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Giorgio Napolitano,un grande

Nel rileggere il testo mi sono ricordato che nell’illustrare a una platea di giovani molto dubbiosi il  significato  del  “compromesso storico” Napolitano spiegò quella nuova strategia senza ricorrere a fumisterie ideologiche sul fatto che non bastava il 51% per governare, eccetera, ecc…..Giorgio Napolitano disse molto semplicemente che la  crisi economica  italiana  era così profonda da richiedere uno sforzo comune tra i tre maggiori partiti politici,  nello spirito di rinnovata unità nazionale. Napolitano aveva visto giusto: di lì a poco la crisi energetica, collegata alla guerra del Kippur, avrebbe  costretto  gli italiani alle celebri  domeniche a piedi e il tasso di disoccupazione giovanile avrebbe raggiunto livelli preoccupanti

di Marco Mayer | 25 Settembre 2023

Avevo 21 anni quando ho conosciuto Giorgio Napolitano. Era il 26 ottobre del 1973, a Bologna, in occasione dell’ Assemblea Nazionale degli studenti della FGCI. In queste giornate di lutto, riguardando gli atti di quel incontro a Bologna, ho riletto con grande emozione che, in quella occasione, ebbi l’ onore di essere  citato nel suo intervento. 

Nel rileggere il testo mi sono ricordato che nell’illustrare a una platea di giovani molto dubbiosi il  significato  del  “compromesso storico” Napolitano spiegò quella nuova strategia senza ricorrere a fumisterie ideologiche sul fatto che non bastava il 51% per governare, eccetera, ecc…..Giorgio Napolitano disse molto semplicemente che la  crisi economica  italiana  era così profonda da richiedere uno sforzo comune tra i tre maggiori partiti politici,  nello spirito di rinnovata unità nazionale. Napolitano aveva visto giusto: di lì a poco la crisi energetica, collegata alla guerra del Kippur, avrebbe  costretto  gli italiani alle celebri  domeniche a piedi e il tasso di disoccupazione giovanile avrebbe raggiunto livelli preoccupanti.  

Per inciso, – ma voglio ricordarlo a chi crede di aver riscoperto solo oggi il sostantivo “Nazione” e  ‘ aggettivo “nazionale”-  Giorgio Napolitano aveva un fortissimo attaccamento all’ identità  e alla cultura italiana.  

Dopo quel primo incontro a Bologna  ne ho  avuti tanti altri nel periodo, compreso tra il 1975 e il 1990., anni che in cui ero impegnato come dirigente del PCI  in Toscana; consigliere regionale per quasi tre legislature, tra il 1976-1990;  capogruppo del PCI; Assessore Regionale e Coordinatore Nazionale degli Assessori al  lavoro e alla cultura, incarichi sin troppo  importanti  per la mia giovane età. 

Dalla seconda metà degli anni Settanta ho condiviso (quasi) sempre le posizioni di Napolitano insieme al mio “maestro” di politica,  Gianfranco Bartolini, operaio della Galileo, che divenne un grande Presidente della Regione Toscana. Bartolini era un uomo molto vicino a  Napolitano e, tra l’altro, aveva stabilito una amicizia  e una collaborazione istituzionale con Bill Clinton quando questi ancora era governatore dell’Arkansas.   

Nel PCI  i  riformisti, ovvero i “miglioristi”,  nomignolo dispregiativo inventato –  se non erro –  da Michele Serra su L’ Unità’ , erano pochi, ma tra di loro, c’erano grandi personalità. Ricordo ad esempio una riunione “un po’ carbonara”  con Napolitano in via Giulia a Roma – tenutasi dopo la Bolognina  —  alla quale parteciparono, tra gli altri,  Emanuele Macaluso,  Luciano Lama, Nilde Jotti, Gianni Cervetti, Enrico Morando, Umberto Ranieri, Lanfranco Turci, (forse anche Sergio Cofferati, ma non sono sicuro).  Tra questi c’ era Umberto Minopoli, – morto a 69 anni –  nell’ aprile scorso. particolarmente vicino a Giorgio Napolitano  che lo ha salutato  come un “compagno e amico carissimo” 

http://www.libertaeguale.it/napolitano-umberto-minopoli-compagno-e-amico-carissimo/)

Umberto Minopoli –  napoletano come Claudio Velardi  –  era una personalità molto colta e determinata  sin dai tempi della FGCI  e  sarebbe diventato anche lui editorialista di Formiche. 

