
di Vittoria Mazzieri*
Ad agosto due episodi hanno acceso il dibattito sui social media cinesi richiamando, seppure in modo diverso, al lavoro dei fattorini. Il primo è quello, poi rivelatosi falso, di un rider accusato di aver avvelenato una bevanda con il paraquat. Il secondo, di natura molto diversa, ha invece toccato un nervo scoperto del mercato del lavoro cinese: la crescente presenza dei cosiddetti lavoratori “flessibili”, non più una caratteristica marginale, ma una peculiarità del mercato del lavoro cinese. Gig-ology è una rubrica sul mondo del lavoro asiatico.
Il breve scandalo del paraquat
Negli ultimi giorni di agosto, Zheng, un uomo di 35 anni, ha pubblicato su una piattaforma online un post in cui accusava un fattorino di Chongqing di aver aggiunto paraquat (百草枯, baicaoku, un erbicida) nelle bevande che aveva appena consegnato a domicilio. L’utente affermava di aver ordinato online da un negozio di Jiefangbei, il cuore commerciale della città, e che la polizia fosse rimasta “molto sorpresa” da quanto accaduto. A corredo del post, una foto ritraeva di spalle due agenti di polizia all’interno di una stanza. Il dibattito online è esploso e, il 31 agosto, il risultato di ricerca si trovava al sesto posto tra i dieci temi più caldi su Baidu, uno dei motori di ricerca più utilizzati nel Paese.
Il pericolo, tuttavia, è rapidamente rientrato. Le verifiche della polizia di Chongqing hanno rilevato ben presto che nel distretto interessato, Yuzhong, non erano state presentate segnalazioni di questo genere. È anche emerso che l’immagine degli agenti di polizia risaliva a una controversia ospedaliera dell’agosto 2025. La voce, quindi, si è rivelata infondata. L’aspetto ancora più assurdo è che Zheng, l’utente che ha mosso le accuse, risiede a oltre 1200 km di distanza, nella provincia dell’Anhui. Le indagini hanno rilevato che l’uomo aveva pubblicato il post allo scopo di aumentare visualizzazioni e follower, “causando un impatto sociale negativo” (造成不良社会影响, zaocheng buliang shehui yingxiang), sulla base di quanto reso noto dal Dipartimento per la protezione della sicurezza informatica della prefettura di Huainan, nell’Anhui. Zheng sarebbe stato quindi sottoposto a sanzioni amministrative.
Al di là dell’occhio vigile che le autorità cinesi a ogni livello rivolgono alle voci infondate in quanto potenziali fonti di turbamento dell’ordine pubblico, il caso è interessante anche perché riguarda la sicurezza alimentare, un tema particolarmente sensibile in un paese che ricorda ancora vividamente i vari scandali che, nell’ultimo ventennio, hanno interessato la produzione industriale. Uno dei più noti, quello del latte in polvere adulterato con melamina, sostanza chimica tossica che causò la morte di sei bambini e problemi renali a centinaia di migliaia di altri.
Lo scorso maggio, le autorità di regolamentazione cinesi hanno inflitto multe per una cifra che risulta la più alta dall’entrata in vigore della Legge sulla sicurezza alimentare, nel febbraio 2009. È esemplificativo notare come le dirette interessate delle sanzioni siano state le sette principali piattaforme di e-commerce: JD.com, Ele.me, Douyin, Taobao, Tmall, Pinduoduo e Meituan.
Impegnate in un’aspra guerra dei prezzi al ribasso, le aziende sono state accusate di non aver prestato sufficiente attenzione alla tutela dei propri clienti. Le pesanti multe sono state l’esito di dieci mesi di indagini avviate dopo una segnalazione risalente al luglio 2025, quando un uomo di Pechino aveva acquistato una torta su una piattaforma di e-commerce e l’aveva ricevuta decorata con fiori freschi infilati direttamente al suo interno. Insoddisfatto e preoccupato per la sicurezza del prodotto, aveva deciso di segnalare il caso alle autorità. Le indagini avevano portato alla luce una rete di centinaia di punti vendita e laboratori di pasticceria privi di sedi fisiche e, soprattutto, dotati di licenze commerciali falsificate. La vicenda è stata approfondita in una lunga puntata della newsletter Il Partito di Simone Pieranni, ripresa anche da China Files.
