Su 11 presidenti della Repubblica effettivi dal 1948 al 2015 (ci ricorda Tito Lucrezio Rizzo in “I Capi dello Stato”, ed. Gangemi) metà provennero dall’antico Regno di Sardegna (Einaudi, Segni, Saragat, Pertini, Cossiga e Scalfaro), lo stesso humus politico e culturale dei protagonisti storici del socialismo democratico e del comunismo in Italia: più De Amicis e Morgari che “rivoluzionari” per arrivare a Togliatti, Saragat, Berlinguer e Alessandro Natta. Perciò, mentre torna in edicola “Il Riformista”, merita ripercorrere alcune stagioni della dialettica comunisti/socialisti, con occhio speciale all’area liguro-piemontese.
1973: “compromesso storico” o “mitra”?
Estate 1973. L’11 settembre un colpo di stato militare guidato dal generale Augusto Pinochet abbatte in Cile il governo “socialista” presieduto da Salvador Allende, che viene ucciso. In Italia Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, propone il “compromesso” con la DC (e i suoi alleati minori). Dopo anni di muro contro muro nel 1973 la sinistra “storica” torna all’aprile 1944 quando, al suo rientro in Italia dall’URSS via Algeri, su precisa direttiva di Stalin Togliatti annunciò la “svolta partecipazionistica”: fronte comune contro la Germania di Hitler e i suoi alleati “interni”. La questione monarchica fu rinviata a fine guerra. Tanti monarchici, del resto, lottavano per la liberazione. Tra i loro esponenti di spicco (a cominciare da Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo) molti erano stati assassinati dai nazisti (come decine di militanti di “Bandiera Rossa”) alle Fosse Ardeatine il 24 marzo nella rappresaglia contro l’attentato in via Rasella, messo a segno da quadri del PCI. Per dare “un segnale”? A “imbrigliare” il Re, d’altronde, non furono né Togliatti né Stalin ma gli anglo-americani che imposero ruvidamente a Vittorio Emanuele III di passare tutti i poteri al figlio, Umberto principe di Piemonte, in veste di Luogotenente del Regno, carica non prevista dallo Statuto. Da lì iniziò la lunga marcia del PCI per la conquista del potere, un piede nella legalità e uno nella rivoluzione. Per conseguire la vittoria finale doveva screditare e sottomettere le altre forze non fasciste e le antifasciste, proclamare la superiorità morale di chi si era sempre battuto all’estero e all’interno contro Mussolini e i suoi complici: monarchici, cattolici, borghesi. All’epoca il PCI aveva un numero modesto di militanti. Ma gli altri partiti ne avevano ancora meno. Il Pci aveva una strategia. Gli altri no. I comunisti avevano alle spalle non solo una grande potenza, ma il Komintern, poi Kominform, l’Internazionale comunista. Gli altri brancolavano.
Nello stesso anno del colpo di stato in Cile, in Italia molte voci si levano contro il “regime” identificato con il presidente della Repubblica Giovanni Leone (eletto a stretta maggioranza) e il governo, un centro-sinistra perfetto formato da Democrazia Cristiana, socialisti, socialdemocratici e repubblicani con Mariano Rumor presidente, Aldo Moro agli Esteri, Paolo Emilio Taviani all’Interno, Mario Tanassi alla Difesa, Ugo La Malfa al Tesoro, Emilio Colombo alle Finanze e Antonio Giolitti al Bilancio.
Lo stesso 1973, “trentennale della Resistenza” viene ripubblicato il saggio “Guerra partigiana” di Dante Livio Bianco (1909-1953), antico commissario politico e poi comandante delle formazioni “Giustizia e Libertà” in Piemonte. Nell’introduzione Nuto Revelli, che aveva combattuto al suo fianco nella Brigata Rosselli (1944), scrive che nel maggio 1958 la vedova di Bianco, Pinella, era stata “in prima linea (a Cuneo) per gridare ‘no’ al fascismo: contro la polizia, contro l’Italia dei benpensanti, dei furbi, dei servi, dei mafiosi. Era questa la ‘rivoluzione democratica’ sognata da Livio. Ma non fuori tempo. E con i mitra, non con le pietre”. A chi si rivolgeva? Che cosa suggeriva?
