
Giocano come fosse a Monopoly ma con i soldi veri degli altri.
In quello che viene chiamiato il risiko bancario, le banche muovono i miliardi, i mercati brindano, ma a pagare il conto, con interessi a zero per il risparmio e al 6 per cento e oltre per i prestiti, restano sempre i cittadini, le famiglie e le imprese, piccole e piccolissime in particolare.
Le banche, infatti, hanno registrato utili record per il repentino rialzo dei tassi d’interesse, voluto dalla BCE per contrastare l’inflazione, ma la remunerazione dei depositi è rimasta ferma ed è stata anzi erosa dalla stessa inflazione.
La banca prende i tuoi risparmi sul conto corrente e ti riconosce un interesse che spesso oscilla tra lo 0,05% e lo 0,1%. Spesso con i canoni mensili e le imposte di bollo, sei tu a pagare la banca per tenere lì i tuoi soldi.
Poi, sempre la tua banca impiega quegli stessi soldi per prestarli ai cittadini e alle imprese piccole e medie chiedendo indietro il 6, il 7 e anche l’8%, o persino di più se si tratta di un “fido”.
Questo significa che il denaro viene acquistato dalla banca quasi gratis e rivenduto con un ricarico monumentale.
È un gioco che ha generato miliardi di extraprofitti.
In totale, nel solo triennio 2023-2025 le banche italiane hanno accumulato oltre 134 miliardi di euro di utili netti, con aumenti percentuali di anno in anno che assumono proporzioni da capogiro.
Con le casse piene di liquidità, è così ripartito il risiko delle fusioni e acquisizioni: Bpm propone di unirsi al MPS mentre Intesa Sanpaolo e Bper rispondono con un’offerta da 30,6 miliardi.
Tutto questo giova soprattutto agli azionisti e ai mercati finanziari e non certo ai cittadini e alle imprese.
Le mega-banche creano economie di scala, riducono i costi operativi (chiudendo filiali) e aumentano la redditività a breve termine, attirando grandi fondi d’investimento internazionali.
Francoforte, la BCE, favorisce la creazione di cosiddetti “campioni europei” solidi, ritenendo le banche grandi più resilienti alle crisi sistemiche.
Ma la scomparsa delle banche medie e locali (le vecchie Popolari o le Casse di Risparmio che hanno avuto un ruolo sociale ed economico di primo piano) accelera la desertificazione bancaria dei territori. Interi comuni italiani non hanno più uno sportello e il credito che diventa “algoritmico”, penalizza ancora una volta le piccole imprese e le famiglie che una volta beneficiano del “credito di relazione”, basato sulla conoscenza diretta del territorio.
Se poi guardiamo al nodo fiscale l’ingiustizia di questa situazione è ancor più evidente. A fronte di questi profitti record, il tax rate, cioè l’aliquota reale di tasse pagate allo Stato, per le banche si è attestato nel 2025 intorno al 19,2%.
Una percentuale di tassazione scandalosa, significativamente più bassa rispetto al carico fiscale medio che grava sulle piccole e medie imprese italiane o sui lavoratori dipendenti e le partite IVA non forfettarie.
La scelta del governo Meloni di permettere alle banche di evitare la tassa sugli extraprofitti (accantonando i soldi a riserva) ha di fatto blindato questi enormi guadagni all’interno delle mura degli istituti finanziari ha privando lo Stato di risorse da redistribuire per scopi sociali, ad esempio sanità, scuola, mutui prima casa, contrasto alla povertà, incentivi alle imprese.
A completare il quadro di questa situazione aberrante ci sono anche i compensi degli amministratori delegati delle principali banche italiane che riflettono fedelmente l’andamento record degli utili del settore. Più la banca genera profitti e soddisfa i mercati, più salgono i bonus e i premi in azioni per i manager.
Il compenso complessivo dell’AD di UniCredit ha raggiunto i 13,2 milioni di euro nel 2024, salendo poi fino a circa 16,4 milioni di euro nel 2025, mentre quello di Intesa Sanpaolo, pure in crescita sul 2024, ma si è fermato a 8,293 milioni di euro sempre nel 2025.
Rispetto al dipendente medio che lavora negli uffici delle stesse banche con uno stipendio medio sui 45.000 – 50.000 euro lordi l’anno, i guadagni degli AD sono di 170 volte o addirittura di 320 volte superiori.
Di fronte a questa deriva, la sinistra non può limitarsi al ruolo di spettatrice. L’articolo 47 della Costituzione non chiede solo di tutelare il risparmio, ma aggiunge che la Repubblica “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.
Questo significa decidere per legge a favore di una tassazione progressiva e più alta sugli extraprofitti, bloccare la desertificazione bancaria dei territori, imporre vincoli sociali per le famiglie e per le microimprese, difendere le medie e piccole banche locali.
Il risparmio dei cittadini non deve essere usato per il risiko dei colossi bancari ma per investire sul futuro e sullo lo sviluppo del Paese, cioè sulla democrazia economica, impedendo che la concentrazione della ricchezza e del potere finanziario schiacci la dignità umana, desertifichi i territori e trasformi i cittadini in sudditi dei mercati.
Enrico Rossi

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