La vicenda del post di accuse di Zheng, oltre a alimentare le preoccupazioni sulla sicurezza alimentare, ha coinvolto direttamente anche la credibilità di una categoria onnipresente nel tessuto urbano cinese: gli addetti alla consegna di cibo a domicilio. Negli ultimi anni le loro condizioni di lavoro hanno trovato spazio anche nelle produzioni culturali mainstream, contribuendo a far conoscere a un pubblico sempre più ampio le loro storie di precarietà lavorativa e le difficoltà nel gestire gli oneri del lavoro e le richieste dei clienti, talvolta assurde. Nell’ultimo periodo si sono diffuse anche iniziative solidali nei confronti dei corrieri e fattorini.
La mensa dei fattorini di Hangzhou
Il primo settembre China News Network (中国新闻网, Zhongguo Xinwenwang), una delle maggiori agenzie di stampa statali del paese, ha dedicato un approfondimento a una nuova mensa nella città di Hangzhou, nel quartiere di Xincheng. Il fattorino Xiaochen, abituato a una veloce pausa pranzo a base di pane cinese, 面包, mianbao, si imbatte invece in un cartello che invita a entrare e ad approfittare di un lauto pasto: 请你好好吃饭, qing ni haohao chifan. L’uomo entra, si siede, e si gode maiale brasato, verdure saltate in padella, uova e pomodoro. Costo del pranzo: zero.
A offrire i pasti ai lavoratori delle consegne è il sindacato, la Federazione Nazionale dei Sindacati Cinesi (FNSC), l’unica organizzazione sindacale legalmente riconosciuta nella Repubblica popolare. Dalle 13:00 alle 14:30 la mensa riserva pasti caldi specificamente ai fattorini e ai corrieri, appena dopo la fine della fascia oraria di punta, quella immediatamente precedente. Per il resto della giornata la mensa si rivolge agli anziani e funge come punto di ritiro per pacchi alimentari.
Zhang Dandan e il “beneficio” della flessibilità
Ad agosto di fattorini si è parlato anche in altri termini. La questione in realtà ha interessato in misura più generale il mercato del lavoro cinese, in cui i lavoratori a chiamata, precari, con contratti a termine sono ormai una presenza strutturale. Tutto è partito da alcune dichiarazioni pronunciate dalla professoressa e ricercatrice Zhang Dandan 张丹丹, ospite di una puntata del talk show 聊一波 Liao Yi Bo di Wang Boming, figura di spicco della finanza cinese, caporedattore della rivista Caijing e presidente della società madre, la SEEC Media Group. Il titolo della puntata è “2亿零工在做什么工作?他们的社保如何解决?”(liang yi linggong zai zuo shenme gongzuo? Tamen de shebao ruhe jiejue?): Cosa fanno i 200 milioni di lavoratori della gig economy? Come risolvere il problema della loro sicurezza sociale?
Ora, Zhang Dandan non è un nome sconosciuto. Da tempo si occupa di economia del lavoro con focus sulle condizioni occupazionali dei lavoratori migranti e dei gruppi vulnerabili. È anche vicepresidente della National School School of Development dell’Università di Pechino, quindi è una voce autorevole su questi temi. Durante la puntata, le viene posta una domanda su come rafforzare la tutela sociale per per l’enorme numero di lavoratori flessibili del paese. La ricercatrice risponde che “dal punto di vista dell’economia del lavoro, le flessibilità stessa è una forma di welfare”. Segue motivando che i dipendenti a tempo indeterminato rinunciano alla libertà di scegliere il proprio orario di lavoro in cambio dell’ottenimento di pensioni e altri benefici. A fronte di una minore tutela sociale, i lavoratori flessibili acquisiscono un maggiore controllo del proprio tempo.
Le sue affermazioni hanno generato una polemica sui social media cinesi. Di base viene contestata quello che sembra trapelare dalle sue parole, cioè che il fattorino scelga quel genere di lavoro per poter godere della tanto promessa “flessibilità”. Come molti commenti fanno notare, invece, solo una piccola parte dei lavoratori gig sceglie attivamente il lavoro flessibile, soprattutto coloro che vantano forti competenze professionali. I lavoratori considerati poco qualificati, invece, subiscono questa opzione in quanto tagliati fuori, per età o per formazione insufficiente, da posti di lavoro più stabili nel settore manifatturiero. Il loro ingresso nei settori del lavoro a chiamata non è una ricerca di libertà, bensì una strategia di sopravvivenza per guadagnare il più velocemente possibile. Un sondaggio di Zhaopin.com mostra che oltre il 60% dei lavoratori flessibili ha dichiarato che sceglierebbe di tornare a un lavoro a tempo pieno se gli venisse garantito un reddito stabile e comparabile.
