Lo stato
etico potrebbe anche funzionare ma ad alcune precise condizioni:
1) Che sia efficiente almeno quanto le imprese private.
2) Che abbia un costo sostenibile e certificato.
3) Che sia effettivamente meritocratico nella scelta del personale e dei
funzionari. Che premi gli elementi migliori e sanzioni severamente gli
approfittatori.
4) Che abbia una burocrazia capace di autolimitarsi e di ridurre costi e
perdite di tempo inutili per il cittadino. (Il costo della burocrazia non viene
mai calcolato dalle statistiche ma se lo fosse scopriremmo numeri allarmanti
nel rapporto costi/benefici).
5) Che abbia un sistema detentivo capace efficacemente di ridare un futuro a
chi ha commesso crimini.
6) Che abbia un sistema inquirente/giudiziario efficace soprattutto nella lotta
al grande crimine, ma che sappia infondere fiducia e sicurezza nella vita
quotidiana di tutto il paese.
7) Che abbia un sistema realmente progressivo di tassazione. Le imposte e le
accise, così come sono formulate e applicate sono inique, perché mettono tutti
sullo stesso piano. E’ scientificamente dimostrato che un’IVA bassa aiuta
l’economia, tanto la macro che la micro.
8) Che abbia un debito pubblico sostenibile e non oltre un certo limite. In
questo modo anche l’intervento della Stato sull’economia può essere efficace,
altrimenti l’utilizzo del debito pubblico cessa di avere effetti virtuosi e
genera il noto effetto della rana nella pentola.
9) Che abbia una classe politica effettivamente preparata (fin dalle scuole
dell’obbligo) e formata a gestire le Istituzioni.
10) Che abbia un sistema di servizi pubblici equiparato al gettito fiscale
incamerato.
Domande: l’Italia soddisfa (qui ed ora) queste caratteristiche e il suo Governo
è in grado di chiedere ulteriori sacrifici alla popolazione?
Nella fattispecie della riforma del denaro, da circolante ad elettronico, si è
prima preoccupato, o è in grado di intervenire in tempi rapidi, alla riduzione
delle diseguaglianze sociali ed economiche, che negli ultimi 25 anni sono
aumentate drasticamente?
Il sottoscritto è un socialista democratico, riformista, liberale e libertario;
ed è fermamente convinto che soltanto la riduzione delle diseguaglianze può
portare ad un mondo nuovo, con più giustizia e libertà per ciascuno e per
tutti. Però a che punto siamo noi, oggi, di questo processo di progresso ed
emancipazione della società italiana?
Perché, fare la riforma giusta, nel momento sbagliato, può produrre molti più
danni che benefici, e non mi pare proprio che l’attuale classe politica (nella
sua globalità) sia così tanto in grado di avere una visione, non dico a lungo
termine, ma nemmeno a medio termine, ma viva (meglio dire vivacchia) in una
indefinita e costante campagna elettorale, dove l’insulto e la demonizzazione
dell’avversario sono la sfibrante regola.
Dove alla fine non si capisce più chi è responsabile di cosa.
Anche perché nel frattempo, ha magari cambiato lestamente colore della casacca,
a seconda delle proprie, temporanee “necessità”.
E non è certo con le multe che si può invertire questo vulnus. Serve una
profonda battaglia culturale, che riporti i politici più tempo sui banchi di
scuola, che nei salotti TV.
Alessandro Silvestri

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