Se ci pensate, passiamo un bel pezzo di vita a toccare schermi interattivi. Trascorriamo più tempo a fare touch screen sul nostro telefonino che a parlare, ridere, giocare, litigare con i nostri cari. Guardiamo più gli schermi che le persone, parliamo più ai microfoni che alle orecchie. Bella vita. Andrà bene così. Se facciamo vedere un vecchio storico telefono a rotella, dei cosiddetti tempi antichi, a nostro figlio o a nostro nipote ci chiederà: a cosa serve questa ruota?
E noi, con una lacrimuccia silenziosa e occultabile negli occhi, diremo: sai una volta per telefonare si girava la ruota. Gira la ruota. E lui ci guarderà con compassione. E magari proverà pure ad usare quel telefono dei tempi andati ed essendo abituato al touch screen spingerà col dito i numeri negli occhielli della rotella e ovviamente non partirà alcuna chiamata, non succederà nulla.
Anche le tastiere sembrano sorpassate. Se un aggeggio non è touch non siamo più capaci di usarlo. I bambini di età prescolare lasciati davanti ad uno schermo televisivo provano a far scorrere l’immagine spingendo con le manine lo schermo.
Per forza: i genitori li stanno allevando a pappine e tablet. L’altro giorno in aereo ho visto una bambina che ha trascorso tutto il volo a touchare su un tablet per bambini, per la tranquillità degli astanti genitori. Nella fila dietro un apparente manager era intento a touchare su un tablet per grandi giocando a sudoku con finestrella aperta su una serie e cuffie belle gonfie per isolarsi dal mondo. Una vita con la cuffia in testa e le mani sul touch.
Siamo talmente abituati a touch-screenare che se ci capita per caso una tastiera non la vediamo. L’altro giorno alle macchinette per il caffè e le merendine un signore voleva far scendere bicchierino e bevanda schiacciando con il dito indice la figura illustrata sull’elenco dei prodotti: era solo plastica colorata, non era touch screen. E dovevate vedere come spingeva e pigiava l’immagine e -come si direbbe- parlava in cuor suo. Poi visto che accanto alla figura dell’espresso fumante in tazzina c’erano dei numeri ha cercato e trovato il tastierino.
E’ provato che i ventenni e trentenni -che non siano figli di vecchi giornalisti o particolarmente appassionati dello strumento- messi davanti a una macchina per scrivere, non sappiano andare a capo con il carello. Non lo trovano. In un esperimento su campo, o meglio sulla macchina per scrivere, c’è chi ha cercato il tasto meccanico con scritto return. Qello vecchio torna in dietro e non va avanti.
Ormai non c’è più niente da fare: ci siamo abituati al digitale e ai comandi vocali anche per i programmi televisivi: parliamo ai telecomando e ascoltiamo il frigorifero, dialoghiamo con il forno e ci facciamo rincorrere dall’aspirapolvere.
Fotocellule ci seguono in ogni spostamento nella nostra casa o in giro e danno segnali di luce o di ombra a seconda dell’ambiente e del tempo. Siamo talmente abituati anche alle porte automatiche che se ci capita una porta a spinta manuale rischiamo di fermarci e stare immobili a fissare il vetro in attesa di una apertura che non arriverà mai.
E quando ti raggiunge un collega che spinge la porta ed esce ci rimani male e fai finta di aver perso qualcosa o di pensare al destino del mondo. Va così, investiti di cosiddetta modernità e proni ad ogni diavoleria digitale per non sentirci sorpassati, o anche per provare l’effetto che fa.
Si narra che agli albori della televisione in Italia un attore avendo chiamato il centralino degli studi si sentì dire dal centralinista in carne e ossa: “Pronto qui parla la televisione”. E l’attore rispose: mi passi il frigorifero. Oggi siamo ben oltre: parliamo con i rubinetti. Il problema vero è che ci rispondono.
Fabrizio Binacchi

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