere, specie se di estrema destra (i francesi del Rassemblement National di Marine Le Pen, i tedeschi di Alternative fur Deutschland, gli inglesi di Brexit Party guidati da Nigel Farage, gli spagnoli di Vox) escluso l’ungherese Viktor Orbán, che pur essendo un sovranista doc, è incapsulato dentro il Ppe. Un fronte in cui, negli ultimi tempi, si è prepotentemente inserita la “nuova” Lega di Salvini, che tra l’altro il 26 maggio ha ottenuto la migliore performance politica nazionale. Ma, nonostante il robusto apporto di Salvini e la crescita di altre realtà, la nebulosa nazionalista, però, ha perso.

Tuttavia, restava aperta la ferita del governo nazional-populista italiano, cioè di uno dei paesi fondatori della Comunità e il terzo per peso specifico una volta uscita la Gran Bretagna, che a più riprese aveva dato segni di ostilità nei confronti di Bruxelles, oltre che verso Parigi e Berlino. Ferita resa ancor più sanguinante dalla prospettiva di un’ascesa ulteriore di un Salvini che, nel frattempo, si era incautamente spinto da un lato a chiedere agli italiani “pieni poteri” e, dall’altro, a intessere relazioni (qualcuno più prosaicamente dice a trafficare) con il più pericoloso degli interlocutori internazionali, il russo Putin.

Insomma, un pericolo che andava fermato. Legittimamente, aggiungiamo noi, considerato che il processo di integrazione europeo, pur essendo ancora incompleto, è comunque troppo avanti per non cointeressare gli uni alle vicende degli altri. È la nuova dimensione della politica continentale, e tutto si può fare meno che ignorarla o considerarla indebita. Lasciamo dunque alla propaganda e agli stolti l’idea che si sia trattato di ingerenza, e guardiamo ai fatti: in Europa si è fatta politica per mettere all’angolo Salvini. Spingendo i 5stelle prima ad abbandonare l’idea di unire i loro europarlamentari a quelli di Farage (per poi approdare ora, con tutta probabilità, con i Verdi) e poi a schierarsi a favore di Ursula von der Leyen quale nuovo presidente della Commissione Ue. Cosa che il leader della Lega ha considerato un’intollerabile rottura, da cui ha poi fatto discendere, con il concorso di altre cause, l’incredibile suicidio politico dell’apertura della crisi di governo. Un regalo insperato al fronte europeista, che ha subito spinto il Pd ad intavolare la trattativa che poi ha portato al bis di Giuseppe Conte a palazzo Chigi. Che, agli occhi del leader europei, è apparso come l’uomo che stava “normalizzando” il più grande partito populista d’Europa, nato dall’esplosivo mix di anti-politica e rifiuto della democrazia rappresentativa a favore di una non meglio definita democrazia diretta.

Basti pensare che Emmanuel Macron aveva telefonato all’allora presidente del Consiglio dimissionario già la mattina dopo il suo intervento al Senato in cui aveva steso il tracotante Salvini, per manifestargli l’apprezzamento per il “coraggio” di quel discorso e offrirgli, anche a nome di Angela Merkel, tutto il sostegno di cui aveva bisogno. Il presidente della Repubblica francese aveva in quella circostanza ribadito che Parigi, al pari di Berlino e Bruxelles, consideravano Salvini “il cigno nero” d’Europa e che se Conte avesse portato fino in fondo l’espulsione del leader della Lega dal governo italiano sarebbe stato “benemerito”. Ergo il nuovo governo avrebbe ottenuto per un esponente di prestigio un incarico di altissimo livello nella Commissione – ecco perché la nomina di Gentiloni, in questo senso per nulla sminuita dalla vicepresidenza con giurisdizione sull’economia data al falco lettone Valdis Dombrovskis, va considerata come uno dei fattori che hanno determinato la nascita del governo M5S-Pd, non una mera conseguenza – e sarebbe stato aiutato a fronteggiare stagnazione e migranti con una disponibilità che non poteva essere offerta a chi aveva dileggiato l’Europa e le maggiori cancellerie continentali, manifestato riserve sulla moneta unica e l’eurosistema. E si era mosso in modo improvvido tanto verso Putin quanto nei confronti di Trump.