Un affollato e affettuoso ricordo di Umberto Minopoli. Foto di Pizzi

Spero che  un giorno Giovanni Matteoli, da tanti anni validissimo collaboratore (insieme a Elvira Oxilia) del Presidente Napolitano, voglia proseguire  le ricerche pubblicate da Enrico Morando e da 

Umberto Ranieri per completare in  ogni dettaglio la storia di quel gruppo di personalità lungimiranti che ebbe il coraggio di lavorare controcorrente (nel PCI non era facile) e guardare lontano. Oltre ad Emanuele Macaluso (una bellissima amicizia) e altri dirigenti storici del partito vorrei ricordare altre amicizie importanti di Napolitano: Antonio Giolitti, Altiero Spinelli, Luigi Spaventa, Renato Ruggero,  Antonio Maccanico, Giuliano Amato  sono i primi nomi che mi vengono in mente. Un incontro intellettuale particolarmente significativo fu, inoltre, quello con Ralf Dahrendorf, direttore della London School of Economics dopo  Karl Popper. Il profondo  legame di Napolitano con Dahrendorf traspare nel messaggio di cordoglio pubblicato sul sito del Quirinale indirizzato ai familiari in occasione della suascomparsa: 

https://archivio.quirinale.it/aspr/comunicati/PRESSRELEASE-001-009436/presidente/giorgio-napolitano/messaggio-cordoglio-del-presidente-napolitano-scomparsa-ralf-dahrendorf

Mi ricordo il giorno della Bolognina. Io ero molto contento,  ma al tempo stesso amareggiato perché non  mi  aspettavo un dissenso così ampio nel partito.  In effetti alcuni mesi prima nel febbraio del 1989 settimanale Epoca realizzò un sondaggio proprio sulla questione del nome: solo il 27,7 per cento dell’elettorato comunista risultò favorevole a un’ipotesi di cambiamento.  

Solo dopo la Bolognina mi resi pienamente conto del perché Napolitano fosse sempre stato  determinato, ma al tempo  molto accorto. Evidentemente lui conosceva molto bene gli umori profondi del partito  e sapeva quanto fosse forte l’ attaccamento alla “diversità”  come tratto identitario dei comunisti italiani.  In  precedenza, invece,  mi era capitato più di una volta  di  criticare l’ eccesso di prudenza dei “miglioristi”. La mia impazienza si manifestò – ad esempio – alcuni mesi  prima della Bolognina nella fase di preparazione del congresso nazionale del PCI del 1989. A Firenze  presentai un documento alternativo a quello ufficiale che ebbe un modestissimo sostegno tra i delegati, ma fu pubblicato sulla  rivista Il Ponte. 

Su alcuni  quotidiani di ieri Giorgio Napolitano è stato definito l’ erede di Giorgio Amendola. Per quanto attiene la politica economica non c’ è dubbio che fosse in linea con la “destra amendoliana” del partito. Spesso ebbero posizioni analoghe, si pensi soltanto  alle loro intelligenti autocritiche dopo la marcia dei 40.000 alla FIAT e all’attenzione dedicata alle preoccupazioni di Ugo la Malfa per la finanza pubblica e l’inflazione. . 

Sul piano internazionale, invece, la continuità con Amendola meriterebbe di essere approfondita. Negli Stati Uniti gli analisti  speravano   che il  successore di Luigi Longo alla guida del PCI  fosse Enrico Berlinguer, perché lo consideravano  più autonomo di Giorgio Amendola nei confronti di Mosca –  anche per la sua amicizia e solidarietà  con Alexander Dubcek, leader della Primavera di Praga. .Dopo la critica   all’invasione sovietica di Praga   nel 1969 gli Stati Uniti iniziano a stabilire contatti con il  PCI, soprattutto nelle regioni “rosse”, come la Toscana. Mi ricordo che nello stadio Franchi di Firenze nel 1974 sfilarono militari  italiani, marines americani e i partigiani in occasione del XXX della Liberazione di Firenze come testimonia un bel documentario dell’Istituto Luce: . 

Firenze: 30° Anniversario della Liberazione della Toscana

 La celebrazione  fu voluta e coordinata dal futuro sindaco comunista di Firenze, Elio Gabbuggiani. 

Firenze: 30° Anniversario della Liberaz…

Negli anni settanta per  Gabbuggiani –  come per Gianfranco Bartolini  e per altri amministratori pubblici  del PCI  –  Giorgio Napolitano fu un costante riferimento sia per i contatti con gli Stati Uniti sia per gli importanti gemellaggi istituzionali avviati con comuni e regioni guidate dai partiti della socialdemocrazia  europea. 

