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Giornalisti nel mirino: il prezzo della verità nelle guerre dimenticate

C’è una notizia che scorre tra le agenzie e rischia di essere archiviata in poche ore. Il rapimento a Baghdad di una giornalista americana freelance. Un’auto bloccata, uomini armati, un trasferimento rapido su un altro veicolo, la scomparsa nel nulla. Una scena già vista, troppe volte, e proprio per questo ancora più inquietante.

di Cesare Mannucci | 1 Aprile 2026
Il sequestro di Shelly Kittleson, che scrive anche per testate italiane, è avvenuto nei pressi del Palestine Hotel. La donna sarebbe rimasta ferita durante il rapimento

C’è una notizia che scorre tra le agenzie e rischia di essere archiviata in poche ore. Il rapimento a Baghdad di una giornalista americana freelance. Un’auto bloccata, uomini armati, un trasferimento rapido su un altro veicolo, la scomparsa nel nulla. Una scena già vista, troppe volte, e proprio per questo ancora più inquietante. Non è un episodio isolato, né un incidente imprevedibile: è la manifestazione di un rischio strutturale che accompagna da anni il lavoro degli inviati nelle aree di crisi, e che colpisce in modo particolare chi lavora senza una rete di protezione alle spalle.

Il Medio Oriente, oggi più che mai, resta uno dei luoghi più pericolosi al mondo per chi fa informazione. Non solo per il rischio di finire sotto il fuoco incrociato, che pure è reale e costante, ma per una minaccia più subdola e sistematica: il sequestro. Il giornalista diventa un obiettivo. Non un testimone, ma una pedina. Una merce di scambio, un messaggio politico, uno strumento di propaganda. E questo cambia completamente la natura del rischio. Non si tratta più soltanto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma di essere deliberatamente cercati, individuati, catturati.

In questo quadro, la condizione dei freelance appare la più fragile. Sono loro, spesso, a muoversi nei contesti più difficili, a entrare nei territori meno accessibili, a raccontare ciò che le grandi redazioni non riescono più a coprire direttamente. Ma lo fanno senza le tutele di un tempo. Senza scorte, senza strutture logistiche, senza un supporto costante. Il cambiamento del sistema dell’informazione ha prodotto anche questo effetto: una progressiva esternalizzazione del rischio. Le redazioni riducono i costi, ma il prezzo viene pagato da chi è sul campo.

Non è una critica moralistica, è una constatazione. Il giornalismo di guerra è sempre stato pericoloso, ma oggi lo è in modo diverso. Più individuale, più esposto, più solitario. Eppure resta indispensabile. Senza quegli occhi, senza quelle testimonianze, intere porzioni di realtà resterebbero invisibili. Le guerre contemporanee, sempre più frammentate e diffuse, tendono a sottrarsi allo sguardo. Senza reporter sul terreno, diventano narrazioni parziali, filtrate, talvolta manipolate.

Il caso di Baghdad riporta alla memoria vicende che in Italia non sono mai state dimenticate. Il sequestro di Giuliana Sgrena, la tragica fine di Enzo Baldoni. Due storie diverse, ma unite da un elemento comune: la solitudine operativa e la vulnerabilità. Non erano dilettanti, non erano sprovveduti. Sapevano esattamente a cosa andavano incontro. E questo è forse l’aspetto più difficile da comprendere per chi osserva da lontano. Chi sceglie di fare questo mestiere in quei contesti accetta un livello di rischio che va oltre la normalità. Non per incoscienza, ma per convinzione.

Il giornalismo, in queste condizioni, torna a essere ciò che è sempre stato nelle sue espressioni più alte: testimonianza. Non semplice racconto, ma presenza. Essere lì, vedere, ascoltare, verificare. Ma questa dimensione eroica, se così si può definire, non può essere lasciata interamente sulle spalle dei singoli. Richiede un sistema che la sostenga. E qui emerge un vuoto sempre più evidente. Le tutele internazionali esistono, ma spesso restano sulla carta. Le convenzioni, le dichiarazioni, gli appelli alla protezione dei giornalisti nei teatri di guerra si scontrano con la realtà di contesti nei quali il diritto internazionale è, di fatto, sospeso.