Ora, però, la partita ha un secondo tempo non meno impegnativo. Perché, come ha spiegato il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, al di là delle sorti di Salvini, Le Pen e degli altri leader sovranisti e populisti, il malessere del ceto medio impoverito dalla recessione, spaventato dai flussi migratori e impreparato di fronte ai nuovi paradigmi imposti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica digitale, rimane molto alto e chiede risposte che tardano a venire. Ecco perché, al di là dell’influenza che le beghe romane avranno sulla qualità e sulla durata del governo, la vita del Conte2 dipenderà anche e soprattutto dalla convergenza che esso avrà con la Commissione proprio nel gestire il malcontento e nel maneggiare le aspettative del ceto medio e dei ceti produttivi. Così come la premiata ditta “Giuseppe(i) & Ursula” dovrà saper trovare, sul piano della politica estera, la giusta intesa nel fronteggiare la stagione della “nuova guerra fredda” che vede l’Europa – e a maggior ragione l’Italia come paese di frontiera – alle prese con una fedeltà atlantica da ridefinire alla luce delle pazzie di Trump, e con l’aggressività di Russia e Cina, in un contesto multilaterale che non ha le certezze che Yalta aveva dato alla guerra fredda post seconda guerra mondiale.

Sul fronte economico, il patto Roma-Bruxelles è agevolato dalla prodigiosa discesa dello spread, ormai a 130 punti – meno della metà di come viaggiava ai tempi giallo-verdi – e avviato a riallinearsi a quello spagnolo (70 punti), come pure dalla nuova fase di “quantitative easing” che Mario Draghi lascia in eredità a Christine Lagarde che gli succede alla guida della Bce e per la quale è fin qui riuscito a superare i freni e gli ostacoli delle componenti europee più ostili alla espansività della politica monetaria, ostilità che rischia di spaccare il fronte europeista proprio ora che sembra riuscire a sconfiggere quello sovranista. Infine, la costruzione di nuovi equilibri europei in materia di politiche di bilancio è agevolata, paradossalmente, anche dalla frenata (con possibilità di recessione) dell’economia tedesca, perché questo potrebbe indurre Berlino a ripensare ad alcune delle (eccessive) rigidità nella gestione della spesa pubblica, spingendo sull’acceleratore degli investimenti comuni europei.

Naturalmente l’Italia potrebbe vanificare tutte queste circostanze favorevoli facendo come al solito: omettendo di fare le riforme strutturali, specie quelle che costano – o che tali paiono ad una classe politica debole, pavida e ignorante – in termini elettorali. In questo senso, ciò che più ci ha preoccupato del programma del nuovo governo non è la sua genericità – che in una situazione così fragile pare persino un’opportunità, visto che potrebbe lasciare più spazio al pragmatismo –  e neppure la tendenza, su diversi fronti, all’acquiescenza verso alcuni tabù, anzi la somma tra i tabù di una certa sinistra che albergano nel Pd e informano il dna stesso di LeU, e quelli in stile “decrescita (in)felice” o giustizialisti, della prima ora ma duri a morire, dei grillini. No, la cosa che consideriamo più grave è che manca completamente un’analisi – anzi, prima ancora una constatazione – del declino italiano, delle sue cause profonde e delle sue radici lontane nel tempo, e di conseguenza di una proposta su come affrontarlo. Tanta, e pericolosamente illusoria, politica redistributiva – con risorse che non ci sono – e nessuna politica di crescita, al di là della generica necessità di praticarla. Speriamo che Ursula abbia le idee chiare e aiuti Giuseppe (e soprattutto i suoi colleghi) ad averle meno confuse. La sfida è comune, l’auspicio è che lo siano anche i risultati.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : EditorialeTag: angela merkel, bce, braccio di ferro, bruxelles, cina, classe politica, commissione, crisi, crisi di governo, democrazia, discorso, draghi, elezioni, europa, germania, globalizzazione, governo, governo italiano, gran bretagna, guerra mondiale, integrazione, la germania, la stampa, lega, mario draghi

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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