Berlinguer viene scavalcato a sinistra prima ancora che la sua proposta di “via italiana al socialismo” ottenga risposta. Iniziano anni difficili. Il sequestro del magistrato Mario Sossi (1974) apre una nuova pagina della storia d’Italia: la lotta settaria contro lo Stato, marchiato quale nemico, intrinsecamente e inguaribilmente “fascista”. Anni dopo anche persone di buona cultura si arroccheranno sull’ambigua formula: “Né con lo Stato, né con le Brigate Rossa”. Con chi allora?
Tra i capitoli della lunga serie di doppiezze e di una vicenda a strappi e a segmenti discontinui dell’Italia del dopoguerra uno è documentato da Giuseppe Pardini in “Prove tecniche di rivoluzione. L’attentato a Togliatti, luglio 1948” (ed. Luni), Premio Acqui Storia 2019 ex aequo con “La guerra tedesca. Una nazione sotto le armi, 1939-1945” di Nicholas Stargardt (ed. Neri Pozza). Sulla scorta di ampia esplorazione archivistica (ma giustamente l’autore lamenta che tuttora rimangono ermeticamente vietate alla consultazione carte di primaria importanza), Pardini documenta che all’indomani dell’attentato al segretario del Pci (14 luglio, curiosamente festa della Bastiglia) una parte significativa dell’organizzazione paramilitare clandestina del partito fu sul punto di scatenare il caos, per prendere il potere armi alla mano. Di fatto essa poteva contare su poche forze, concentrate quasi esclusivamente nel “triangolo industriale”, con una punta più “preparata”e determinata a Genova. L’insorgenza durò un paio di giorni. Messi da parte i propositi rivoluzionari, il Pci tornò alla strategia del 1944: la “via democratica” all’interno del quadro costituzionale, appena varato con la Carta del 1° gennaio 1948 e con le elezioni del 18-19 aprile. Queste avevano, sì, segnato lo straripante successo della Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, però avevano anche capovolto i rapporti di forza tra Partito comunista e Partito socialista, uniti nel Fronte popolare, sorretto anche da ex militanti del Partito d’azione. Il PCI aveva ormai l’egemonia sull’intera opposizione di sinistra. Nel giugno 1948 nell’elezione del primo presidente della Repubblica a Luigi Einaudi contrappose Vittorio Emanuele Orlando, monarchico, liberale e nel 1924 candidato nel Listone Nazione “fascista”. Quella (né pietre, né mitra) era la strada maestra in un mondo bipolare, segnato dalla cortina di ferro scesa a tempo indeterminato da Stettino a Trieste.
L’Italia aveva già vissuto una lunga serie di “esagerazioni”. Fu il caso del raduno sedizioso partigiano a Santa Libera, al confine tra Cuneese e Astigiano, nell’agosto 1946: un episodio che mise a confronto alcuni utopisti e il realismo dello Stato. Anni dopo il prefatore della “Guerra partigiana”, Revelli, ricordò con una punta di sarcasmo che il prefetto di Cuneo consigliò a lui e a Ettore Rosa di richiamare all’ordine gli “scalmanati” per scongiurare l’intervento delle forze dell’ordine.
