
Vediamo se riesco a fare un po’ di chiarezza in un mare di articoli spacciati per Storia. Per il sottoscritto che da studente, dove insegnava lo “storico Renzo De Felice” tra il 1968 ed il 1971, fece alcuni esami di Storia Contemporanea e la tesi è difficile reggere all’onda d’urto emotiva che mi provocano molti articoli che tendono a far propaganda narrativa più che Storia. Oltre a De Felice ho studiato anche con Gabriele De Rosa e Francesco Malgeri che, come il De Felice, concepivano la storia come disciplina rigorosa che deve rifiutare il moralismo e l’ideologia. Questi 2 elementi servono da ricatto intellettuale e da espediente per contrabbandare idee e interessi che si vuol evitare di esporre in forma diretta. Lo storico non può essere unilaterale, non può negare aprioristicamente le “ragioni” di una parte e far proprie quelle di un’altra suscitando in me il sospetto nei confronti di chi li pronuncia. Tentare di fare del giornalismo storico è difficilissimo in quanto un articolo lo si può buttare giù in poco tempo mentre per fare Storia lo si può fare solo dopo aver assolto in tutti i modi al proprio dovere di indagatore e di ricostruttore della molteplicità dei fatti che costituiscono la realtà di un periodo. E veniamo all’oggi allorquando si cerca di presentare qualche documento della CIA come base per deduzioni rapide senza aver indagato in profondità un periodo di tempo abbastanza corposo altrimenti si riproduce il “flash” di un agente che scrive il report in quel momento. Oggi, invece, si può contestualizzare analizzando una fascia di anni e tracciandone solo il contenuto ed evitando di far trasparire o, peggio ancora, diffondere proprie idee e, sempre più spesso, pregiudizi. Evidenziare la scoperta degli incontri segreti fra Dc e Pci, nella metà degli anni ’70 per mandare avanti la baracca italica, è scoprire l’acqua calda. Infatti, già dal 1944 da Salerno De Gasperi e Togliatti fecero quello che non solo io, ma storici di vaglia, hanno definito l’intesa fra i due come “compromesso costituzionale” senza che Nenni ed il Psi se ne avvedessero e ne traesse le conseguenze. Definire, quindi, la cosa come “politica di condizionamento” è molto riduttivo e fortemente deviante dalla verità storica documentale. Enfatizzare il ruolo degli incontri fra Lama e Agnelli vuol dire omettere tutta la serie di rapporti economici fra Botteghe Oscure e Mosca in cui molte aziende facenti capo al Pci avevano una sorta di canale privilegiato per l’acquisto a prezzi scontati di legno, petrolio, gas e tant’altro. Nel 1974 il presunto invito di Agnelli a Dc, Pci e Psi a fare un governo di unità nazionale non teneva conto, ammesso che ci sia stato, che essendo già in essere il binomio Dc-Pci dal 1944 perché far sedere a tavola un terzo? Un altro elemento da tenere sempre presente è stato lo stretto collegamento fra Pci e gli anglo americani. Esso è emerso netto già in quella che si può definire la strana storia del famoso colonnello Ralph Merryl. Molto è risultato dagli archivi londinesi di Kew Gardens dove si prova che il Merryl era un colonnello d’intelligence britannica, l’MI6, ed era anche al vertice nel Psychological Warfare Branch, l’organo che concedeva i permessi per poter pubblicare ed assegnare la carta per la stampa dei primi giornali dell’Italia liberata. Merryl determinò la nascita dell’ANSA, fu nominato direttore dell’edizione milanese dell’Unità e diresse inoltre l’ufficio studi/sezione esteri del Comitato Centrale del Pci. Merryl ufficiale del servizio segreto di Sua Maestà si chiamava, in realtà, Renato Mieli. La stretta vicinanza fra Togliatti e Mieli lascia intendere del buon rapporto con Downing Street che, però, nel 1956 si ruppe ed infatti Merryl o Mieli, che dir si voglia, pubblicò per la Rizzoli il libro “Togliatti 1937” in cui evidenziò l’atroce disinganno sul comunismo sovietico a cui si erano aggrappati molti comunisti italiani scappati a Mosca durante il fascismo. Purtroppo, trovarono il “grande terrore staliniano” che li condusse alla eliminazione o al carcere dei Gulag siberiani. Il 1937 è, per Mieli, l’anno che denuncia al mondo intero il terrore staliniano in cui Togliatti, come vicesegretario del Comintern, in cui La Commissione di Controllo Internazionale del Comintern stilava elenchi di comunisti ritenuti inaffidabili e consegnandoli direttamente all’NKVD (la polizia segreta sovietica). Quest’ultima procedeva con arresti, processi farsa ed esecuzioni sommarie. In questo tritacarne finirono l’intero Pc polacco e Bela Kun per gli ungheresi, per non parlare dei molti comunisti italiani, tedeschi e jugoslavi. Un osservatore acuto come Enzo Bettiza indagò i percorsi di Renato Mieli annotando:
