
Era il 31 marzo 2020 quando l’Unione Europea effettuò la prima (e unica) transazione attraverso il sistema di pagamenti INSTEX. L’infrastruttura permise a Teheran di eseguire il pagamento transfrontaliero necessario per importare attrezzature mediche durante l’epidemia di COVID-19. Cosa c’era di strano? L’Iran al tempo non poteva effettuare transazioni con l’estero perché esclusa dal maggior circuito per i pagamenti internazionali, lo SWIFT. Scollegati per la prima volta nel 2012 a causa dell’opacità di Teheran sul suo programma nucleare, gli istituti finanziari iraniani vennero definitivamente esclusi da SWIFT con l’uscita unilaterale dall’accordo sul nucleare (JCPOA) dell’amministrazione Trump nel 2018. Una decisione poco gradita agli alleati europei, che respingevano una violazione del trattato da parte del governo iraniano e che spingevano invece per mantenere relazioni più stabili con il Paese.
La vicenda delle sanzioni contro Teheran, e la sua disconnessione dal commercio mondiale, rese evidenti due nuovi aspetti delle relazioni politiche internazionali. Innanzitutto, che il potere degli Stati Uniti andava ben oltre la sua forza militare: grazie all’egemonia del dollaro sui mercati finanziari, Washington era in grado di imporre la sua influenza anche su transazioni aliene alle imprese americane ed effettuate fuori della sua giurisdizione. Il maggiore sistema di pagamenti internazionali si era così dimostrato soggetto alle ambizioni politiche statunitensi, ma non era l’unico. Dalla vicenda apparve infatti chiaro che nemmeno i Paesi europei erano in grado di opporsi alla volontà (e alle sanzioni) degli Stati Uniti. Come per il resto del mondo, anche l’UE mancava di infrastrutture in grado di controbilanciare l’egemonia americana sui mercati finanziari. E, in assenza di viabili alternative, nemmeno la politica estera europea era de facto indipendente dalle decisioni di Washington.
Egemonia infrastrutturale americana
Le sanzioni contro Teheran, e più recentemente quelle contro Mosca, hanno fatto emergere in maniera sempre più rilevante il ruolo strategico delle infrastrutture del sistema monetario e finanziario globale. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il sistema di Bretton Woods prima, e il ruolo da first-mover dopo, permise agli Stati Uniti di creare un’ampia ed efficiente rete di infrastrutture, riducendo al minimo gli incentivi a utilizzare valute alternative al dollaro nelle operazioni transfrontaliere. Al contempo, pagamenti internazionali effettuati prevalentemente nella moneta statunitense incentivarono le banche centrali a detenere maggiori riserve della valuta (ed essere così in grado di assicurarsi importazioni e il pagamento dei debiti esteri in periodi di tensione) che, a sua volta, rese conveniente per gli operatori contrarre debiti in dollari sui mercati internazionali. Un circolo vizioso che, fino ad ora, ha contribuito a mantenere il dominio del biglietto verde tanto come unità di conto e mezzo di pagamento, quanto come riserva di valore.
Fra i vari strumenti della finanza globale, uno dei più usati dagli Stati Uniti per imporre sanzioni nel corso dell’ultimo decennio è stato lo SWIFT. Quest’ultimo non serve a inviare direttamente denaro, né tantomeno gestisce i pagamenti, ma fornisce il sistema di messaggistica sottostante che consente alle istituzioni finanziarie di inviare, ricevere e tracciare informazioni sulle transazioni stesse. Ciò facilita il flusso di fondi attraverso le frontiere e garantisce un metodo sicuro e standardizzato accettato in tutto il mondo.
Tentativi di sfida all’ordine globale
L’esclusione degli istituti finanziari di un Paese dallo SWIFT riduce al minimo la possibilità di effettuare pagamenti transfrontalieri, rendendo difficile mantenere relazioni commerciali con il resto del mondo. Motivo per cui la vicenda dell’Iran e di INSTEX (che venne poi relegata dagli europei come un’iniziativa a scopi puramente umanitari e si è conclusa a marzo 2023) si inserisce in realtà in un contesto ben più ampio che include diversi progetti atti a costituire nuove infrastrutture indipendenti dall’influenza statunitense. È il caso della Banca centrale russa, che nel 2014 (in seguito all’invasione russa della Crimea e alle pressioni politiche per scollegare la Russia dallo SWIFT) annunciò un nuovo sistema di messaggistica noto come SPFS (System for Transfer of Financial Messages). Più di 400 istituzioni (principalmente russe o provenienti da ex repubbliche sovietiche) aderirono alla rete, ma il sistema non venne mai considerato come un nuovo standard internazionale (un po’ per timore delle sanzioni secondarie, e un po’ per sue limitazioni tecniche, come gli orari di negoziazione ristretti e la dimensione limitata dei messaggi).