Nel 1981 fui invitato a tenere un seminario dal   Prof. Robert Putnam al Center for European Studies di Harvard e sul passaporto avevo accanto al visto un codice numerico particolare scritto a mano perché ero capogruppo del PCI.  (Alcuni anni   dopo un simpatico poliziotto di frontiera all’aereoporto Kennedy Airport mi disse   scherzando: “why do you have  this, code the party is over”) . Ma Tornando al seminario ad Harvard rimasi  colpito dal fatto che gran parte delle domande (per esempio di Charles Maier e di Suzan Berger)  partivano dalle conferenze che Giorgio Napolitano, nell’ aprile del 1978, aveva tenuto nelle università americane. 

A questo proposito in una interessantissima intervista a “30 Giorni”, la rivista di Giulio Andreotti, il Professor Joseph la Palombara racconta  tanti  retroscena politici e dettagli organizzativi di quel viaggio.  

 30Giorni | In search of national solidarity (Interview with Joseph La Palombara by Giovanni Cubeddu)

30Giorni | In search of national solida…

Dall’ intervista di Palombara emerge un particolare che non conoscevo.  Nel 1975 fu Herry Kissinger in persona  a negare il visto di ingresso negli Usa a Giorgio Napolitano, che era stato invitato a tenere una conferenza a Harvard. Un particolare curioso, considerando che Napolitano era ritenuto da Kissinger il suo “comunista preferito”. “Finché Segretario  Stato ci sarà Kissinger questo visto  non sarà   mai dato”, fu il commento di La Palombara  nel 1975. Due anni dopo nel novembre 1977, con Cyrus Vance al Dipartimento di Stato e Zbigniew Brzezinski,   Consigliere per la Sicurezza Nazionale, la pratica del visto fu riaperta e Giorgio Napolitano, futuro Presidente della Repubblica Italiana,  dal 4 aprile al 19 aprile del 1978 poté finalmente entrare negli Stati Uniti per tenere le Conferenze alle università di  Yale, alla John Hopkins e nel prestigioso e influente  Council For Foreign Relations.

Quanto il Presidente Emerito sia stato un grande leader e un uomo che ha lasciato il segno – anche nella sua prima visita negli Stati Uniti 45 anni fa,  lo racconta  nell’intervista citata  Joseph  la Palombara, con le cui parole vorrei chiudere questo mio personale ricordo di Giorgio Napolitano.

“On 19 April 1978 Napolitano returned to Rome. His visit gave strong impetus to the policy of opening up and gave backing to a policy less inclined to fear. He had made an impression with his unforced, unshowy charisma, …  One began to appreciate Giorgio Napolitano along the road, following his arguments, watching him manage the question and answer tussle, so sacred to us Americans. He set out humbly and won the goodwill of the public. There was no need for me and my American colleagues to hold a debriefing for us see everything the visit had achieved. It was the basis for further developments.” 

Marco Mayer 

Pubblicato in : EditorialeTag: andreotti, anni, anni settanta, anniversario, bologna, compromesso storico, crisi, crisi economica, diversità, enrico berlinguer, enrico morando, firenze, futuro, giorgio napolitano, giovani, giuliano amato, harvard, intervista, istituto luce, La Malfa, lavoro, macaluso, napolitano, nazione, partiti politici

Info Marco Mayer

Nell’arco degli ultimi trenta anni Marco Mayer ha svolto un’ intensa attività in campo internazionale, ricoprendo una molteplicità di ruoli : dalle relazioni commerciali alla promozione del Made in Italy, dalle operazioni civili e militari di pace alle attività di ricostruzione e riconciliazione post/conflitto; dall’emergenza umanitaria alla cooperazione allo sviluppo . Nell’ultimo decennio Marco Mayer, a lungo negli anni Ottanta Assessore alla Cultura della Regione Toscana, ha messo a frutto la sua esperienza sul campo, dedicandosi prevalentemente alla ricerca ed all’insegnamento universitario presso l’Università di Firenze dove insegna “Politica Internazionale” Dal 2003 insegna, inoltre, “Responsibility to Protect” and Post Conflict Management al Master “Human Rights and Genocide Studies” , promosso dall’Università di Siena, Kingston University – Londra , Collegium Civitas – Varsavia, Universität Viadrina – Francoforte. . Dal 2011 partecipa, infine, al programma di ricerca “Global Governance Programme” promosso dal Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole.

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