“Mistero e clamore accompagnarono nei primi anni del dopoguerra il suo improvviso trasloco dall’esercito di Sua Maestà al partito di Ercoli-Togliatti. Nessuno, né allora né poi, seppe darsene una ragione definitiva. Un raptus emotivo? Un colpo di testa idealistico? Oppure un doppio gioco lungamente tessuto dietro alle quinte e guidato, a freddo, verso lo sbocco?” La conferma di tutto questo brutale comportamento fu dato da un comunista doc di Tivoli Dante Corneli che nel 1932 si trasferisce a Mosca, dove lavora in una fabbrica di cuscinetti a sfera costruita dalla RIV, appartenente già allora al gruppo Fiat. Corneli fu imprigionato a Vorkuta oltre il circolo polare artico nel 1936 riuscì a resistervi e solo nel 1948 poté evadere e, tornato in Italia, attaccò duramente quanto era avvenuto pubblicando “Ritorno dal gulag. Memorie del Redivivo tiburtino. Scritti storico-politici di Dante Corneli”. Le verità rappresentate dal Corneli accusavano Togliatti e il suo gruppo dirigente, durante le purghe staliniane, di aver calpestato i più elementari principi di internazionalismo, di fratellanza e di solidarietà umana. Quando non erano loro i diretti responsabili dei crimini di Stalin e degli arresti e delle deportazioni dei propri compagni, si affrettavano ad approvarli. La reazione del Merryl fu dovuta al fatto che, nella seconda metà degli anni ’50, il Pci cambiò spalla al fucile ed iniziò a “conversare” con gli Stati Uniti. I documenti di stretta e partecipata “collaborazione coi yankee” sono moltissimi e qui, per brevità giornalistica, ne citerò uno avvenuto a metà degli anni ’70. Questo documento non è né della Cia né del Dipartimento di Stato ma proviene dallo stretto collaboratore di Enrico Berlinguer”, Luciano Barca che agiva da anello di congiunzione fra Botteghe Oscure e l’Ambasciata USA. Riporto fedelmente il passo scritto da Luciano Barca, in Cronache dall’interno del vertice del Pci Vol. II, Rubbettino 2005, pag. 601, 8 luglio 1975 nel quale scrive “Con la benedizione di Berlinguer, per ora non abbiamo informati altri, vado a colazione con Martin Weenick al ristorante il Buco. Weenick non è uno sconosciuto e già da qualche tempo aveva rapporti di tipo giornalistico con Giuseppe Boffa. Prima che io l’incontrassi, tuttavia, abbiamo fatto qualche ricerca. Poiché a Boffa risulta che prima era all’ambasciata USA a Mosca, telefono a Giulietto Chiesa per avere qualche lume. Effettivamente è stato a Mosca fino a quando l’Urss lo ha dichiarato persona sgradita per i contatti che andava organizzando con i dissidenti. Da ciò deduciamo che deve essere un membro di un certo livello della CIA, ma Enrico, pur edotto dei rischi, autorizza il contatto”. Weenick aveva l’incarico ufficiale di Primo Segretario USA all’ambasciata ma anche Barca capì che interloquiva col numero 1 della CIA a Roma. A conferma del rapporto stretto alla fine dell’estate del 1976 ci fu un incontro decisivo e definitivo da “Piperno” al Ghetto di Roma fra Luciano Barca, Martin Weenick e Giancarlo Pajetta per volontà di Berlinguer. Il segretario del Pci disse a Barca che occorreva alzare il livello di rapporti con gli USA e che Barca, membro della Direzione, non bastava più occorreva un membro della segreteria, appunto Giancarlo Pajetta. Ad ulteriore conferma intervenne l’ex ambasciatore USA a Roma Gardner che, nel saggio da lui scritto “Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981” a pag. 125 riportò che l’estensione dei rapporti fra Botteghe Oscure e Villa Taverna fu enorme e che in un bilancio finale risultava che “della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale” da aggiungere un numero imprecisato di alcune centinaia fra dirigenti regionali e comunali oltre ad assessori e sindaci. Questi accenni storici sono frutto di un trentennio e per chi volesse approfondire consiglio il mio ultimo saggio dove ne troverà un centinaio: “Il Pci visto dalla Cia e dal suo interno” edito da Amazon.
Raffaele Romano

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