
“Salari divorati dal carovita”, “Stangata su spesa e bollette”.
Sono i due titoli di prima pagina di oggi rispettivamente dei giornali ‘il Resto del Carlino’ e ‘la Repubblica’: non propriamente due giornali operaisti.
I dati che ha fornito Istat sono inesorabili, non lasciano spazio a interpretazioni consolatorie.
I prezzi dei beni alimentari non lavorati (es. frutta, verdura, alimentari “semplici”) sono aumentati nel 2025 rispetto all’anno precedente (+3,4%). 
Guardando un arco più lungo (2021–2025), i prezzi del cosiddetto “carrello della spesa” (che include anche alimentari e altri beni di uso quotidiano) sono cresciuti di circa +24–25%, molto più dell’inflazione generale. 
La voce energie (bollette, elettricità, gas, combustibili) è quella che ha visto l’aumento più forte: +34,1% tra il 2021 e il 2025.
L’inflazione che pesa davvero sui salari non è quella media, ma quella che colpisce beni essenziali.
Alimentari ed energia crescono più dell’inflazione generale e queste voci assorbono una quota molto alta del reddito dei lavoratori e dei pensionati perché si tratta di consumi a cui non è possibile rinunciare.
Il risultato è che anche quando l’inflazione ufficiale rallenta, anche quando i salari nominali crescono di poco, il potere d’acquisto reale dei lavoratori e dei pensionati continua a scendere precipitando milioni di persone in un grave e profondo disagio sociale.
Ci vuole una bella faccia come quella di Meloni e dei suoi accoliti per dire che l’inflazione media è sotto controllo e che salari e pensioni stanno recuperando.
La realtà vera è quella che vivono le persone in carne e ossa che avvertono che con i loro redditi si vive sempre peggio e non quella della spudorata propaganda dei politici di destra e dei che ricchi insensibili, che loro proteggono, che vivono in un mondo protetto e per i quali la spesa e le bollette rappresentano poco o nulla rispetto ai loro redditi.
La verità è che i redditi bassi subiscono un’inflazione effettiva più alta perché i beni essenziali, a cui non si può rinunciare, crescono a dismisura tale da comprimere il tenore di vita dei ceti popolari e spingerli sulla soglia della povertà.
Ma perché alimentari ed energia aumentano più dell’inflazione generale.
L’energia non pesa solo in bolletta: serve per produrre (industrie alimentari); trasportare (camion, navi, logistica); conservare (catene del freddo, magazzini)
Quando gas ed elettricità aumentano, l’effetto si trasmette a cascata su tutta la filiera alimentare e anche se l’energia smette di crescere, i prezzi non tornano indietro automaticamente.
Inoltre, il cambiamento climatico è ormai un fattore inflazionistico permanente. I generi alimentari (soprattutto freschi) risentono molto di siccità, di alluvioni ed eventi estremi.
E il governo Meloni cosa ha fatto?
Ha pensato di porre fine o ridurre le misure di contenimento, come bonus energia, IVA ridotta, sconti su accise.
Anzi, per fare cassa, ora, il governo ha aumentato le accise sul diesel e ha autorizzato un rialzo medio dei pedaggi autostradali di circa l’1,5%.
Questi aumenti colpiranno direttamente i costi di trasporto e finiranno per riflettersi sui prezzi agricoli.
Ma anche l’energia elettrica e il gas dipendono in parte non irrilevante dal costo del trasporto dei carburanti fossili.
Dunque c’è da aspettarsi nuovi aumenti dei generi alimentari e delle bollette. Un altro colpo ai redditi dei lavoratori e dei pensionati.
Il governo Meloni con le sue politiche di piccoli tagli fiscali prende in giro i ceti medi e bassi, i lavoratori e i pensionati.
Ed è dentro questo clima sociale, fatto di salari falciati dal carovita e di famiglie in affanno, che esplodono anche le vicende che riguardano le istituzioni.
Immagino la rabbia che in tanta gente perbene ieri deve essere montata alla notizia dell’indagine sui membri della Autorità per la protezione dei dati personali, con accuse molto serie che riguardano un uso distorto di denaro pubblico e altri reati.
Si legge sui giornali di rimborsi per cene, parrucchiere, alberghi di lusso, spese di migliaia di euro dal macellaio e altri costi personali sostenuti con carte dell’ente. E infine, anche l’accusa di corruzione per cui alcuni membri avrebbero ottenuto “utilità” riducendo o annullando sanzioni significative a grandi società.
Ciò che lascia stupiti è che sono persone che già ricevono indennità mensili che superano i diecimila euro e per il presidente arrivano a 260.000 all’anno.
Spetterà alla magistratura accertare ed eventualmente giudicare. Se i fatti su cui si indaga fossero veri le condanne dovrebbero essere severe.
Io vedo molti problemi e molte criticità nel funzionamento della giustizia in Italia, nei ritardi ma anche nelle invasioni di campo, nelle indagini “a strascico”, nella pubblicazione di intercettazioni che violano la dimensione privata degli indagati.
Ma di una cosa mi sono convinto: la riforma, tanto voluta dalla destra, cioè la separazione delle carriere, mi pare finalizzata anche a favorire in modo particolare chi è in grado di pagarsi buoni avvocati e così farla franca con cavilli procedurali e argomentazioni capziose più di quanto già non avvenga.
Infine, oltre a questi più che legittimi dubbi sulla riforma della magistratura, valgono anche questioni politiche generali.
Del referendum è importante il merito ma lo sono anche e soprattutto gli effetti del risultato che potrebbe rafforzare o indebolire non poco l’esecutivo.
A marzo abbiamo una grande occasione per dire che le politiche antipopolari del governo di destra non ci piacciono e per cominciare a dare un segnale di sfratto all’inquilina di palazzo Chigi.
Enrico Rossi

Lascia un commento