
In quel volo, che lo proiettò fuori dalla Ferrari per schiantarsi contro un palo della recinzione metallica, qualcuno vide la caduta di un angelo. L’immagine dell’incidente costato la vita a Gilles Villeneuve, alle 13,51 dell’8 maggio 1982, è rimasta impressa nella mente di tanti tifosi. Quel corpo immobile raggomitolato, i capelli appoggiati sull’erba, la corsa dei soccorritori per tentare l’impossibile, il disperato massaggio cardiaco, la respirazione bocca a bocca. A casa Villeneuve in quei minuti arrivò una telefonata alla moglie Joann. Dall’altro capo della cornetta era Jody Scheckter: «Vieni subito, Gilles ha avuto un incidente. È molto grave». Il primo pensiero per i bambini, Jacques e Melanie, tenuti all’oscuro della verità. Poi la corsa per raggiungere Zolder.
I meccanici ai box riordinarono le chiavi e i pezzi di ricambio sapendo che non sarebbero più serviti. La sua gara finì alle 21.12, all’ospedale di Lovanio. Il pilota spericolato, con quel volto da eterno bambino, era passato sull’altra sponda del fiume. Una parabola breve, ma intensa la sua. Il Drake l’aveva ribattezzato l’elicotterista. Non fu mai tenero con i suoi piloti: ebbe parole di stima e riconoscenza, tanti anni prima, per Tazio Nuvolari.
Confidò a Enzo Biagi, durante un’intervista in tv, di ammirare il grande campione mantovano che aveva perso due figli e cercava la morte in gara, trovandola però in un letto di malattia.
Per Gilles andò oltre: lo accarezzava come un figlio e quando morì affidò al suo segretario tre parole: «Gli volevo bene». Su quell’impatto con la March di Jochen Mass che procedeva a rilento si è scritto tanto.
Una distrazione, un errore di calcolo nell’ultimo giro delle prove di un campione ancora scosso per il risultato del Gp precedente, a Imola, quando il compagno di squadra Didier Pironi gli soffiò la vittoria creando grande tensione nella squadra. Non sapremo mai perché la Ferrari numero 27 non vide l’ostacolo, lo tamponò e si disintegrò dopo un volo agghiacciante. Erano passati cinque anni dall’atterraggio nel Circus della Formula 1 di un canadese, sconosciuto agli addetti ai lavori, che arrivava dalle motoslitte e dalle formule minori. Bastò un Gp con la McLaren in Gran Bretagna, il 16 luglio 1977, per attirare l’attenzione di Enzo Ferrari che lo chiamò a Modena per un colloquio il 29 agosto. Un colpo di fulmine. Il 21 settembre i primi giri con la T2 a Fiorano e al Gp del Canada l’esordio con la Rossa. Da questo momento entrò nel cuore dei ferraristi che ancora oggi lo ricordano nei loro club. Anche se non vinse mai un campionato del mondo divenne un idolo perché scaldava i cuori, la passione: la sua guida era sempre oltre il limite degli umani, oltre il possibile. Come il tentativo di tornare ai box su tre ruote dopo una foratura al Gp d’Olanda del 1979, i giri con la Ferrari che perde l’alettone, a Montreal nel 1981, i salti sui cordoli o i sorpassi mozzafiato.

La gara fu vinta da un altro, Jean Pierre Jabouille, ma chi ama le corse non può dimenticare il Gp di Francia del 1979 con il duello Arnoux-Villeneuve, Renault contro Ferrari. A Digione diedero spettacolo a colpi di ruotate, frenate fumanti e manovre spericolate. Così saliva la febbre Villeneuve.
Un pilota che correva con qualsiasi cosa, pronto a sfidare chiunque. Come, ad esempio, un caccia F104 Starfighter sulla pista dell’aeroporto di Istrana, Treviso. Il 22 novembre 1981 con la Ferrari 126 C senza l’alettone posteriore, il canadese vinse la prova sul chilometro da fermo con l’aereo.
Ancora una volta fu paragonato a Tazio Nuvolari, protagonista di un duello simile nel 1931 sulla pista del Littorio a Roma con un biplano Caproni. Una sfida persa la sua, al volante dell’Alfa Romeo 2300.
Dopo Gilles arrivò in Formula 1 un altro grande Villeneuve, il figlio Jacques. Già nel corso del primo test con la Williams, nel 1996, impressionò per la sua velocità e le sue doti.
Vinse il Mondiale piloti l’anno successivo battendo Michael Schumacher, che cercò invano di speronarlo a Jerez, ma non accettò mai paragoni con il padre. Capì subito, da persona intelligente qual è, che non sarebbe mai riuscito, e in fondo non era giusto, a scalzarlo dal cuore dei tifosi che lo adoravano.
Paolo Boldrini

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