Un progetto con un maggiore potenziale sembrerebbe essere invece il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) lanciato dalla Cina nel 2015 per sostenere l’uso del renminbi nel commercio internazionale e che nel 2022 contava più di mille partecipanti provenienti da 103 Paesi. Numeri ancora limitati rispetto allo SWIFT (che di istituti finanziari ne conta più di 11 mila), ma che potrebbero crescere velocemente grazie alle crescenti tensioni con gli Stati Uniti. L’armamento del dollaro ha infatti creato un’opportunità unica per promuovere l’uso internazionale di valute alternative e il renminbi sembrerebbe essere il principale candidato. Nonostante il predominio cinese nelle catene di fornitura globali (prima economia per esportazioni e con un Pil destinato a superare quello americano dal 2035), l’utilizzo della sua valuta nei mercati globali è rimasto marginale (tanto nei pagamenti internazionali – meno del 2% del totale – quanto nelle riserve valutarie – meno del 3%). E se fino ad oggi questo potenziale è stato limitato dalla mancanza di incentivi nel deviare dagli standard americani, lo stesso potrebbe non valere in futuro.
Disallineamento dal dollaro in corso?
Il ricorso sempre più frequente a sanzioni finanziarie potrebbe aver infatti cambiato tali incentivi. Molti Paesi, soprattutto quelli meno allineati con gli Stati Uniti, potrebbero essere portati a esplorare nuovi sistemi di pagamento nella possibilità che loro stessi – o i loro partner commerciali – possano prima o poi essere soggetti a sanzioni. Non solo, nel caso (più estremo) in cui le rivalità fra Stati Uniti e Cina sfocino in sanzioni dirette a Pechino, molti Paesi non avrebbero altra alternativa se non quella di effettuare pagamenti in renminbi utilizzando il CIPS. Insomma, il nuovo clima geopolitico potrebbe incoraggiare sempre più banche a iscriversi alla nuova infrastruttura cinese, con un conseguente aumento dei pagamenti transfrontalieri in renminbi.
Allo stesso tempo, però, è vero anche l’opposto: le tensioni geopolitiche con la Cina stanno scoraggiando le aziende occidentali dal fare affari con i fornitori cinesi e dall’investire nel Paese (riducendo la necessità di utilizzare il renminbi come veicolo per le transazioni) mentre la crescente incertezza sui mercati porta sempre più investitori a rifugiarsi in investimenti in valute sicure (safe heaven) come il dollaro. Occorre infine notare che fino ad oggi a frenare l’ascesa del renminbi sono state le stesse politiche monetarie del Partito Comunista Cinese e la sua riluttanza nel cedere i rigidi controlli sui capitali. Allo status quo, l’internazionalizzazione dello yuan richiederebbe una liberalizzazione del settore finanziario cinese o, in sua assenza, un legame troppo stretto con il renminbi significherebbe legarsi a doppio filo anche con le politiche monetarie del Paese. Motivo per cui molte nazioni sono state fino ad ora riluttanti ad aumentare le transazioni nella valuta di Pechino.
Per concludere, la fitta ed efficiente rete di infrastrutture denominate in dollari ha permesso alla moneta statunitense di mantenere per decenni la sua posizione dominante sui mercati internazionali. Negli ultimi anni, però, l’utilizzo sempre più frequente di sanzioni finanziarie, l’ascesa della Cina e le tensioni con gli Stati Uniti, stanno creando nuovi incentivi a sperimentare infrastrutture alternative, rendendo incerto il futuro egemonico del dollaro sulla finanza internazionale. Gutta cavat lapidem?
Chiara Gesmundo
(Ispi)
Le opinioni espresse sono riconducibili all’autore e non riflettono necessariamente le opinioni della BCE.

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