La lunga guerra dei comunisti per l’egemonia sulle “sinistre”
La “scissione di Livorno” dalla quale il 21 gennaio 1921 nacque il Partito comunista d’Italia fu il primo atto di guerra della Terza Internazionale di Mosca contro i socialisti italiani, una babele di tendenze e di sigle. I comunisti contavano sulla nascente Unione delle repubbliche socialiste sovietiche e su un’armata pronta a scatenare la rivoluzione in tutta l’Europa (e non solo). I socialisti invece erano una scheggia della Seconda Internazionale, morta con la conflagrazione europea, quando i partiti socialisti dei diversi Stati (con l’eccezione degli italiani) si schierarono a fianco dei rispettivi governi. I sindacati (che dei partiti erano cinghia di trasmissione) avevano fatto altrettanto, a cominciare dalla Gran Bretagna, ove dichiararono che avrebbero combattuto fino alla vittoria finale la Germania, che a modo suo era la culla del socialismo, sia cosiddetto “scientifico”, sia rivoluzionario, sia riformistico. Rinuncia dopo rinuncia, dal novembre 1917 il gruppo parlamentare socialista italiano (altra cosa dal partito e dal sindacato, o più correttamente dai sindacati di ispirazione socialista) aderì alla “guerra patriottica”. Messa da parte la minaccia di Claudio Treves (“non più un inverno in trincea”), Filippo Turati dichiarò che anche per i socialisti la patria era sul Piave. Lo diceva da tempo Leonida Bissolati. Fu la presa di distanza dal bolscevismo che stava dilagando in Russia e poco dopo ascese al potere con Lenin. Che cosa ne sapessero, pensassero e volessero dire ai loro compagni i maggiorenti dei socialisti all’italiana è narrato da Riccardo Mandelli in “I fantastici 4 vs Lenin. Una missione della massoneria italiana nella Russia del 1917” (Odoya): documentato, forbito e suggestivo, ma accuratamente eluso dalla “critica” forse perché scomodo. Il saggio narra il grande viaggio di Giovanni Lerda, Arturo Labriola, Innocenzo Cappa e Orazio Raimondo (l’anno prossimo cade il centenario della sua morte: chissà se ne ricorderà Sanremo, che gli deve tutto, Casinò compreso?) andati in esplorazione nel caos della Rivoluzione russa. I quattro, asserisce Mandelli, erano massoni. Di sicuro lo sappiamo di Lerda e Raimondo. Labriola non figura nella matricola del Grande Oriente ma per breve tempo fu addirittura gran maestro del Grande oriente nell’esilio (1930-1932), salvo rientrare in Italia “previe intese” con Mussolini in persona, sempre comprensivo verso i vecchi compagni d’anteguerra, come il repubblicano e poi socialista Pietro Nenni, con il quale aveva condiviso la burrascosa battaglia contro l’“impresa di Libia”, quando entrambi furono arrestati. Manca la prova che Innocenzo Cappa sia stato massone. Un massone vero, Ferdinando Martini (biografato da Guglielmo Adilardi), annotò nel “Diario” che i delegati italiani esordirono il 4 giugno con un comizio agli operai di Pietrogrado. Parlarono ovviamente in italiano, lingua ignota al pubblico, che però applaudì freneticamente. In cambio i soviet mandarono in Italia una loro delegazione che il 13 agosto seguente incantò 40.000 militanti di sinistra raccolti alla Casa del Popolo di Torino, ove Giacinto Menotti Serrati tradusse a modo suo il Verbo “soviettista”, incitando alla rivoluzione, con quel che ne seguì. Moti di piazza, trentacinque morti il 28 agosto, un migliaio di arresti e la rottura tra riformisti e rivoluzionari, tra socialisti e comunisti d’Italia. Il libro memoriale di Andrea Viglongo, “Gramsci a Torino” (ristampato nelle Edizioni Viglongo di Torino), ricostruisce fedelmente il clima di quegli anni. Ancora unite alle elezioni del novembre 1919, le due anime divennero corpi separati col congresso di Livorno.