Un’analisi di quanto accaduto è stata fornita nella puntata del 23 agosto della newsletter Pekingnology di Wang Zichen, voce quanto mai indispensabile per chi si interessa di Cina, abile nel fornire uno sguardo puntuale tanto dei dibattiti politici interni quanto della postura internazionale di Pechino. Wang chiarisce che la risonanza ottenuta dalle dichiarazioni della professoressa è stata ben maggiore di quanto ci si aspettava. Gli utenti hanno accusato la ricercatrice di essere una moderna incarnazione dell’antico imperatore che, secondo la leggenda, chiese ai suoi sudditi affamati perché non mangiassero carne.
Zhang è stata percepita come parte di un’élite indifferente alle difficoltà quotidiane, che dall’alto del suo status sociale discute di difficoltà che non conosce direttamente e che non sperimenterà mai. Pekingnology analizza l’espressione comunemente utilizzata per attaccare il gruppo di intellettuali arroccati nel loro privilegio: 砖家, zhuanjia, omofono di 专家, ovvero “esperto”, in cui il primo carattere viene sostituito con quello per “mattone”. L’espressione 拍砖, paizhuan significa letteralmente “colpire con un mattone” e viene utilizzata proprio per tacciare qualcuno che ha condiviso un’opinione ritenuta sciocca e infondata. Gli esperti verso cui l’immaginario comune prova diffidenza vengono quindi descritti come opinionisti presuntuosi “le cui dichiarazioni invitano il pubblico a iniziare a lanciare mattoni metaforici”.
Nella newsletter, Wang Zichen condivide anche la propria opinione: le parole della ricercatrice sono state interpretate in maniera frettolosa e ne è emerso che il significato delle affermazioni è che di per sé l’insicurezza lavorativa sia una benedizione. Ma di fatto la ricercatrice, specializzata proprio sul riconoscimento delle vulnerabilità economiche delle categorie più fragili, “stava esprimendo un concetto riconoscibile di economia del lavoro, ovvero il valore che i lavoratori possono attribuire all’autonomia e al controllo del proprio tempo, pur riconoscendo esplicitamente la minore tutela sociale che spesso ne consegue”.
Il giornalista ricorda anche i numerosi casi in cui gli interventi della professoressa sono stati tutt’altro che inclini a minimizzare le difficoltà del mercato del lavoro cinese. Su China Files avevamo citato le ricerche di Zhang in un approfondimento dedicato alla proposta di ridurre la giornata lavorativa da 8 a 7 ore, presentata in occasione delle “due sessioni”, l’appuntamento politico che lo scorso marzo ha riunito l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) e la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC). Intervistata dalla National School of Development, Zhang commentava che le proposte non prestavano adeguata attenzione ai lavoratori a chiamata, precari e da piattaforme. Affermava che per quelle categorie, infatti, la riduzione dell’orario di lavoro era impensabile nell’attuale sistema remunerativo e senza le garanzie salariali (工资保障, gongzi baozhang). Se si intende migliorare le condizioni di lavoro delle categorie più fragili, in breve, non bisogna mettere a rischio i loro mezzi di sussistenza.
Uno dei suoi contributi più importanti negli ultimi tempi, evidenzia sempre Wang nella newsletter Pekingnology (il progetto The East is Read ha dedicato un approfondimento proprio a questo suo intervento), è stato quello di dimostrare quanto la gig economy si sia diffusa ben oltre il settore dei lavori su app. Tra il 2022 e il 2024, il suo team ha visitato una trentina di aziende manifatturiere e dieci mercati del lavoro a Kunshan, Dongguan, Foshan e Shenzhen (la prima nella provincia del Jiangsu, le altre nel Guangdong, centro commerciale e industriale del paese). Le sue stime rivelano che i lavoratori a chiamata nel settore manifatturiero sono circa 40 milioni, pari al 31,12% della forza lavoro del settore. In alcuni periodi di punti, alcuni stabilimenti contavano fino a due terzi di lavoratori a chiamata, che in alcune fabbriche giganti potevano perfino raggiungere l’80% del personale.
In ogni caso, il “lavoro flessibile” smette di essere percepito come una descrizione ufficiale e diventa una realtà per centinaia di milioni di persone. Non più una caratteristica marginale, ma una peculiarità del mercato del lavoro cinese. Secondo un nuovo rapporto del Centro di ricerca sulle nuove forme di occupazione, nel 2025 il numero di persone coinvolte in questo genere di lavori è salito a 280 milioni e si prevede che raggiunga quota 320 milioni entro la fine dell’anno. Per concludere, quindi, le reazioni feroci alle dichiarazioni della professoressa Zhang dimostrano, secondo Wang, quanto in Cina “il vocabolario del lavoro sia diventato carico di implicazioni politiche ed emotive”.
Vittoria Mazzieri
*China Files

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