C’è un libro, quest’anno, tra la dozzina del Premio Strega, che ha risvegliato l’orgoglio e il senso di appartenenza di un mondo sotterraneo, quello dei giochi di ruolo. Ma “La stanza profonda” (Laterza) di Vanni Santoni non è soltanto questo. Il tavolo attorno al quale i protagonisti del romanzo si incontrano per inventare mondi, tessere storie, impersonarne a loro volta i protagonisti (narrazione nella narrazione), è il punto di osservazione dal quale l’autore estende lo sguardo non solo a quello scenario fatto di schede, dadi, ritualità e fantasia, ma arriva a comprendere uno spaccato di storia di quella provincia toscana, e per estensione italiana, che è andata progressivamente desertificandosi. Il gioco di ruolo non è fuga dalla realtà, diventa ricerca di senso. Diventa un atto che va ben oltre gli aspetti ludici e si fa creativo, artistico, narrativo. Ma soprattutto collettivo. Ed è esattamente in questo luogo, in questa stanza profonda, che Santoni ha deciso di condurci, sotto l’egida di un dado da venti facce, oggetto di culto e dispensatore delle alterne fortune di eroi e stregoni. Leggi tutto:

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