La Terza internazionale dominata da Lenin nacque col congresso di Mosca del 2-6 marzo 1919, convocato come primo congresso dell’Internazionale comunista (IC). Assente a Mosca, il partito socialista italiano il 19 marzo dichiarò la sua adesione. Nel giugno 1920 Lenin pubblicò “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”. I socialisti italiani erano vivaio di estremisti. Mosca non aveva fretta di annetterli. Aveva bisogno delle sue “quinte colonne rivoluzionarie” nei Paesi occidentali. In agosto Lenin aggredì la Polonia. In settembre l’occupazione delle fabbriche fece intendere che i “rossi” in Italia volevano proprio “fare come in Russia”,ma dovettero fare i conti col settantottenne presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Ministro del Lavoro era Arturo Labriola (massone), che mediò tra “rivoluzionari” e industriali tramite “confratelli” come Gino Olivetti.
Alle elezioni del novembre 1919 i socialisti ottennero 156 seggi. In quelle del 16 maggio 1921 ne ebbero 124; i comunisti ne conquistarono 15. La lotta tra socialisti e comunisti si svolse al di fuori della Camera. Nell’ottobre 1922, mentre Mussolini era alle porte, i socialisti consumarono l’ennesima scissione con la nascita del partito guidato da Filippo Turati con Giacomo Matteotti segretario (ne ha scritto Enrico Tiozzo). Per Mosca il “caso Italia” era secondario rispetto alla diffusione in Asia, nelle Americhe e in Gran Bretagna, teatro del lungo e duro sciopero dei minatori, appoggiato dall’URSS. Contro gli appena 24 seggi dei socialisti di Turati e Matteotti, alle elezioni del 6 aprile 1924 i comunisti ne spuntarono 19: destinati a un ruolo di “testimonianza” alla Camera e di passaggio alla clandestinità, con l’avvento di un governo della borghesia emendato da frange idealistiche, come spiegato da Antonio Gramsci alla Camera nel discorso di opposizione alla legge sulle associazioni (maggio 1925), nel quale profetizzò che la legge “contro la massoneria” (da lui niente affatto difesa) preludeva allo scioglimento coatto dei partiti di opposizione.
Da quell’anno i comunisti italiani, in linea con l’IC, minarono a screditare gli antifascisti come servi sciocchi del capitalismo. I socialisti furono liquidati come socialfascisti. La concentrazione antifascista fondata in Francia da socialisti, repubblicani, democratici e lega dei diritti dell’uomo, con forte componente massonica, fu combattuta come nemico, colluso con la borghesia. Stessa sorte toccò a “Giustizia e Libertà”, il “movimento” fondato a Parigi da Carlo Rosselli dopo l’evasione dal confino a Lipari con Emilio Lussu e con il massone Francesco Fausto Nitti, nipote di Francesco Saverio, già presidente del Consiglio, da tempo migrato in Francia. In realtà, malgrado la Grande Depressione del 1929, la borghesia non solo resse, ma in molti Paesi optò per governi ideologicamente reazionari e persino razzisti ma con “politiche sociali” capaci di captare il consenso di masse popolari. Fu il caso del nazionalsocialismo in Germania.
