E’ plausibile una “germanizzazione” dei Paesi poco virtuosi per salvare l’Europa comunitaria?

Il libro, riferito in particolare all’Italia, reca il titolo “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale, Falso!”. A sostegno del suo convincimento, Rampini compie un’analisi per molti aspetti singolare: sostiene che è possibile salvaguardare il welfare realizzato, a condizione che i Paesi più esposti agli effetti della crisi in atto si “germanizzino”. Per intendere questa affermazione, occorre aver presente il discorso che la sorregge; ciò servirà alla fine a valutare se l’analisi di Rampini sia a sua volta un altro pregiudizio circa la possibilità di tenuta “imperitura” del modo capitalistico di produrre e del suo mercato dotato di capacità autoregolative.
Da anni, afferma Rampini, si è imposta un’interpretazione tragica della globalizzazione, nel senso che l’impatto della competizione fra l’Occidente e le potenze emergenti, come Cina, India, Brasile ed altre, sta risucchiando verso il basso molti Paesi di antica industrializzazione. Esiste però un modello organizzativo del sistema sociale e dell’economia in grado di fugare il pericolo dell’arretramento: quello della Germania federale. La capacità competitiva della Germania è stata ottenuta con elevate retribuzioni, in presenza di un movimento sindacale tra i più combattivi del mondo, di un alto livello di servizi sociali, di regole severe a tutela dell’ambiente, dell’attenzione riservata alla qualità della scuola pubblica e di una distribuzione del prodotto sociale tra le più ugualitarie. Tutto ciò è stato realizzato senza il tormento del problema della sostenibilità di un esteso welfare che paralizza i sistemi sociali più esposti alla crisi.
Dal punto di vista della sostenibilità nel lungo termine, un welfare generoso non è affatto impossibile, afferma Rampini; è solo necessario che il livello della spesa pubblica, per quanto alto possa essere, sia finanziato con un gettito fiscale adeguato. Il problema di fondo riguarda la disponibilità di “capitale sociale”, nel senso che maggiore è il livello di fiducia dei cittadini nelle loro istituzioni, maggiore è la loro disponibilità ad accettare gli alti costi del welfare. I Paesi dove il capitale sociale è scarso, dove esistono burocrazie pubbliche inefficienti, dove sono diffusi il privilegio e il mancato rispetto del merito, il patto che lega tutti al rispetto delle regole comuni è molto deficitario. L’Europa “germanica” (Svizzera, Austria, Olanda ed i Paesi nordici) grazie alla disponibilità di un alto livello di capitale sociale è riuscita a conservare l’alto livello di welafre, senza temere la competizione e la contrazione eccessiva del suo tasso di crescita.
Se questa parte dell’Europa è riuscita in questo intento, si chiede Rampini, come mai la Germania, di fronte alla crisi dei debiti sovrani dei Paesi della CE meno virtuosi, anziché esportare il suo modello organizzativo, pretende invece di esportare “ricette” informate ad un’insopportabile austerità? Rampini trova la risposta, non tanto nella scarsità del capitale sociale nei cosiddetti Paesi mediterranei in crisi, quanto in ragioni strettamente economiche. Il modello organizzativo della Germania ha due corollari: il primo, di natura culturale, recita che un Paese, per disporre costantemente di un elevato livello di risparmio, deve esportare più di quanto non importa e deve produrre più di quanto consuma; il secondo corollario, di natura economica, che, perché lo stesso Paese possa essere sempre in attivo, è indispensabile e obbligatorio che si contrapponga ad altri Paesi permanentemente in disavanzo. A sostegno della verità intrinseca a questi corollari, Rampini osserva che alla loro “logica implacabile non si sfugge. Il pianeta terra è un’economia ‘chiusa’: tra le nazioni che ne fanno parte, i conti devono compensarsi per forza”.
Sulla base di questi due corollari, buona parte dell’establishment tedesco, condividendo una weltanshaunung pre-keynesiana, manifesta una spiccata propensione a legittimare l’“ordo-liberismo” di Friedrich von Hayek, che prevede regole severe, non per evitare gli esiti indesiderati del libero mercato, ma per realizzare un valido presidio a tutela della sua capacità di autoregolazione. Su questa base, il dialogo tra l’area dei Paesi dell’Europa “germanica” ed i Paesi ad essa esterni è destinato a rimanere un “dialogo tra sordi”.

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