C’è poi un elemento che riguarda la natura stessa dei conflitti contemporanei. Non si combattono più soltanto tra eserciti regolari. Si combattono tra milizie, gruppi armati, attori non statali che non riconoscono regole condivise. In questo scenario, il giornalista non è più percepito come figura neutrale. Diventa, agli occhi di alcuni, un rappresentante dell’Occidente, un simbolo, un bersaglio. E questo aumenta ulteriormente il livello di esposizione.

Ma c’è anche una responsabilità che riguarda il sistema mediatico e, in parte, anche il pubblico. La velocità con cui consumiamo le notizie ci porta spesso a dimenticare il costo umano che sta dietro a ogni informazione proveniente da zone di guerra. Ogni immagine, ogni testimonianza, ogni cronaca è il risultato di una presenza sul campo. Di un rischio assunto. Di una scelta. E quella scelta non può essere data per scontata.

Il punto, allora, non è chiedersi se valga la pena continuare a inviare giornalisti in quei contesti. La risposta è sì. Senza informazione, la guerra diventa opaca, incontrollabile, più facile da manipolare. Il punto è capire come farlo. Con quali strumenti, con quali tutele, con quale responsabilità condivisa. Non è accettabile che la differenza tra sicurezza e vulnerabilità dipenda solo dal tipo di contratto o dal budget di una redazione.

Il caso della giornalista rapita a Baghdad è un segnale. Non nuovo, ma ancora troppo poco ascoltato. Ricorda che il lavoro dell’inviato non è soltanto un mestiere, ma una funzione democratica. Raccontare la guerra significa renderla visibile. E rendere visibile la guerra significa, in qualche modo, limitarne gli eccessi.

Per questo la questione non riguarda solo i giornalisti. Riguarda tutti. Riguarda il diritto dei cittadini a essere informati. Riguarda la qualità delle nostre democrazie. Perché quando chi racconta i conflitti viene messo a tacere, o ridotto al silenzio dalla paura, il rischio non è solo quello di perdere una notizia. È quello di perdere la capacità di comprendere il mondo in cui viviamo.

Cesare Mannucci

Pubblicato in : Blog, Editoriale, Esteri, La parola al Sindaco

Info Cesare Mannucci

Direttore Responsabile ad interim, già Vice Direttore vicario di PensaLibero.it, svolge una intensa attività giornalistica da oltre 40 anni. Ha cominciato nel settimanale L’Eco di Milano e provincia, come collaboratore, per ricoprire poi incarichi di responsabilità come caposervizio, caporedattore sino alla condirezione dello stesso. E’ stato collaboratore esterno del quotidiano del pomeriggio La Notte (gruppo Rusconi Editore), e per oltre 24 anni giornalista al quotidiano nazionale Il Giorno (Eni e poi Poligrafici Editoriale) per il quale si è occupato di cronaca nera, amministrativa, sindacale e giudiziaria. Componente del Cdr de Il Giorno in qualità di fiduciario. E’ stato anche collaboratore del quotidiano della Cei, L’Avvenire e dell’Unione Sarda. Ha svolto, inoltre, intensa attività politica come Sindaco del comune milanese di Mediglia, Vicepresidente vicario del consiglio direttivo del Parco Agricolo del Sud Milano, per il quale è stato componente del consiglio d’amministrazione di Fedenatur la rete dei parchi periurbani della Comunità Europea (con sede a Barcellona) in rappresentanza della Provincia di Milano. Componente del comitato tecnico intercomunale per la trasformazione del Consorzio dell’Acqua Potabile di Milano (Cap) in società di capitali (Cap Holding SpA). E’ stato anche delegato per la Lombardia al congresso nazionale dell’ Associazione nazionale comuni italiani (Anci) del 1999 a Catania. Capo Segreteria a Milano di un noto europarlamentare (2016). Consigliere comunale all’opposizione a San Donato Milanese, cittadella che ospita Metanopoli e il quartiere generale dell’Eni (2017-2022). Da giugno 2022 Consigliere comunale di minoranza a Dresano (Mi). Dal 2023 al 2024 Responsabile della comunicazione di un conosciuto europarlamentare pavese. Direttore Responsabile de “Il Giornale dei Laghi” mensile della Gestione Navigazione Laghi-Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (dal luglio 2025)

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