Fronti popolari e unità d’azione socialcomunista
Dinnanzi all’avvento di Hitler, nella previsione che una nuova guerra fosse solo questione di tempo e che la Russia dovesse mirare anzitutto alla propria salvezza, Stalin sterzò dal “comunismo in un solo Paese” e dalla lotta contro i “socialfascisti” ai fronti popolari, coinvolgenti socialisti, democratici e borghesi riformatori. Ilcambio di strategia passò agevolmente perché da tempo l’IC aveva imposto l’obbedienza più rigida ai partiti che ne facevano parte. Fu il caso di quello d’Italia, che espulse suoi dirigenti di spicco, come Angelo Tasca, bollati quali revisionisti. Banco di prova e al tempo stesso terreno di crisi dei Fronti popolari fu la guerra di Spagna. L’IC mirò ad assumere l’egemonia delle forze repubblicane contro i nazionalisti di Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano, sia con le brigate internazionali (nel cui ambito i commissari politici avevano la meglio sui militari, secondo le regole rivoluzionarie che risalivano alla stagione giacobina della rivoluzione francese, 1792-1794), sia con l’ingerenza nel governo di Madrid. In quella guerra furono scritte alcune tra le pagine più cupe dello stalinismo, che in Spagna ebbe quali “agenti” Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Vittorio Vidali. Gli anarchici catalani furono sterminati. Repubblicani di orientamento liberale, democratico, riformista e socialriformista vennero metodicamente screditati ed esautorati. Carlo Rosselli, già alla testa di una “colonna” di volontari a sostegno della repubblica (tra i quali Aldo Garosci, che ne scrisse in un saggio poco apprezzato a sinistra), rientrò in Francia, ove fu assassinato con il fratello Nello il 9 giugno 1937 da una organizzazione, la “Cagoule”, che si segnalò per delitti esclusivamente ai danni di antifascisti non filosovietici. Tra quanti compresero il corso degli eventi fu Randolfo Pacciardi. Già al comando del Battaglione “Garibaldi”, previa seconda iniziazione alla massoneria, dalla Spagna passò negli Stati Uniti d’America. Era la dimostrazione che si poteva essere antifascisti senza essere succubi né di Stalin, né dei partiti satelliti di Mosca né dei fronti popolari. La libertà aveva altre e più ampie e solide basi. Ne era testimone Alberto Tarchiani, futuro ambasciatore d’Italia a Washington.
Nel 1938 i partiti antifascisti italiani in esilio erano ridotti a dimensioni poco più che simboliche. Con la morte di Rosselli “Giustizia e Libertà” cessò di esistere. Sarebbe rinata come componente del Partito d’Azione sorto in Italia nel 1942 per iniziativa di Ugo La Malfa e pochi altri di orientamento repubblicano-liberale, in cerca di sostegno dall’estero.
A loro volta i repubblicani (Cipriano Facchinetti a Parigi, Giuseppe Chiostergi a Ginevra…) erano esigue pattuglie, divise nell’interpretazione e attualizzazione del pensiero di Mazzini.
Alla vigilia della catastrofe il socialista Pietro Nenni siglò il “patto di unità d’azione” con i comunisti. In Italia il socialismo umanitario continuava ad avere ampio seguito nel Paese, come si vide alle elezioni della Costituente il 2-3 giugno 1946 quando ottennero 115 seggi contro i 104 dei comunisti. Ma, si disse, non avevano fatto abbastanza la guerra partigiana (le brigate “Matteotti” furono in numero nettamente inferiore alle “Garibaldi” del Pci). Il disastro venne con le elezioni del 18 aprile 1948, quando il Psi confluì nel Fronte popolare e ottenne appena 52 seggi contro i 131 del Pci. Il quale alle spalle aveva l’URSS, mentre i socialisti e i fautori della “terza posizione” il nulla. Nenni si meritò il “Premio Stalin per la Pace”. Impiegò quasi dieci anni a imboccare la strada del centro-sinistra. A salvare il futuro del riformismo in Italia nel 1947 fu Giuseppe Saragat, fondatore del Partito socialista italiano dei lavoratori, che ottenne 33 seggi: pochi, ma sufficienti per liberare i socialdemocratici dall’ipoteca del comunismo sovietico. Oggi quasi nessuno si proclama stalinista. Non esiste alcun partito “cattolico”. Molti invece si dichiarano liberalsocialisti, con tutte le possibili varianti. Il diciannovismo è il passato remoto. Il 1922 ancor di più. L’egemonia del comunismo è un poster sbiadito e nessuno (o quasi?) pensa di usare pietre o mitra per affrontare le urgenze del Paese, il secondo per il debito pubblico più alto in Europa, il più bisognoso di cultura, senza la quale la politica è solo abuso di potere.
Aldo A. Mola

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